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Di sogni (e bisogni)

novembre 15, 2012

Ho sognato che ero in Puglia, dalle parti di Brindisi, con mio padre. E che per tornare a casa invece di prendere l’autostrada, ci imbarcavano su un vecchio ferry che ci portava in Albania.

C’era un mare bellissimo e sole, tanto sole.

Chiedevo dunque a mio padre il perché di quella deviazione e mi rispondeva che doveva cambiare dei soldi: aveva enormi mazzette di banconote albanesi e voleva degli euro.

Non me ne stupivo, effettivamente un po’ meno di trent’anni fa avevamo pianificato un viaggio da quelle parti, ma giunti al confine non ci vollero rilasciare il visto: era l’epoca in cui i turisti autonomi non potevano entrare, solo gruppi organizzati, che avrebbero dovuto lasciare il bus alla frontiera in custodia, salire su uno del luogo e sottostare ad una serie di regole e itinerari obbligati.

Mio padre si incazzò e disse: albanesi di merda, uno viene fino qua per conoscervi, portarvi soldi, e voi fate tutte queste storie.

Così facemmo il giro largo e arrivammo in Grecia attraversando la Macedonia e qualche altro di questi stati che per me, ancora oggi, si chiamano Yugoslavia. Tagliammo campagne piene di corvi e bambini con le vesti stracciate, ci fermammo a dormire in alberghi polverosi che un tempo avevano goduto di un certo prestigio e che a quel tempo ospitavano militari e prostitute. Le puttane avevano dei visibili rossetti in tutte le sfumature del rosa, dallo shocking fino a dei fucsia improbabili. Gli stessi che andavano di moda in Italia.

Mio padre ci intimò, a me e mia sorella, di lasciar perdere i nostri lucidalabbra, almeno per quella sera.

Una sera per strada c’erano solo due tizi dall’aria decisamente europea, anzi, dichiaratamente italiana.

Poteva essere Skopje, non lo ricordo più. O Pristina.

I due passeggiavano discutendo, lungo una strada dove l’illuminazione era fioca fioca.

Mio padre scese dall’auto e chiese un’indicazione per un albergo decoroso in cui portare a dormire la famiglia.

I due tizi erano l’Ambasciatore italiano e un funzionario, forse il direttore, dell’Istituto per il Commercio con l’Estero. Si stupirono molto della presenza di loro connazionali in quelle terre: loro erano lì per una riunione, venivano da Belgrado, che faceva schifo uguale, a loro dire, ma era molto meglio. Almeno c’era qualche ristorante, qualche bar.

Ci raccontarono che conducevano una vita assai grama, e nel salutarci ancora si stupivano che un uomo apparentemente sensato, con moglie, e due figlie poco più che adolescenti, si avventurasse per quelle lande sperdute. Ci indicarono un Grand Hotel che aveva una sala da pranzo piena di specchi, ori e nessuna eleganza. I camerieri corsero a indossare delle giacche beige piene di macchie e uno tolse la valigia dalle mani di mio padre e restò in attesa di una mancia. Mangiammo malissimo, me lo ricordo ancora. Con questa specie di avvoltoi alle nostre spalle, impegnati in un apparente servizio a cinque stelle che in realtà era del tutto raffazzonato, come di qualcosa imparata anni e anni prima e mai messa poi in pratica, usata così poche volte da averne dimenticato modi e tempi.

Ma torniamo al sogno.

Sul ferry c’era un sacco di gente e una tavola calda. Avevo fame e mio padre mi ha preso un piatto freddo: formaggio insapore e prosciutto di Praga. C’era gente che mi si avvicinava. In particolare, mi ricordo di una donna giovane, sui venticinque, trent’anni, bassina e minuta, con i capelli a caschetto sporchi e una dentatura inguardabile, completamente cariata. Voleva chiacchierare, era gentile. Mio padre mi diceva di fidarmi, che le cose erano cambiate.

Poco più in là ho intravisto una figura nota, il barista del ferry. In realtà è il bidello della scuola di mia figlia, di pelle olivastra e con un accento indefinibile, che a me pare calabrese, ma ho seri dubbi da come pronuncia alcune consonanti. E’ albanese, mi ha detto mio padre, non lo sapevi?

E ha continuato: anche la donna delle pulizie del mio ufficio, lo era. Ci sono moltissimi albanesi, a Caserta. Sono lì dalla Seconda Guerra Mondiale, molti si sono fatti italianizzare il nome e non li distingui più.

