Piccolo cinema onirico. Un post paurosissimo.

Ci sono dei luoghi ai quali ci si sente inevitabilmente legati. Cui ci si affeziona per progressive frequentazioni, e che poi restano marcati da queste impronte.
Io per esempio ho un posto a Napoli, una specie di bistrò, che frequento dai tempi dell’Università. Ci passavo certi pomeriggi assolati di primavera seduta a un tavolino a studiare.
Poi, dopo qualche anno, ci andavo innamorata.
Oppure le sere, a sentire musica.
E’ lì che una quindicina di anni fa ho trovato il volantino che invitava a un seminario sul corpo e che mi ha fatto entrare in un corso di formazione di quasi due anni, dove ho imparato a conoscere ogni muscolo, il senso delle forme corporee e delle pose, dove ho iniziato la lunghissima e mai conclusa scalata a me stessa.
E’ sempre lì, quando mi occupavo di immagine,  che ho portato troupe di modelle e giornalisti di moda, per servizi fotografici.
E’ dove ho incontrato il gruppo delle Scritture di Strada ed è iniziato il nostro sodalizio e l’amicizia profonda.
Ed è dove vado a finire in automatico, ogni volta che ho bisogno di sentirmi accolta, come se il passato bello si condensasse tutto in quel luogo.
Ogni volta che sono triste o anche quando non lo sono ma ho bisogno di riflettere.
Due giorni fa, alle otto e mezza della mattina, mi è arrivata la nomina per dirigere l’ufficio in cui lavoro dal 1994.
E’ stata una giornata difficile, di quelle giornate belle e a un tempo tristi, in cui hai una notizia grande grande grande e difficoltà a condividerla. Un po’ per colpa mia, perché i successi mi fanno sempre un poco di paura, mi fanno anche vergognare un poco. Non so bene perché.
Per quanto la mia natura sia pagliaccia ed egocentrica, una parte ampia di me è pudica da morire.
Ho paura di farmi vedere nel momento in cui provo una gioia o una tristezza grande. Deve passare un po’ di tempo perché possa mostrarmi.
Un po’ anche perché non avevo accanto a me le persone con cui avrei voluto condividerla, primo fra tutti mio padre, che si sarebbe fatto scappare una lacrimuccia fuori al balcone, come suo solito.
Avevo assoluto bisogno di qualcuno che mi desse una pacca sulle spalle e mi incoraggiasse. Non che mi dicesse brava, ma che mi abbracciasse e dicesse: ce la farai benissimo.
Così la sera sono andata al solito posto, con un’amica con cui avevo un appuntamento pregresso.
E’ un mese che sogno giapponesi.
Li sogno in situazioni estreme in cui mi prestano un aiuto gratuito, un’accoglienza totale. Mi regalano cose, mi salvano da pericolosi assassini, mi traghettano in barca su fiumi turbolenti.
Così l’altra sera ad un tavolino accanto al nostro, in veranda, c’era una coppietta giapponese.
Facendo appello alla memoria ho messo insieme quelle venticinque parole per chiedere se fossero disturbati dal fatto che mi fumassi una sigaretta.
Lo erano. E vabbè. Voglio dire, considerato il buono che mi fanno da un mese nei sogni, andava bene così.
Poi mi sono ancora intrattenuta con loro per un altro momento, sulla soglia, scoprendo che parlavano italiano, lui un poco, lei benissimo. Lui lavora alla NHK, la stessa televisione in cui moltissimi anni fa, quando studiavo a Tokyo, ho fatto delle cose anche io. Avevamo una conoscenza in comune.
Lei invece non mi ha detto niente.
Quando sono partiti, dopo un po’ il cameriere è venuto a portarmi un posacenere, informandomi che la signorina era la proprietaria di un ristorante a Roma, situato in un posto che conosco e che pure ritorna da anni con una certa frequenza nella mia vita.
Ho pensato tra me e me che era una coincidenza pazzesca, ho fatto anche un poco di pantomima col cameriere.
Vabbè.
Ho incontrato oggi un’altra signorina giapponese. In strada. In tutt’altra parte della città, da sola. Mi ha chiesto dove potesse mangiare del sushi e l’ho indirizzata.
Mi si è avvicinata tutta allegra, come quelle che vogliono fare chiacchierelle per forza, e mi ha raccontato che veniva da Roma, dove era stata per incredibile coincidenza al ristorante di quell’altra là. E ha aggiunto che se mi piaceva il sushi, era proprio un posto buono, ma che  in questo momento la mia energia non è adatta a quel luogo.
Le ho chiesto: e tu che ne sai? E soprattutto: perché me lo dici?
Gliel’ho chiesto in giapponese, non so perché. Per una specie di tentativo stupido di maggiore sintonia.
Mi ha risposto sibillinamente ma non troppo: lo sappiamo. E’ per questo che ti stiamo vicini.
Poi sono andata a pranzo, e per tutto il pomeriggio ho cercato di convincermi che avessi sognato anche questo. Ma ero sveglia, sveglissima. Così sveglia da averne paura.

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11 Risposte to “Piccolo cinema onirico. Un post paurosissimo.”

