Corsica mari e morti

Quello che mi ha colpito, immediatamente, è stato il concetto di cimiterialità diffusa: i morti non stanno tutti insieme, in un unico cimitero, ma sono dispersi tra mare e collina, punteggiano il panorama di lapidi, cappelle familiari, iscrizioni, piccoli emplacement.

La Corsica è piena di morti. I morti stradali, dietro ogni grande curva.  I morti in montagna, dove il sentiero si fa più scosceso. I morti residenti. I morti rimpatriati. All’inizio ho pensato che la dispersione derivasse dall’impossibilità di accedere, data la conformazione geografica, a grandi spazi in cui concentrare i defunti. Per questo occorre sparpagliarli, delocalizzarli lì dove c’è spazio. Anche di fianco al campeggio del signor Bartho, che per un attimo ho pensato che si trattasse di turisti incornati dal cinghiale indipendentista. E però mi pareva strano, ricordavo che una legge di fine Ottocento obbliga alla creazione dei cimiteri, in aree lontane dalle abitazioni. E forse, se non erro, si tratta addirittura di una legge francese, ma non ne sono certa.

Poi un po’ il Secretario mi ha detto che era un fatto di derivazione romana, un po’ mi sono documentata e per finire l’ottima Sicilia mi ha spedito dritta dritta in libreria, dove mi sono procurata questo minuscolo libro di Sebald, Le Alpi nel mare, e ci ho trovato dentro un lungo racconto dal titolo Campo Santo, che ha risposto a tutte le mie domande.

Ci sono cose che galleggiano sotto la superficie del ricordo, che ti lasciano una traccia, ma non sai esattamente da dove comincino. Poi una chiacchierata con la mia compagna di viaggio mi ha rinfrescato la memoria: Napoli, Cimitero monumentale, primi anni ‘70. Passeggio con la nonna che va a mettere fiori alla cappella del nonno e intanto leggo le lapidi. Qui c’è Totò, vedi?, è morto pochi giorni prima che nascessi tu. Io adoro Totò, come tutti i bambini. Ma più di Totò mi rapisce una statua: la Morte che con un lungo velo strappa dalle braccia di una mamma disperata la sua bambina. Una cosa raccapricciante. L’avevo completamente dimenticata e me ne sono ricordata all’istante, in tutta la sua completezza. E’ da lì che ho iniziato ad appassionarmi alle necrologie. E’ da lì che non ho mai più messo piede per decenni in un cimitero. Da mio padre ci sono stata solo una volta, e poi sono fuggita. Era totalmente privo di senso. Subito prima che morisse mio padre, ho letto La solitudine del morente, di Norbert Elias. Ho capito perché non andavo al cimitero. Leggendo Sebald, l’ho capito meglio.

Scrive Sebald, a proposito del cimitero di Piana, negli anni ’70: In parecchi punti le erbacce incorniciano già le piccole lapidi (…) e la maggior parte delle quali reca soltanto la laconica scritta Regrets éternels – come quasi tutte le formule con le quali esprimiamo il nostro affetto per coloro che ci hanno lasciato, anche questa non è priva di ambiguità, perché i superstiti annunciano sì con somma conclusione la loro inconsolabilità, ma nel contempo, a bene vedere, quasi inoltrano un’ammissione di colpa ai loro morti, una fredda richiesta di indulgenza rivolta a chi, troppo presto, abbiamo messo sotto terra. (…) le pietre più poderose vengono poste di regola sui sepolcri dei più ricchi, perché soprattutto nel loro caso è vivo il timore che contestino l’eredità toccata ai discendenti e possano così tentare di riprendersi il bene perduto.

Non esistono date di morte antecedenti all’inizio del secolo passato. Questo, spiega Sebald, perché, a parte i poveri e i protestanti, nessuno utilizzava i cimiteri comunali, istituiti nel 1893. “A quanto pare, i famigliari non volevano, o non osavano, portar via un morto, a suo tempo padrone di un pezzo di terra, dal luogo di sua proprietà e in cui era vissuto. La sepoltura nella terra avita, usanza secolare in Corsica, equivaleva a un contratto di inalienabilità di quella terra, contratto tacitamente rinnovato di generazione in generazione. (…) In questi luoghi (…) i morti rimanevano per così dire a casa loro, non venivano esiliati e potevano ancora vigilare sui confini della loro proprietà.(…) il destino dei morti privi di beni fondiari, invece, (…) fu per molto tempo quello di essere semplicemente cuciti dentro un sacco e gettati in un pozzo. (…)”

Segue un dettagliato racconto su usi funebri, lamentatrici, rapporto con l’aldilà e i fantasmi, la vendetta degli spiriti solitari.

Conclude, Sebald: oggi sono ancora accanto a noi, i morti, ma talvolta mi viene da pensare che spariranno presto. Adesso, al punto in cui siamo, con il numero dei vivi che in soli trent’anni è raddoppiato sulla Terra e che con la prossima generazione rischia di triplicarsi, non abbiamo più motivo di temere quello che un tempo era il potentissimo mondo dei morti. Perdono importanza a vista d’occhio. (…) Debbono essere tolti di mezzo il più in fretta possibile e nella maniera più radicale. (…) bisogna di continuo gettare a mare la zavorra, dimenticare radicalmente tutto ciò di cui ci si potrebbe ricordare: l’infanzia, le origini, i progenitori, gli avi. (…) E muovendo da un presente immemore verso un futuro che l’intelligenza di nessun individuo riuscirà più a comprendere, alla fine anche noi lasceremo la vita, senza provare alcun bisogno di restarvi ancora per qualche istante almeno, o di potervi se mai fare ritorno.

Altrove ho letto che la Corsica è il paese del simbolo, che tutto è signum. E’ difficile frequentare paesi così antichi e complessi in pieno agosto, in mezzo a migliaia di turisti. Si torna a casa a mani vuote, con la necessità di cercare di capire. Ho voglia di Corsica invernale, al riparo da sguardi continentali. Di signa che si svelino e si lascino scorgere. Di cose che raccontino. A me, che ho fame insaziabile.

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Una Risposta to “Corsica mari e morti”

  1. certepiccolemanie Says:

    https://www.facebook.com/media/set/?set=a.4626033053890.187698.1384699484&type=1 (le foto)

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