Sbarcati a terra siamo andati alla banca. Hanno fatto un po’ di storie, dicevano che la valuta era ormai fuori corso, ma mio padre ha abbassato la voce spiegando ragioni che non ho potuto udire. L’uomo allo sportello ha fatto un grande sguardo di comprensione, ha annuito con la testa e ha effettuato immediatamente il cambio.

Perché vuoi cambiare questi soldi, giacché sei morto e non ti occorrono?, avrei voluto chiedergli. Improvvisamente, rendendomi conto che era un sogno, e che nella realtà lui non esiste più.

Ma volevo restare nel sogno, per sapere come andava a finire.

Non l’ho chiesto, invece, ma le modalità oniriche sono strane: è come se lo avessi pronunciato ugualmente, mentre credevo fosse rimasto un pensiero sospeso.

Mi ha detto: abbiamo fatto un giro un po’ lungo per tornare a casa, è vero, ma ho pensato che questi soldi potessero servirti adesso.

Poi mi sono svegliata. Saranno state le sei, la casa era fredda e silenziosa.

Ho rimarcato la solitudine del mio letto e ho abbracciato l’altro cuscino. Poi mi sono alzata per fare un caffè e mi sono messa a guardare le foto dell’Albania: ha davvero un mare stupendo. C’è una bellissima città che si chiama Berat, con una forma che ricorda il Potala.

Un po’ mi è venuto da ridere, ho rimesso insieme i pezzi della realtà: il mio Presidente che per prendermi in giro mi dice che mi trasferirà in Mongolia, le due mail ricevute la scorsa settimana da docenti kosovari conosciuti in estate che si chiudevano con un invito nel loro paese, l’ennesimo assegno staccato nel pomeriggio di ieri al mio avvocato, il giro esteso e costosissimo che compio da anni per risolvere un problema.

Tutto ciò che ho sognato aveva un perché e un suo filo logico.

Tutto, forse anche il mio letto vuoto che avevo imparato a sognare abitato.

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E’ la soggettiva del pollo arrosto che senza testa pensa più di prima la sua coscienza rimane sveglia giudica tutto quello che passa. (cit.)

novembre 8, 2012

Un po’ per ateismo conclamato, un po’ per indole bohémienne e forse un po’ per un innato spirito di contraddizione con il quale credeva di poter riuscire a fronteggiare le difficoltà della sua vita senza rimuoverne realmente cause od ostacoli, aveva deciso che a differenza del Salvatore dell’umanità, lui sarebbe stato semplicemente Salvatore di se stesso, invertendo nella meccanica il principio di causa ed effetto, la tempistica, la natura delle cose.

Invece di morire e risorgere, lui voleva risorgere e poi morire.

E dunque, nonostante l’ateismo conclamato, l’indole bohémienne e l’innato spirito di contraddizione, decise in ogni caso di fare appello a una cronologia esistente, a un dato da ribaltare: lui sarebbe risorto al venerdì e piano, dolorosamente, si sarebbe poi lasciato morire nel corso del sabato per culminare in una crocifissione la domenica sera.

Poi, seguendo il corso naturale delle cose, dal lunedì mattina avrebbe cercato nuovi stimoli, piccoli segni di vita che di nuovo, con improvviso sussulto, lo avrebbero ricondotto al giovedì, pronto a riprendere il ciclo di Resurrezione e Morte.

Detto in modo più prosaico, aveva un’amante e riusciva a incontrarla solo il venerdì: al principio della settimana lei lavorava in un’altra città e nel fine settimana lui, lontano dall’ufficio, dalle distrazioni di una vita carica di impegni e fastidi, ma soprattutto dalla possibilità di accedere liberamente al telefono, al pc, a qualsiasi mezzo gli consentisse contatti fugaci e intensi con l’amato bene e costretto a ripiegare sulla necessità di essere presente, totalmente presente alla famiglia, non aveva altra possibilità che lasciarsi morire.

Il sabato la morte iniziava con un lento risveglio annoiato, cui faceva seguito l’accodarsi alle attività richieste dal caso: la spesa al supermercato, l’accompagnamento dei figlioli a scuola. Si protraeva semi agonizzante per tutto il pomeriggio e definitivamente, alla domenica, che trascorreva interamente sul divano imbambolato davanti a una tv i cui programmi gli arrivavano come una lontana eco di preghiera, un salmodiare ripetuto, si lasciava morire entro l’ora di cena.

