Archive for febbraio 2011

Waiting for Valentine

febbraio 12, 2011

In tutto questo bailamme di lettere, delibere, enormi carteggi da leggere di cui capisco la metà, mi è sfuggita “Tutto sposi”, la fiera del mariage che si tiene a Napoli.
Me ne sono ricordata oggi, vedendo per strada un manifesto pubblicitario.
Così mi sono soffermata sull’iconografia e su come è cambiato il pay-off in questi anni, e chi sono i nuovi testimonial degli ultimi anni: la Yespica, la Tatangelo, quell’altra là, la Silvested o come si chiama.
Quest’anno non lo so, non ci ho fatto caso. Ho visto cartelloni con spose che sembrano dei puttanoni, come negli ultimi anni.
Del resto, in un paese che non ha più alcuna remora nei confronti del sesso, in cui il sesso a pagamento domina la scena politica, lo spettacolo televisivo  e tutto il resto, forse l’indecenza si è trasferita altrove.
Forse oggi la vera indecenza è nel parlare dei sentimenti.
Dev’essere così.
L’unico posto in cui ci è consentito lecitamente di parlare di sentimenti, senza sentirsi colpevoli, è la stanzetta di uno psicologo.
I nostri sentimenti fanno di noi dei malati da curare.
Ne usciremo con la dolce rassicurazione che siamo malati, sì, ma che possiamo e dobbiamo convivere con questa malattia.
Come se avessimo il cancro.
Prognosi infausta ma cronicizzabile. Ricadute periodiche. Exitus e fenomeni abiotici immediati
Fine del paragrafo sul matrimonio.
Secondo paragrafo: i divorzi.
Pare che negli ultimi anni il 14 febbraio abbia visto un’impennata della presentazione in tribunale delle richieste di divorzio: una cifra grosso modo pari al 36 virgola qualcosa per cento.
San Valentino diventa a pieno titolo la festa dei divorziati, il giorno di celebrazione di un massacro.
I figli dei divorziati non dovrebbero mai passare troppo tempo davanti alla tv, di questi tempi.
Mia figlia ascolta la notizia delle due gemelline scomparse e fa i conti con la realtà.
Si chiede se anche per lei arriverà il giorno della follia.
Per quanto provi a rassicurarla, una parte di me mente.
E mente consapevole che il giorno della follia è già spuntato, che sono anni che viviamo nella follia e ci siamo quasi assuefatti. Che per anni ci è sembrato normale non poter lasciare il paese per una vacanza, non disporre di un passaporto. Ci è sembrato normale destinare parte di uno stipendio parastatale a pagare parcelle di avvocati, mediatori, psichiatri. Ci è sembrato normale ricevere quindici, venti telefonate al giorno, cambiare numeri di telefono e copertoni, passare per allitterazione le feste comandate in un comando di polizia.
Il linguaggio aiuta a dimenticare.
Oggi non si chiede una perizia psichiatrica sull’ex-coniuge. Si chiede una CTU. Il termine consulenza nasconde la sostanza della cosa, la appiattisce. Nasconde il reiterato tentativo di stupro, perché  è di stupro che si tratta.
Perché stupro è costringere una persona a restare ferma mentre abusi di lei e altri stanno fermi a guardare. Uno stupro in guanti bianchi, politicamente corretto.
Fine del paragrafo sui divorzi.
Terzo paragrafo: censurato per elevato contenuto di sentimento.

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Tangeri è l’amore impossibile. Tangeri è la fidanzata del Nord. Tangeri è sposata con l’Est. Tangeri è il Paradiso.(cit.)

febbraio 6, 2011

Sache qu’en vérité
Nulle Andalousie
N’est ici à regretter
Car seules piété et bonnes actions
Sont de notre effort meilleure provision

 