  1. anonimo Says:

    ecco così adesso che sei il capo,
    non ci si potrà più baciare sotto il tuo ufficio 🙂

  2. anonimo Says:

    no, no.
    ve lo consento. basta che non vi baciate in ufficio 😀

  3. ipsediggy Says:

    urcuggiuda, ma 'sti giappi sono inquietanti..!
    senti io ho ricominciato a fare colloqui che qui, non riuscendo ad essere leccaculo, è uno schifo. mi compri?

  4. anonimo Says:

    iggy, qua con la crisi e brunetta, tra un anno sbaracchiamo tutti in ogni caso.
    mi sa che finisce che mi compri tu a me.

  5. didolasplendida Says:

    ma vuò verè che stamm addivintannn meritocratici??
    auguri flou

  6. essenziale Says:

    Come disse il vecchio Woody: non c’e’ niente di sbagliato in te che tu non possa curare con un po’ di Prozac e una mazza da polo!

  7. saharalone Says:

    se ti ha risposto in giapponese, forse hai capito male.
    se ti ha risposto in italiano, forse si è espressa male lei
    in ogni caso, finchè non ti chiamano al telefono ( http://www.youtube.com/watch?v=pwysjn86lOU ), puoi stare tranquilla. Relativamente !
    F.

  8. zaritmac Says:

    Io, mo', vedi, in un attacco di egocentrismo spaventoso peggio di certi incubi mi batto il petto di non averti subito abbracciata, abboffata di pacche sulle spalle, complimenti e manifestazioni di gaudio per la promozione lavorativa. Però conto che tu lo sai che nella timidezza di un mezzo abbraccio e un imbarazzato "auguri per la promozione" ci stavano un sacco, ma proprio un sacco di cose in più. 
    E pure quando hai protestato che stavamo insieme da ore e non ti chiedevo "come stai?" io lo sentivo che lo sentivi che, uno, stavo arrotando lo specchio (mi hai autorizzata dalla primissime battute, al ruolo), ma due, e soprattutto, stavo tessendo la coperta della culla, rinforzando il nido, spianando la polvere sulla terra, sistemando i cuscini, prendendomi il tempo per darti il tempo di prenderti tempo. Come quei corridoi dei sogni che si allungano, si allungano e la porta in fondo non arriva mai. Ma spero non sia stato così un incubo.
    Poi chiedo, scimmiottandoti malamente un po' il cinismo, ma non è che la giapponese che ti ha risposto ha usato un repertorio di parole escluse dal tuo vocabolarietto di 25 lemmi e te lo sei sognato tu che ti diceva quella cosa lì e magari lei ti stava chiedendo di offrirle una sigaretta. Un'altra volta t'impari a fare le domande in giapponese per creare più intimità!
    (Madò, che impressione quando ti sei messa a parlare giapponese!…)

  9. anonimo Says:

    zarit, ho dei testimoni chiave.
    (no, non sul fatto della jap, ma sul fatto che quello che hai scritto qui sotto l'ho ripetuto oggi, pari pari, parola per parola, sapendo che come mi prendete per il verso giusto voi due – tu e la gatta pazza – non mi sa prendere nessuno).

    e comunque il giapponese è una lingua in cui siccome per ragioni di buona educazione,  e necessità di formule rituali non si dicono mai le cose come stanno e non ci si capisce, nemmeno se parlano tra loro, tutte le conversazioni sono costantemente puntellate di domande e controdomande per accertarne i contenuti.

    c'è una cosa che a me fa impazzire, di questa lingua: assenza di generi, di tempi verbali complessi, semplificazione estrema della grammatica e al tempo stesso un rigore e una precisione maniacale per la catalogazione.
    non si possono usare i numeri da soli: se dici tre, esiste un suffisso specifico per l'oggetto che indichi e varia secondo se siano bottiglie, automobili, giorni o libri. esiste un suffisso per definire le buste da lettera chiuse e quello per le lettere già aperte.
    c'è da rifletterci, su questo.

  10. anonimo Says:

    E il vero salto non sarà la responsabilità, non saranno i benefits, nemmeno lo stipendio e manco i caffé da giù portati sull'attenti.
    L'emozione vera è data dal fatto che ora il potere di aprire l'armadio a sinistra della tua (a questo punto ex) scrivania è tuo.
    Quello è il passaggio epocale vero, mica la gerarchia.
    Io ci avrei fatto una cerimonia con tutti i camerieri dei bar solo per quello.

    (è un modo per dirti congratulazioni)
    (e soprattutto in bocca al lupo, ora che un berlusconiano guida l'intera baracca)

  11. Flounder Says:

    L'emozione vera è data dal fatto che ora il potere di aprire l'armadio a sinistra della tua (a questo punto ex) scrivania è tuo.

    Questo, mi piace.
    Questo, sì.
    Questa forma di memoria, quest'attenzione al dettaglio. Questo "vedermi" nei luoghi che sono i miei, sapere come mi ci muovo.

    Ieri ho fotografato un necrologio a via Santa Chiara. Il nome non me lo ricordo.
    Il titolo sotto il nome era: SIGNORA DELLA CARTOLERIA.
    Voglio essere ricordata anche io così, in modo riassuntivo:
    PROTETTRICE DELLA CANCELLERIA E PATRONA DEL LIBRO INVENTARIO
    😀

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