Sua moglie pensava fosse depresso e nonostante i ripetuti tentativi di rianimarlo – proponendogli escursioni, serate teatrali, innovazioni nella lingérie, per quanto acquistata dal cinese all’angolo, compagnia di amici, quantunque pochi – a un dato momento si arrese e confidando nei suggerimenti delle vicine di casa e delle fidate amiche, decise di vuotare il sacco con quelle quattro o cinque che maggiormente le ispiravano fiducia o che avessero un discreto curriculm vitae a far da referenza nel settore: affari matrimoniali irrisolti.

Luigia, che aveva studiato da biologa, sentenziò che forse sì, la depressione poteva essere una ragione, ma che forse no, non del tutto. Piuttosto una questione ormonale, ma non una storia di testosterone, come qualcun’altra volle intendere ammiccando, no. Cortisolo, l’ormone della paura e della fuga.

Ma se non si muove di un passo dal divano, rispose la moglie. Da cosa fugge?

Ma da te, da te, mia cara. Non hai idea di come tu possa spaventarlo?

Non ce l’aveva, la poverina. Spaventarlo, poi. Un uomo grande e grosso come Salvatore. Il poverino – lo considerava ancora un poverino, forse una vittima di qualche ingiustizia subita al lavoro e che lui, con orgoglio e ostinazione cercava di celare – più che spaventato sembrava annoiato a morte.

Ma non è che niente niente…?, sottolineò Amelia, la dirimpettaia,  al secondo consulto.

Niente niente che?

No, per dire…altri interessi.

Un’amante?, sbigottì la moglie. E quando succederebbe, se quello fa casa ufficio ufficio casa?

In ufficio, per l’appunto.

No, in ufficio no. La moglie ne era certa. Più che certa, certissima. Aveva visto Antonietta, l’unica donna dell’organico, e tanto le era bastato.

Amelia non si lasciava scoraggiare, non demordeva: ma non per forza un’amante femmina, Felicia. Magari un compagno maschio.

Ma chi, Salvatore?

Ma se solo, pensava Felicia tra sé e sé, se solo all’idea che il figlio di sette anni gioca con le pentoline, già lo vuole portare dall’endocrinologo per paura che diventi ricchione…ma non scherziamo su, ma quale amante masculo e amante masculo.

E però il sospetto pure un poco si insinuava.

Si sorprese dunque a fissarlo con maggiore attenzione, a spiarne gesti e modi di dire. Ma niente, nessun segnale in tal senso.

Si accorse però che il venerdì sera, quando tornava dalla partita di calcetto con gli amici, che da vent’anni a questa parte si ripeteva con immutata regolarità, aveva un che di diverso. Un odore buono, fresco. Una leggerezza d’animo.

Sicché concluse che forse il movimento, lo sport gli faceva bene, che andava coltivato.

Salvatore, amore mio, ma perché non vai più spesso a giocare a pallone? Tu non ti preoccupare di noi, me, i ragazzi. Vai quando vuoi tu: il sabato, la domenica, il martedì.

Salvatore la ascoltò perplesso.

E perché dovrei andare a giocare a pallone più spesso, di grazia?

Perché ti fa bene.

Passarono tre giorni.

Salvatore rimuginava sulle parole della moglie.

Era venerdì pomeriggio. Dopo la partita avrebbe incontrato Milena. Diminutivo di Maddalena. A lui piaceva Maddalena, gli dava quest’idea della trasgressione e del peccato. Era un nome eccitante. Ma lei niente, voleva essere chiamata Milena. Diceva che Maddalena era paesano, e poi suonava come una specie di maledizione, che fintanto che si fosse chiamata Maddalena la sua vita sentimentale si sarebbe trascinata per sempre così, da un uomo sposato a un altro impegnato. E che lei invece voleva una famiglia come tutti, un uomo solo per sé.

Ma io pure so’ sposato, ribatteva Salvatore. Allora tanto vale che ti chiamo Maddalena.

Nonsignore, Salvato’, tu per me, te l’ho detto tante volte, sei l’ultimo della categoria. Dopo di te viene uno scapolo che mi piglia e mi fa mettere la capa a posto.

E quindi non ci vediamo più, dopo?