Mi è cara l’idea che le mie foto contengano porzioni di mondo che posso titolare a mio piacimento.
E in generale mettere i titoli è la cosa che mi diverte di più. Che siano scritti o scatti, è la messa a fuoco personale.
A volte torno indietro e scopro che il titolo conteneva più di quanto avessi consapevolmente in testa, come se qualcosa si fosse intrufolato oltre la soglia vigile e avesse parlato direttamente all’inconscio.
Come se tutto quello che viene scritto o fotografato fosse il pretesto per arrivare – in modo contorto, lo ammetto – a una definizione più scarna.
A Tangeri c’era un’atmosfera diversa da tutto il Marocco visto in precedenza.
Innanzitutto c’era il Mediterraneo.
Poi c’era il vecchio continente abbarbicato alle fondamenta della città, in modo indissolubile.
Pensavo fosse simile a Napoli, e invece era simile a Napoli.
Che sembra una frase priva di senso, ma invece il senso c’è tutto.
Sono quei posti costruiti per strati, dai quali non puoi togliere una sola pietra che sia una, che farebbe rovinare tutto il resto.
Quei posti che quando ti pare di essere sul punto esatto di arrivare a definirli, d'improvviso ti mostrano altro e ti scardinano quello che ti sembrava di aver visto.
Nel pomeriggio siamo andati a passeggio sulle alture della città.
C’è un posto incredibile, una necropoli punico-romana che ospita novantotto tombe.
Novantotto ferite nella roccia, di dimensioni varie.
E’ uno spazio aperto sulla collina, dove il pomeriggio si radunano famiglie, amici, coppiette.
Di fronte c’è Gibilterra.
Ad est il Mediterraneo, ad ovest l’Atlantico.
Siedono tutti e guardano in lontananza.
Sono sguardi misti, ho passato il tempo a cercare di raccoglierli. Sono le uniche foto che ho scattato con passione, contenevano qualcosa che al momento non sono riuscita a spiegarmi.
A casa, nel riordino e nella titolazione, continuavo a non capire, benché la cosa fosse evidentemente sotto i miei occhi.
Questa gente guardava lontano, con attitudini diverse.
Per alcuni era una visione di futuro, di speranze di vita migliore.
Riprendevo lo sguardo di due uomini e una bambina e pensavo che il titolo di quella inquadratura sarebbe stato: Ala-Med, come il nome dei fondi strutturali che l’Unione Europea concede a tutta una serie di paesi in transizione, perché diventino più simili a noi.
In un’altra visione c’era uno sguardo sul passato, una nostalgia. Come nel sogno delle Andalusie Perdute di cui vagheggiava Berque, quest’Atlantide di noantri, quest’Eden mozarabe  che ci siamo lasciati sfuggire. La voce che fa appello a “quest’Andalusia da ricostruire infinite volte, di cui portiamo in noi sia le macerie accumulate che l’instancabile speranza”.
Ne salvo solo una. L’ho intitolata: Il passato è uno strapiombo sul mare.
Non avevo l’idea precisa di cosa volessi dire, sapevo che si agitava dentro di me qualcosa che stava per nascere.
L’ho scoperto nei giorni passati, come una luce improvvisa. Uno squarcio.
Per lungo tempo ho creduto che il mio problema fosse l’assenza di una vista sul futuro. Tentavo di costruirlo disperatamente, questo sguardo, di dargli forma  con sforzi inutili quanto il pretendere la solidità di un castello di sabbia in riva al mare.
E invece era solo un eccesso di passato.
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Per quanto la poesia araba sia codificata in modo da risultarci di una noia mortale, ho trovato questi bei versi scarni di  Ahmed Benzelikha, giornalista algerino, che oso tradurre:
Sappi che in verità qui non c’è alcuna Andalusia da rimpiangere.
Solo la pietà e le buone azioni saranno di provvista ai nostri sforzi.

Piccolo cinema onirico. Un post paurosissimo.

