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Santità , vota pro nobis

maggio 13, 2011

Che poi lui ci andava a parlare, col santo.
Ma ci andava da prima, da quando ancora non era stato candidato a Sindaco. Da molto prima, almeno trent’anni. Da quella volta che Caterina si fece tutta la gravidanza a letto per dargli il quarto figlio, il maschio che aspettava tanto e che non voleva arrivare.
Si inginocchiò davanti al santo e gli chiese: se me la lasci, a Caterina mia, io ti giuro che dopo mi sto accorto. Niente più figli.
Il santo gliela lasciò. Nacque un’altra femmina.
Antonio sorrise, quella mattina, di un sorriso che non era di circostanza.
A quanti battendogli una mano sulla spalla e facendogli gli auguri gli ripetevano: e mo’, mo’ ci dovete riprovare, mo’ ci vuole il maschio, lui rispondeva che se il santo gli aveva fatto la grazia di arrivare fin lì, è perché così doveva essere, e tanto bastava.
Adesso, dopo trent’anni di devozione, una devozione costruita poco a poco, strappata alla ragione, conflittuale e rabbiosa, col santo ci voleva parlare sempre più spesso. Ed ogni volta erano lunghissimi monologhi nel corso dei quali gli sembrava di sentire la voce del santo che a volte gli dava ragione, più spesso lo contestava.
Statemi a sentire, gli diceva. Gli dava ancora del voi, dopo trent’anni. Ancora non aveva acquistato tutta la confidenza per passare a una più stretta intimità. Statemi a sentire: io non è che me la voglio prendere con voi e tenervi fuori da tutta la faccenda. Voi lo sapete, che con il rispetto che vi porto da trent’anni, questo non sarebbe possibile. Il fatto è che se io vi metto in mezzo, qua non facciamo nemmeno un passo avanti. Io lo so che non è colpa vostra, che non c’entrate niente, ma qua da voi vengono tutti quanti, viene pure Don Fernando Bifero, e io non mi posso ammescare con questa gente. E non è per vincere le elezioni, badate bene, è proprio che non me la sento. Lo so, lo so  che per il masto vostro qua siamo tutti uguali, siamo tutti figli suoi, ma io fratello di don Ferdinando non mi sento e non mi posso sentire, abbiate pacienza.
Allora facciamo così: io nella campagna elettorale non vi nomino proprio, né a voi né a nessuno dei vostri. Poi, se le elezioni vanno bene, io non mi scordo, no. La prima cosa che faccio è un’aiuola davanti alla chiesa. Poi la ristrutturazione. E poi pure il restauro della statua vostra. Ve lo giuro, come ve l’ho giurato trent’anni fa, e voi lo sapete, sono uomo di parola. Però, per piacere, non ve la pigliate, non è un fatto personale: io i voti di tutte quelle bizzoche non li voglio.
Cioè, li voglio pure, ma solo se capiscono che don Fernando Bifero – con rispetto parlando per la persona vostra – è ‘nu ‘mbruglione. Se no, ne faccio a meno. Non li voglio per merito vostro.
Nella penombra la statua del santo, dal legno consunto e scolorito, non rifletteva nemmeno l’unico raggio di luce che penetrava dal finestrone occidentale.
Antonio continuava: e guardate che io non sto qua per richiedere una grazia o il vostro appoggio, non mi fraintendete. Il giorno che mi avete dato la quarta femmina io sono stato pure contento, non mi avete mai sentito dire a o b, niente. L’ho chiamata pure col nome vostro, povera creatura. Mi sono fatto ridere dietro da tutti quelli del Partito. Però ve lo dovevo. Se voi pensate che io queste elezioni non le devo vincere, io non le vinco. E non mi offendo nemmeno. Però, permettetemi, passatevi pure voi, ogni tanto, una mano per la coscienza. Volete a don Ferdinando Bifero perché è una pecorella perduta e la volete salvare? Fate come volete voi, però questa non è meritocrazia. Questo è sicuro. Mo’ me ne vado. Torno fra qualche giorno e ne riparliamo. Torno di mattina, che state pure voi a mente fresca.
Antonio usci dalla chiesa che era già quasi buio. Fuori, sul motorino, lo aspettava la figlia, la quarta.
Ulderica, a papà, ho finito, ce ne possiamo andare.
Che ha detto?, chiese Ulderica tra il divertito e l’apprensivo. Si è pigliato collera?
No, collera no. Certo, bene non ha reagito.
Papà, ma tu veramente pensi che quello ti dà aurienza?
Aurienza, aurienza. Aurienza è una parola grossa. Più che altro tiene la creanza di non interrompere. Ma soprattutto certe cose le sa, c’è passato lui per primo, ai tempi suoi. La burocrazia la conosce, le regole pure. E’ pe’ cchesto che io nun capisco come gli può piacere chill’omm’e niente ‘e Ferdinando. Va trova che gli ha promesso.
Poi, come colpito dalla sua stessa riflessione, rientrò subitaneamente in Chiesa e corse alla statua del santo: le ragioni vostre non le voglio conoscere, i fatti vostri li sapete voi. Perdonatemi lo scatto di nervi. Avete ragione: tengo una fede vacillante, l’animo incerto di un bambino. Ma pecché, Bifero sta meglio ‘e me?

 

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