E no, non ci vediamo più. Però per il momento stai qua e facciamo quello che dobbiamo fare.

Ma quel venerdì non funzionava, ci stava poco da discutere.

La partita era stata impegnativa, avevano vinto 7 a 3, che non succedeva da mesi e mesi. Un fiatone che un altro poco moriva sul campetto. Ma il fiatone non c’entrava, lo sapeva. C’entrava sua moglie, Maria Felicia, che all’improvviso lo voleva tenere fuori di casa.

Confidò le sue preoccupazioni a Milena.

E non sei contento, chiese lei?

No, non so’ contento, tu negli altri giorni non ci sei, rispose Salvatore. Che mentiva, in realtà non sarebbe stato contento lo stesso, questo pensiero di Maria Felicia che lo metteva fuori di casa per farlo stare meglio non lo convinceva proprio per niente.

Sicché il venerdì successivo, complice un poco di influenza, si risolse a rinunciare alla doppietta: niente partita e niente Maddalena. E voleva proprio vedere, che sarebbe successo.

Maria Felicia un poco si preoccupò per lo stato di salute e un poco si inquietò: l’idea di tenerselo a casa pure il venerdì sera con quella faccia appesa non si poteva proprio sopportare. Il venerdì era la sola serata in cui, uscito il marito, metteva a letto i figli e finalmente si prendeva un poco di tempo: la telefonata con l’amica, il libro, lo smalto sulle unghie dei piedi. Il venerdì sera non cucinava: comprava un pollo alla rosticceria e faceva la gioia dei bambini. Pollo, patatine e coca cola. E poi tutti a letto, felici e contenti.

Salvatore il pollo allo spiedo lo schifava. Non ne sopportava nemmeno l’odore: il sabato mattina era la prima cosa che diceva quando apriva gli occhi. La frase testuale era: il sabato mattina dentro a questa casa non si può campare.

E Felicia ad aprire le finestre e spruzzare deodoranti per l’ambiente. Ma non c’entrava il pollo, lei non lo sapeva.

Sicché quel venerdì, un poco delusa, si chiuse in cucina per preparare la cena, lasciando scontenti i bambini e lei stessa in primo luogo.

Salvatore vedeva le facce funeree e non se ne dava conto.

I suoi sospetti poco a poco si addensavano: neh, ma che succedeva a casa sua il venerdì di cui non si era mai accorto? Fosse che niente niente…

Poi si diceva che non era possibile, che a quell’ora i bambini stavano a casa con la mamma. Certo, dormivano. E quelli i bambini tengono il sonno pesante.

Così decise che la cosa non poteva passare liscia: lui, per un poco di venerdì, se ne sarebbe stato a casa.

Anzi, per essere più credibile: sarebbe andato pure a giocare e poi, invece di simulare la cena coi compagni di squadra, se ne sarebbe tornato a casa senza preavviso.

Quel fine settimana non risorse ma non morì neppure. Stava là, come sospeso in un limbo, con quel tanto di adrenalina necessaria ad assicurargli la sopravvivenza. Si scordò pure di mandare il messaggino della buona notte a Maddalena, Milena. Quella là, insomma.

Il venerdì pomeriggio, come d’abitudine, si preparò la borsa per andare a giocare.

Fece i saluti di routine, si avviò e per una serie di male azioni, dettate dalla scarsa concentrazione, perse pure due passaggi che avrebbero portato sicuramente a goal.

Poi con la faccia di quello che sa il fatto suo, si ritrovò a casa, trovandola inspiegabilmente vuota e senza odori di pollastro.

E sì, perché nel frattempo Maria Felicia le pensava tutte, cercava di andargli incontro in tutti i modi possibili: lo sport gli fa bene? E mo’ gli dico di andare giocare più spesso. La puzza di frittura gli dà fastidio? E vabbè, vuol dire che ce lo andiamo a mangiare dentro alla rosticceria, questo pollo. I bambini sono pure più contenti di fare l’uscita serale, non ci sono abituati. Poi quando torno metto i panni fuori al balcone e la casa resta profumata e magari il sabato mattina si sveglia un poco più contento.

Li aspettò per un’ora e mezza, Salvatore. Passando dall’incredulità alla rabbia alla disperazione.

Sicché quando lei aprì la porta, ridendo insieme ai figli, si trovò davanti un essere ricurvo, che nello spazio di un’ora e mezza aveva perso sette, otto anni.

