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Aktion: Sicherer Auftritt

luglio 1, 2011

Le risuonavano nella notte le parole ascoltate mesi prima. Quanti? Sei, sette? Ormai aveva perso il conto.
Di giorno il frastuono riusciva a distrarla, a impedirle di pensare, ma quando la sera calava quel ribollire del sangue montava fino alle arterie del collo, ne sentiva il rimbombo nell’orecchio appoggiato sul cuscino: un martellare ritmico, simile allo sferragliare del treno che si trasforma in nenia, in litanìa.
In anatema.
Le condizioni sono queste, aveva detto la vecchia. Se entro ottobre non rientrate, vi posso offrire un’altra scadenza. A dicembre chiudiamo i conti, la settimana prima di Natale. Se ancora non siete rientrata, mettiamo a lavorare la figlia vostra.
Aveva accettato.
Le sembrava impossibile non riuscire a saldare il debito contratto, era certa che ce l’avrebbe fatta, come sempre, come in passato.
E’ solo che questa volta le cose si erano messe peggio e per pagare gli interessi, mese per mese, si era rivolta ad altri.
Adesso si sentiva come una mosca intrappolata in una ragnatela, come un agnello nella gabbia del leone affamato. Di suo non aveva più niente da offrire. Le restava la figlia.
E dove la mettete a lavorare?, aveva chiesto con apprensione, pensando all’Università da terminare, a quella proposta che la ragazza aveva ricevuto mesi addietro per studiare fuori. Un tirocinio di alcuni mesi, per imparare la professione.
Mi avete detto che la ragazza parte per studiare, è vero? La mettiamo a lavorare là. La mattina studia e il pomeriggio ci segue gli interessi. E’ una cosa da niente: gira per qualche ristorante, si informa. Le paghiamo qualche aereo per tornare a casa, ogni due settimane. In fondo di niente, si tratta: portare un pacchetto a certi amici, due volte al mese.
E che ci sta in questo pacchetto?
Ma niente, effetti personali, qualche cosa da mangiare, qualche medicina che là non si trova. Sapete come sono gli emigrati? Si fissano. Dicono che l’aspirina là nun è bbona. Ci manca la A finale. Con l’Aspirin lle vene ‘o male ‘e capa, lle vengono ‘e penziere. Con l’Aspirina, invece, lle passa tutte cosa. Quella l’aspirina nostra sta facendo furore, mo’ la vogliono pure i tedeschi.
E se invece della ragazza mi mettete a lavorare a me?, aveva chiesto timidamente. Pure io la posso portare l’aspirina.
La vecchia aveva riso. Una risata scassata, sguaiata. Una risata di scherno. Poi aveva aggiunto, secca: voi non siete adatta, vi fate troppe domande. Voi pensate solo a far studiare la ragazza, che al resto ci pensiamo noi. E trovatevi un lavoro, che così questi soldi me li restituite entro dicembre e non ne parliamo più.
A fine ottobre si era risolta a parlarne alla figlia.
Ma tu ci devi andare per forza in Germania?
Non è che è per forza. Mi hanno offerto una borsa di studio.
E che vai fare?
Te l’ho spiegato non so quante volte. Un tirocinio. Mi fanno fare esperienza al Ministero dei Lavori Pubblici. Un lavoro di comparazione sulla normativa degli Appalti. Hai presente quando si costruisce un ospedale, una caserma? Il modo in cui si dà da lavorare agli altri, i contratti, le gare, le penali. La sicurezza. Queste cose qua, insomma.
E pure i prestiti?
Pure i prestiti, sì. Le fidejussioni, le agevolazioni. Tutto, insomma.
E quando te lo sei imparato poi che fai?
Poi vediamo. Magari mi chiamano a lavorare qua, mi fanno fare la consulente.
Ho trovato una signora che ti paga l’aereo per tornare a casa due volte al mese. In cambio va trovando che le porti delle medicine a certi amici suoi. Lo sai che l’aspirina tedesca fa venire mal di testa?
Io non voglio tornare ogni due fine settimana, le mandasse per posta.
Dice che se le rubano, che l’aspirina nostra è troppo buona.
Ma che stronzata!
E che so’, sti parole?
Niente.
E allora? Che ne pensi?
Penso che te ne vieni in Germania pure tu, stiamo là sei mesi e poi vediamo. Io no, non posso venire. Devo stare qua a pensare alla casa. E poi tengo il lavoro al ristorante.
E te lo trovi là, un altro lavoro. Sta pieno di ristoranti italiani. Vedi che qualcosa la trovi.
Mi pare brutto, tu stai al Ministero e mammà lava i piatti. Se lo viene a sapere qualcuno, non è bello. Io non ci posso venire. Tengo male ‘e capa e l’aspirina là nun è bbona.
Ce la portiamo da qua l’aspirina. E pure le vitamine. E se manco ti passa prendiamo altri provvedimenti. Quanti debiti tieni?
E che ne sai tu dei debiti?
Si era alzata di colpo, la ragazza. Come scossa da un disgusto improvviso. Un disgusto che le covava dentro da mesi, forse anni. Un disgusto represso sotto i capelli lisci, il cerchietto a reggerglieli, le unghie curate, l’italiano perfetto. Un disgusto carico di colpa con il quale non riusciva a venire a patti, mai.
Nemmeno di sera, quando sentiva la madre agitarsi nel letto e per non pensarci inghiottiva un’aspirina. Simili a quelle della vecchia, quelle che per un po’ tolgono mal di testa e cattivi pensieri. Che le piaceva credere che prima o poi sarebbe tutto finito.
Aveva chiesto la Francia e le avevano offerto la Germania.
E’ un Paese dove abbiamo maggiori interessi strategici, le aveva detto il professore. L’edilizia nostra è forte, si deve consolidare su quel mercato, arrivarci senza perdersi per vie traverse, direttamente. Poi vedi che qualcosa la troviamo pure qua, una collaborazione. L’importante è essere presenti. Contiamo moltissimo su di te.
Mia madre lava i piatti in un ristorante. Stiamo piene di debiti, aveva detto lei a mezza voce, ma ferma.
Per poco, durerà ancora poco. Poi vedi che vi sistemiamo, abbi fiducia. L’importante è che ti fai conoscere, poi il resto viene da sé.

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