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Notte chiara e piena di stelle

luglio 4, 2012

Un po’ complice la luna, la sconfitta dell’Italia, più una serie di cose che non starò a dettagliare, ma soprattutto la moto – ho paura ad andare in moto, mi è venuta quando salivo su quella di mio padre, che correva come un pazzo, incurante di tutto, era forse l’unico modo in cui esprimeva le sue ribellioni, l’opposizione alle costrizioni della quotidianità, correre, correre, azzardare sorpassi e curve pericolose, correre senza paura della morte, per ingoiare la paura della morte, che se avesse potuto correre anche negli ultimi giorni lo avrebbe fatto, ne sono certa, ed ho una tale paura della moto, sui lunghi tragitti, che riesco a fare cose tremende, addirittura ad addormentarmi sulla schiena del guidatore, a entrare in uno stato di trance in cui mi auto ipnotizzo con immagini, pensieri, piccoli mantra ripetuti a oltranza – insomma nell’ultimo tragitto in moto, che non sarà durato più di un’ora e mezza, ma era notte, una luna enorme e bianca, la strada deserta, ebbene io pensavo al vizio.

A tutti i vizi, alla dinamica del vizio. Al vizio senza alcuna valutazione di tipo morale. Semplicemente come abitudine ossessiva e incoercibile, la ripetizione a oltranza di qualcosa che non riusciamo a dismettere, che ci tiene continuamente in bilico tra il godimento – o una sua parvenza – e il disgusto, in tutte le sue forme, anche le più lievi. Il fumo quando hai la tosse, per esempio.

Che per anni ho pensato che il vizio fosse una patologia della volontà, un sapere ma “non riuscire a” e dunque perdersi. Poi, quando le cose mi sono diventate più chiare, dopo tanto tempo, ero arrivata alla conclusione che fosse una patologia dell’azione, che in parte era connessa a quella della volontà, ma non del tutto. Un maldestro calcolo di traiettorie, e immaginavo una balistica apposita, un procedere sulla base di impulsi e poi per successivi moti inerziali, in cui la volontà, anche se presente, poteva poco o nulla, era esclusa. Come se la volontà potesse afferire solo ai calcoli della balistica interna, mentre quella esterna era affidata ad altri sorti cinematiche. Insomma, non lo so dire bene, su questo campo mi muovevo a tentoni, sentivo che c’era qualcosa di poco chiaro.

E invece l’altra sera, all’improvviso, ho avuto la sensazione che il vizio fosse una patologia del desiderio. Che si formasse dove non c’era più desiderio, o fosse impossibile affrontarlo.

Mi sono detta che il desiderio si fonda sul vuoto, sulle assenze, su una penuria che chiede di essere soddisfatta e che prende del tempo per formarsi e riconoscersi. Il desiderio è un po’ la palestra delle scelte, il laboratorio in cui si costruisce l’esistenza: si desiderano così tante cose, le si osserva in distanza, le si immagina nel loro compiersi. Si familiarizza poco per volta con le possibilità e poi, se si può, si sceglie. Se non si può, si attende. Che si tratti di abiti, case, cibi, donne, viaggi, ambizioni lavorative, libri, oggetti. Il desiderio ha bisogno di lentezza e tempo, di una certa capacità di contenimento. Il desiderio, per esprimersi, ha bisogno di limiti. A volte non ha interesse a compiersi, è solo una fucina di possibilità, un’officina piena di  impianti di alimentazione per il quotidiano. Il soddisfacimento di un desiderio a lungo coltivato non ammette compromessi e scorciatoie, è una risoluzione estremamente specifica. Altrimenti non è un desiderio, ma una voglietta.

Il vizio invece nasce da altro, mi è sembrato. Da una pulsione, da un pieno che ha bisogno di svuotarsi. Dall’incapacità di sentire il proprio desiderio, quale che ne sia l’oggetto, perché quel vuoto è terribile da sopportare. La compulsione è la cancellazione dei desideri più profondi e l’impossibilità di un soddisfacimento, è una rincorsa folle senza scelta, è l’impossibilità di prendersi del tempo per conoscere, sapere e sapersi, scegliere.

Sono cose che si imparano da piccoli. Ci sono bambini che si finiscono un pacchetto di caramelle in cinque minuti e bambini che le mangiano con metodo e costanza. Ci sono bambini che strepitano fuori dai negozi di giocattoli e bambini che  sbavano con riserbo e vanno oltre, gli occhi luccicanti e il sorriso. Si viene educati all’attesa da chi ha pazienza, alla soddisfazione immediata da chi non sa educare. Perché a volte il pianto di vuoto dei bambini risveglia il ricordo di simili vuoti negli adulti. Ma questo ora non mi interessa.

Il vizio annienta, in tutti i sensi possibili. Perché appunto, nasce da un eccesso e lo svuota, lo scarica, anche quando apparentemente si tratta di compiere accumulazioni. Il desiderio fa fiorire, arricchisce, con una dinamica del tutto opposta.

L’ossessione toglie valore alle cose, che diventano tutte uguali, e a chi ne fruisce, che le accumula perdendo valore personale e capacità di individuazione.

Il desiderio non frustra, è la pulsione a frustrare. Il desiderio ha una componente cognitiva e una volitiva. La pulsione è cieca e monodirezionale. Finge di assecondare bisogni essenziali e invece mente.

Il desiderio sta sotto le stelle e attende.