Salvatore, disse lei, un poco sorridendo e un poco imbronciata, e chi ti aspettava. Ma è successo qualche cosa?

E che altro doveva succedere – ribatté lui – la fine del mondo?

Maria Felicia lascio correre, mise i ragazzini a letto e poi gli si avvicinò con dolcezza: Salvato’, ma che è?

Questa storia del venerdì sera deve finire, decretò lui.

Maria Felicia intristì lo sguardo: lo so. E’ per questo che l’ho fatto, stasera. E mi sono portata pure i bambini. Tieni ragione, io non l’avevo capito, prima.

E ti sei portata pure i bambini?, aggiunse lui in un tono di stupore misto a disprezzo.

E che dovevo fare? –  aggiunse lei – Io è per loro, che lo facevo. Certo, pure un poco per me, dopo una settimana passata a lavorare, a cucinare e la prospettiva di un fine settimana con te che stai sempre più triste. Per essere una mamma sorridente, un poco felice. Solo un poco. In questa casa, a queste condizioni, non si può più campare.

Salvatore non credeva alle sue orecchie: lei glielo diceva così, col massimo candore. Con lo stesso candore di cui anni e anni prima si era innamorato. Si sarebbe voluto arrabbiare come un pazzo, ma non ce la faceva. Teneva un senso di colpa così enorme che qualunque parola gli si sarebbe rivoltata contro come uno spiedo arroventato.

Disse solo: me lo giuri che è finita?

Lei si asciugò una lacrima e annuì.

Non ci sarebbe stata più nessuna Maddalena o Milena, lo giurò all’istante a se stesso.

Il sabato si alzò felice come non lo era da anni. Disse alla moglie di non cucinare.

Andò al supermercato da solo e un impeto di sconsiderata generosità prese un pollo appena arrostito, caldo caldo e zuppo di grasso. Entrò in casa come il cacciatore che riporta a casa le corna dell’alce.

Matteo lo guardò e stupefatto disse: un altro pollo,  papà? Ce lo siamo mangiato ieri sera!

Ma Salvatore non gli diede importanza e nemmeno afferrò il senso della frase.

Accarezzò il bambino sulla testa e rispose: e vuol dire che la settimana prossima non ce lo mangiamo e venerdì, invece della rosticceria, ce ne andiamo tutti a mangiare una pizza.

La speranza è il nome nobile che talvolta diamo ai nostri vacui e indicibili pretesti.

novembre 5, 2012

Alcune vite – o forse sarebbe meglio dire tutte le vite, in dati momenti – si basano su un pretesto, sull’accidente momentaneo, utilizzato come leva per scardinare positivamente tutto il resto.

Ci sono poi vite – alcune, non tutte – che si costituiscono quasi esclusivamente su pretesti e voltandosi indietro li si può mettere in fila, come una lunga scala a pioli che non conduce da nessuna parte.

O forse sì: un ampio belvedere sul vuoto.

Che non ci si deve sporgere troppo, la vertigine è immensa, la caduta fatale. Sicché conviene aggiungere un altro pretesto e prendere tempo, un altro piolo su cui appoggiare il proprio malfermo passo sperando in un riscatto, prima o poi.

Che non arriverà mai, se non al prezzo di ridiscendere i pioli uno ad uno, a ritroso, sentirli scricchiolare sotto i piedi, talvolta saltare di due, perché nel tempo uno dei pretesti è andato distrutto, dimenticato, e finalmente ritrovarsi con le ginocchia nel fango sottostante.

E forse la mia è una di queste, non lo so ancora per certo. Osservo il fango con un certo orrore e tuttavia un po’ lo desidero.

Rimasi sostanzialmente orfana all’età di sei anni.

Per il resto, mia madre continuò a vivere formalmente e a rappresentarsi quotidianamente nella mia vita. Rimasi orfana il giorno in cui, rientrando da scuola, la trovai in piedi sul davanzale della finestra, che minacciava di buttarsi giù.

Da allora persi la capacità di orientarmi e mi affidai alle mappe.

Ma furono mappe costruite meccanicamente, mappe semplici che non mi informano delle varietà climatiche, delle diversità biologiche, della complessità dei territori mentali che costituiscono l’Altro. Sono mappe che non indirizzano, ferme al tempo in cui furono prodotte, incuranti dei cambi di sovranità degli stati mentali o degli smottamenti prodotti dal tempo.