febbraio 3, 2011

Ci sono dei luoghi ai quali ci si sente inevitabilmente legati. Cui ci si affeziona per progressive frequentazioni, e che poi restano marcati da queste impronte.
Io per esempio ho un posto a Napoli, una specie di bistrò, che frequento dai tempi dell’Università. Ci passavo certi pomeriggi assolati di primavera seduta a un tavolino a studiare.
Poi, dopo qualche anno, ci andavo innamorata.
Oppure le sere, a sentire musica.
E’ lì che una quindicina di anni fa ho trovato il volantino che invitava a un seminario sul corpo e che mi ha fatto entrare in un corso di formazione di quasi due anni, dove ho imparato a conoscere ogni muscolo, il senso delle forme corporee e delle pose, dove ho iniziato la lunghissima e mai conclusa scalata a me stessa.
E’ sempre lì, quando mi occupavo di immagine,  che ho portato troupe di modelle e giornalisti di moda, per servizi fotografici.
E’ dove ho incontrato il gruppo delle Scritture di Strada ed è iniziato il nostro sodalizio e l’amicizia profonda.
Ed è dove vado a finire in automatico, ogni volta che ho bisogno di sentirmi accolta, come se il passato bello si condensasse tutto in quel luogo.
Ogni volta che sono triste o anche quando non lo sono ma ho bisogno di riflettere.
Due giorni fa, alle otto e mezza della mattina, mi è arrivata la nomina per dirigere l’ufficio in cui lavoro dal 1994.
E’ stata una giornata difficile, di quelle giornate belle e a un tempo tristi, in cui hai una notizia grande grande grande e difficoltà a condividerla. Un po’ per colpa mia, perché i successi mi fanno sempre un poco di paura, mi fanno anche vergognare un poco. Non so bene perché.
Per quanto la mia natura sia pagliaccia ed egocentrica, una parte ampia di me è pudica da morire.
Ho paura di farmi vedere nel momento in cui provo una gioia o una tristezza grande. Deve passare un po’ di tempo perché possa mostrarmi.
Un po’ anche perché non avevo accanto a me le persone con cui avrei voluto condividerla, primo fra tutti mio padre, che si sarebbe fatto scappare una lacrimuccia fuori al balcone, come suo solito.
Avevo assoluto bisogno di qualcuno che mi desse una pacca sulle spalle e mi incoraggiasse. Non che mi dicesse brava, ma che mi abbracciasse e dicesse: ce la farai benissimo.
Così la sera sono andata al solito posto, con un’amica con cui avevo un appuntamento pregresso.
E’ un mese che sogno giapponesi.
Li sogno in situazioni estreme in cui mi prestano un aiuto gratuito, un’accoglienza totale. Mi regalano cose, mi salvano da pericolosi assassini, mi traghettano in barca su fiumi turbolenti.
Così l’altra sera ad un tavolino accanto al nostro, in veranda, c’era una coppietta giapponese.
Facendo appello alla memoria ho messo insieme quelle venticinque parole per chiedere se fossero disturbati dal fatto che mi fumassi una sigaretta.
Lo erano. E vabbè. Voglio dire, considerato il buono che mi fanno da un mese nei sogni, andava bene così.
Poi mi sono ancora intrattenuta con loro per un altro momento, sulla soglia, scoprendo che parlavano italiano, lui un poco, lei benissimo. Lui lavora alla NHK, la stessa televisione in cui moltissimi anni fa, quando studiavo a Tokyo, ho fatto delle cose anche io. Avevamo una conoscenza in comune.
Lei invece non mi ha detto niente.
Quando sono partiti, dopo un po’ il cameriere è venuto a portarmi un posacenere, informandomi che la signorina era la proprietaria di un ristorante a Roma, situato in un posto che conosco e che pure ritorna da anni con una certa frequenza nella mia vita.
Ho pensato tra me e me che era una coincidenza pazzesca, ho fatto anche un poco di pantomima col cameriere.
Vabbè.
Ho incontrato oggi un’altra signorina giapponese. In strada. In tutt’altra parte della città, da sola. Mi ha chiesto dove potesse mangiare del sushi e l’ho indirizzata.
Mi si è avvicinata tutta allegra, come quelle che vogliono fare chiacchierelle per forza, e mi ha raccontato che veniva da Roma, dove era stata per incredibile coincidenza al ristorante di quell’altra là. E ha aggiunto che se mi piaceva il sushi, era proprio un posto buono, ma che  in questo momento la mia energia non è adatta a quel luogo.
Le ho chiesto: e tu che ne sai? E soprattutto: perché me lo dici?
Gliel’ho chiesto in giapponese, non so perché. Per una specie di tentativo stupido di maggiore sintonia.
Mi ha risposto sibillinamente ma non troppo: lo sappiamo. E’ per questo che ti stiamo vicini.
Poi sono andata a pranzo, e per tutto il pomeriggio ho cercato di convincermi che avessi sognato anche questo. Ma ero sveglia, sveglissima. Così sveglia da averne paura.