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Laudatio funebris

ottobre 30, 2012

Sono passati dei mesi e ci ho pensato ancora, a questo concetto di cimiterialità diffusa. Ma questa volta l’ho portato all’interno, l’ho osservato da un punto di vista differente: il cimitero della psiche, i piccoli tumuli accumulati nel corso di una vita.

Moriamo molte volte.

Questo credo di averlo scritto tanto, tanto tempo fa.

Moriamo e rinasciamo, troppo spesso senza darcene conto. Convinti che sia sempre un andare lineare e monotono.

Invece è solo guardando indietro che ci si accorge di curve, pendenze, bruschi cambi di direzione.

Le piccole immagini votive installate agli angoli delle strade, le lapidi con cui si ricorda una fine improvvisa in quel luogo, le croci disseminate in tutto il mondo, sono anche dentro di noi, benché spesso dimentichiamo di onorarle e finiamo per lasciarle abbandonate, a ricoprirsi di terra ed erbacce, senza un minimo di rispetto e ricordo per ciò che di noi perdemmo, per ciò che ci morì dentro, per tutti quei lutti che ci sorpresero nel nostro andare, a causa di un colpo di sole, uno sbilanciamento dell’anima, un abbandono inopportuno, un tradimento della volontà, un atto di sconsiderata pigrizia, un grido strozzato mentre cercavamo di arrivare a una meta che non fu mai più raggiunta.

Se con uno sforzo riuscissimo a ricordare dove caddero, dove furono sepolte, dove furono abbandonate senza la giusta liturgia, forse saremmo più liberi.

Potremmo tornarci di tanto in tanto col ricordo, come ci si avvicina al ricordo di un figlio perduto, dire una preghiera e amen. Far pace e lasciare andare. Perdonare.

Ricordare e dimenticare, onorare e seppellire.

Tenere nella memoria e al tempo stesso rinunciare a indugiare per favorire resurrezioni che mai più potranno darsi. E concentrarci invece sulle resurrezioni possibili.

Custodire nel cuore il dispiacere di ciò che uccidemmo o barattammo incautamente, lasciandolo a morire in cambio di specchietti e lucciole.

In tutti questi anni ho scritto per portarmi alla luce, per esporre le ferite all’aria ed evitare che continuassero a suppurare. Farne cicatrici. Perché quando un dolore o una ferita colpiscono una porzione dell’anima e della mente e non vengono portate allo scoperto, non vengono nominate quel numero sufficiente di volte a riportarle a galla, non solo la ferita marcisce, ma si estende anche alle parti vicine.

E’ come il mio alluce rigido che mi obbliga a posture innaturali e nel tempo mi fa dolere le anche e la schiena.

Un dolore trascurato alla lunga immobilizza tutto il corpo. E lo stesso vale per i dolori segregati nello spirito. Quando un dolore non può essere condiviso o confidato, diventa un segreto che intossica tutta la vita.

Quando un dolore non trova le parole per farsi strada, erompe in forme sbagliate e di nuovo viene ricacciato in profondità, per paura che altri lo vedano. Da noi stessi o da quegli altri che lo videro e se ne sentirono minacciati e spaventati.

Per questo il lutto da sempre, in tutto il mondo, ha colori e capi riconoscibili: serve a informare che la persona si sta curando, sta cercando di riemergere a se stessa. Per questo il lutto si portava addosso: un capo espiatorio necessario a non cercare, fuori di sé, capri espiatori per il proprio dolore. Aver rinunciato ai colori del lutto ha simbolicamente cancellato la possibilità di morire un poco coscientemente e consapevolmente rinascere.

Ci sono dispiaceri che si sono talmente estesi da trasformarsi in identità, e perennemente esposti sembrano guarire. Ma poi, quando il tempo cambia, la cicatrice ricomincia a dolere, come il mio pollice destro, che dopo tanti anni e terapie, ancora, nei giorni di pioggia, si risveglia con un dolore interno, profondo. Non mi sentirei mai di colpevolizzare il mio povero pollice per il suo dolore, per la sua incapacità di funzionare a perfezione, di aprire un tappo di bottiglia, ad esempio. E nessuno si azzarderebbe a schernire il mio inutile pollice che non guarirà mai più perfettamente.

Così come non si dovrebbero schernire quei dolori accumulati nel corso di una vita e che quando non riescono a dirsi, o si dicono male, si trasformano in vergogna corrosiva, in un lutto che non ha mai fine perché mai viene riconosciuto e perché mai, in alcuni casi, potrà concludersi per sempre, giacché sempre verrà riattivato da qualcosa che lo ricorda: una parola, un timbro di voce, una giornata uggiosa. Ed ogni volta si accompagnerà all’incapacità di dirsi, al timore di nominarlo ed essere respinti per la propria ferita purulenta.

Fino a che non si avrà il coraggio di seppellirlo per sempre e piangerci sopra, tutte le volte che sarà necessario.

Vorrei un capo a lutto da indossare per le mie ovaie, per i sogni abbandonati, le speranze tradite, per tutti i miei incidenti di percorso, per gli errori che minarono la fantasia, le idee, per i brandelli di coraggio defunti.

E poi intonare un lungo canto funebre e tornare a fiorire con la benedizione delle mie piccole morti.

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