L’unica cosa che appresi, in quel momento, fu di non essere abbastanza buona per tenerla ferma, nelle pareti di casa, al mio fianco. Di non essere abbastanza.

Io mi ricordo di me che grido, un grido strozzato di terrore.

Ogni tanto me lo sogno, quel grido che mi paralizza, che mi impedisce qualsiasi movimento, che mi vieta di correre per afferrarle le gambe, per timore che un gesto troppo rapido possa sortire l’effetto contrario e spingerla da basso.

Ho un ricordo preciso, di tutto questo, benché sia occorso in una frazione di tempo brevissima e fulminea.

In quell’istante di tempo c’è stata un’implosione, nella mia testa: si è aperta una voragine che ha ingoiato tutto quanto si stava venendo a formare. Poi è ricresciuta l’erba, lì sopra, ma la terra della mia testa non mi ha mai restituito quello che aveva inghiottito. Sicché credo che oggi sia andato definitivamente perduto.

Ho condotto molti scavi, lì intorno, ma sempre affiorano frammenti indecifrabili: l’archeologia della mente è una scienza incerta, procede per teorie continuamente falsificabili.

Al suo posto, invece, sulla cicatrice della mia crosta cranica, è spuntato un ricordo rigoglioso, rampicante, che si insinua dovunque.

Mio padre restò fermo, impassibile. Tirò un profondo respiro e con voce ferma disse: buttati.

Lei si bloccò e piano ridiscese dal davanzale, per il tramite della stessa sedia che aveva utilizzato per salirci.

Cosa avvenne dopo non lo ricordo più.

L’unica cosa che rammento è che per un momento pensai che se lei si fosse davvero tirata giù, sarei rimasta accanto a un orco, un uomo insensibile. Ho impiegato anni e anni per farmi un’idea del fatto che non fosse esattamente così, ma non so se davvero ci sia ancora riuscita. Ho dati che non entrano nella mappa e forse non posseggo dati che la illuminerebbero. Mi manca la scala delle distanze emotive, l’altimetria delle vette del sentimento.

Mia madre aveva dei bellissimi denti, bianchi e perfetti.

Si era andata convincendo che avessero cominciato a ballarle tra le gengive e che di lì a poco li avrebbe perduti. Aveva meno di trent’anni e trascorreva l’intera giornata davanti ad uno specchio ben illuminato, avvalendosi dell’ausilio di uno specchietto più piccolo che si posizionava in bocca, a scrutarsi il palato e a toccare uno per uno i denti per controllare se fossero al loro posto, con il risultato, dopo mesi di esplorazione, di farseli davvero dondolare un pochino e far sanguinare le gengive.

Non riesco a ricordare se si fosse mai rivolta a un dentista, nel frattempo, ignorandone completamente le rassicurazioni, o se semplicemente mio padre avesse bollato la sua preoccupazione come una fissazione da non alimentare ulteriormente.

Fatto sta che apparentemente, nella mia testa, fu il terrore di perdere i denti a portarla sul davanzale. L’elemento scatenante della sua morte irreale.

Dopo quarant’anni mia madre continua a sognare denti che cadono.

Ed ogni volta se ne lascia intimorire. Ed ogni volta sono  presagio di lutto. E anche quando non lo è, è come se fosse.

Il giorno in cui svenni, spezzandomi un incisivo, otto anni fa, mi sentii presa dal terrore di ciò che potesse rappresentare. Il dente è stato ricostruito e non mostra imperfezioni, ma la frattura si è spostata in un luogo più interno, come una sorta di monito contro il pericolo del mordere.

Come Cappuccetto Rosso anche io devo stare in guardia dal lupo. E’ solo che il lupo ormai abita dentro di me e in alcune notti di luna piena non riesco a tranquillizzarlo. Allora vaga e mi morde le carni. A volte fugge, e torna dopo aver ucciso. Non per fame. Proprio come i lupi, che dopo lunghe carestie, uccidono tutto quanto trovano intorno, come per pareggiare i conti con la natura.

Dopo alcuni mesi dall’incidente del davanzale mi mandarono a vivere dalla nonna: pensavo a mia madre tutti i giorni, ossessivamente, al rischio che di nuovo potesse provare a tirarsi giù da una finestra. E che io non sarei stata lì a tentare di salvarla, che l’orco l’avrebbe spinta giù e poi sempre più giù.

Invece non ci provò mai più, ma nemmeno fu più felice o serena. O forse non lo era mai stata. Non so dirlo.

Non sapevo che anche lei saliva sulla sua scala di pretesti, incapace di scegliere se ridiscendere coraggiosamente nella melma o lanciarsi forsennatamente nel vuoto.

Rimasi dunque orfana, con l’imperativo di costituire il minor disturbo possibile. Ma non ci riuscii un gran che.

Dovetti essere pessima, piuttosto, perché dopo una decina d’anni assolutamente caotici fu mio padre, questa volta, ad andar via, per un tempo che a me parve lunghissimo. Ci lasciò dopo una scenata che distrusse mezza casa, ci impose lividi su tutto il corpo e un disperato bisogno di rifugiarci altrove.

La sua partenza ci precipitò in un tempo che avremmo potuto riempire se non di pace, quanto meno di serenità.

Ma non fu possibile.

Mia madre, l’ombra, alternava lamenti a scenate, minacce a penosi tentativi di impietosimento, improperi e autoumiliazioni. In quei mesi fummo più vicine all’ombra di quanto lo fossimo mai state: era l’unica cosa che ci restava e benché inafferrabile, benché impenetrabile e priva di sostanza, tuttavia l’unico riferimento possibile.

Un altro bambino, uno che fosse rimasto formalmente e sostanzialmente orfano, ne avrebbe subito sicuramente un danno. A me il mio pareva il peggiore di tutti, impediva di elaborare il lutto, di fare i conti con la perdita, di passare oltre. L’ombra era lì, tutti i giorni, e come una donna vera respirava, si nutriva, chiedeva cose e ne imponeva altre. Obbedivamo a un fantasma potentissimo che ci risucchiava energie senza rigenerarci, ma era troppo difficile da spiegare a chiunque.

Lo è ancora oggi, che abbiamo appreso le parole per dirlo, ma non la forza per pronunciarle per intero.

Mia sorella sedeva per ore sul letto, dondolandosi ossessivamente e sbattendo la nuca contro il muro, fino ad addormentarsi nel suo stesso stordimento.

Io mettevo parole in fila e poi strappavo i fogli prima di rileggerli, per paura che l’ombra conoscesse i miei veri pensieri e me ne privasse. Talvolta li mettevo in bocca e li masticavo, pezzetto dopo pezzetto, fino a farne una poltiglia quasi insapore che mandavo giù con ampi sorsi d’acqua.

Pensavo che il mio corpo, visto in controluce, sarebbe diventato una filigrana di parole e che un giorno, senza bisogno di parlare, qualcuno avrebbe letto la storia che raccontava, l’avrebbe decifrata, ricostruito per capitoli e paragrafi il caos con cui io la andavo stratificando e costruendo.

Mia madre si lasciò cadere in una lenta e vorace depressione, dalla quale emerse solo dopo mesi, forse un anno, uno e mezzo, quando lui tornò, in forma e affettuoso, e la portò a fare un giro in auto.

Le dissi: se esci da questa casa e vai con lui, ti odierò per sempre.

Non sapevo ancora che accade anche così, per brevi e folgoranti impulsi. Credevo che l’amore vero fosse questione di continuità e presenze. Lo avevo imparato per contrasto e fatto girare lungamente nella testa, in mezzo al vortice di tutti i pensieri. Infilato nelle fibre della carne, in attesa che qualcuno lo leggesse e me lo restituisse come fatto compiuto.

Lei scese lo stesso, e tornò, bella e innamorata, anche se sarebbe durato poco, pure questa volta.

Quel giorno imparai che un tradimento è semplicemente una promessa non mantenuta, un enunciato smentito da un’azione. O da una mancata azione, è lo stesso.

Quello che forse mai più imparai fu riuscire a distinguere tra le promesse che realmente riceviamo e quelle che da sole si formano dentro di noi, per una fame incontrollabile di appartenenza. Che non si chiamano promesse, ma speranze.

Se sono molto grandi, illusioni. Deliri. Onnipotenze.

E che nessuno dall’esterno può tradire, ma esclusivamente colui che da solo le ha formulate dentro di sé come ennesimo piolo di una scala di pretesti che non conduce in nessun luogo.

Ogni pretesto è solo un tradimento a se stessi.