Archive for novembre 2012

Di sogni (e bisogni)

novembre 15, 2012

Ho sognato che ero in Puglia, dalle parti di Brindisi, con mio padre. E che per tornare a casa invece di prendere l’autostrada, ci imbarcavano su un vecchio ferry che ci portava in Albania.

C’era un mare bellissimo e sole, tanto sole.

Chiedevo dunque a mio padre il perché di quella deviazione e mi rispondeva che doveva cambiare dei soldi: aveva enormi mazzette di banconote albanesi e voleva degli euro.

Non me ne stupivo, effettivamente un po’ meno di trent’anni fa avevamo pianificato un viaggio da quelle parti, ma giunti al confine non ci vollero rilasciare il visto: era l’epoca in cui i turisti autonomi non potevano entrare, solo gruppi organizzati, che avrebbero dovuto lasciare il bus alla frontiera in custodia, salire su uno del luogo e sottostare ad una serie di regole e itinerari obbligati.

Mio padre si incazzò e disse: albanesi di merda, uno viene fino qua per conoscervi, portarvi soldi, e voi fate tutte queste storie.

Così facemmo il giro largo e arrivammo in Grecia attraversando la Macedonia e qualche altro di questi stati che per me, ancora oggi, si chiamano Yugoslavia. Tagliammo campagne piene di corvi e bambini con le vesti stracciate, ci fermammo a dormire in alberghi polverosi che un tempo avevano goduto di un certo prestigio e che a quel tempo ospitavano militari e prostitute. Le puttane avevano dei visibili rossetti in tutte le sfumature del rosa, dallo shocking fino a dei fucsia improbabili. Gli stessi che andavano di moda in Italia.

Mio padre ci intimò, a me e mia sorella, di lasciar perdere i nostri lucidalabbra, almeno per quella sera.

Una sera per strada c’erano solo due tizi dall’aria decisamente europea, anzi, dichiaratamente italiana.

Poteva essere Skopje, non lo ricordo più. O Pristina.

I due passeggiavano discutendo, lungo una strada dove l’illuminazione era fioca fioca.

Mio padre scese dall’auto e chiese un’indicazione per un albergo decoroso in cui portare a dormire la famiglia.

I due tizi erano l’Ambasciatore italiano e un funzionario, forse il direttore, dell’Istituto per il Commercio con l’Estero. Si stupirono molto della presenza di loro connazionali in quelle terre: loro erano lì per una riunione, venivano da Belgrado, che faceva schifo uguale, a loro dire, ma era molto meglio. Almeno c’era qualche ristorante, qualche bar.

Ci raccontarono che conducevano una vita assai grama, e nel salutarci ancora si stupivano che un uomo apparentemente sensato, con moglie, e due figlie poco più che adolescenti, si avventurasse per quelle lande sperdute. Ci indicarono un Grand Hotel che aveva una sala da pranzo piena di specchi, ori e nessuna eleganza. I camerieri corsero a indossare delle giacche beige piene di macchie e uno tolse la valigia dalle mani di mio padre e restò in attesa di una mancia. Mangiammo malissimo, me lo ricordo ancora. Con questa specie di avvoltoi alle nostre spalle, impegnati in un apparente servizio a cinque stelle che in realtà era del tutto raffazzonato, come di qualcosa imparata anni e anni prima e mai messa poi in pratica, usata così poche volte da averne dimenticato modi e tempi.

Ma torniamo al sogno.

Sul ferry c’era un sacco di gente e una tavola calda. Avevo fame e mio padre mi ha preso un piatto freddo: formaggio insapore e prosciutto di Praga. C’era gente che mi si avvicinava. In particolare, mi ricordo di una donna giovane, sui venticinque, trent’anni, bassina e minuta, con i capelli a caschetto sporchi e una dentatura inguardabile, completamente cariata. Voleva chiacchierare, era gentile. Mio padre mi diceva di fidarmi, che le cose erano cambiate.

Poco più in là ho intravisto una figura nota, il barista del ferry. In realtà è il bidello della scuola di mia figlia, di pelle olivastra e con un accento indefinibile, che a me pare calabrese, ma ho seri dubbi da come pronuncia alcune consonanti. E’ albanese, mi ha detto mio padre, non lo sapevi?

E ha continuato: anche la donna delle pulizie del mio ufficio, lo era. Ci sono moltissimi albanesi, a Caserta. Sono lì dalla Seconda Guerra Mondiale, molti si sono fatti italianizzare il nome e non li distingui più.

Sbarcati a terra siamo andati alla banca. Hanno fatto un po’ di storie, dicevano che la valuta era ormai fuori corso, ma mio padre ha abbassato la voce spiegando ragioni che non ho potuto udire. L’uomo allo sportello ha fatto un grande sguardo di comprensione, ha annuito con la testa e ha effettuato immediatamente il cambio.

Perché vuoi cambiare questi soldi, giacché sei morto e non ti occorrono?, avrei voluto chiedergli. Improvvisamente, rendendomi conto che era un sogno, e che nella realtà lui non esiste più.

Ma volevo restare nel sogno, per sapere come andava a finire.

Non l’ho chiesto, invece, ma le modalità oniriche sono strane: è come se lo avessi pronunciato ugualmente, mentre credevo fosse rimasto un pensiero sospeso.

Mi ha detto: abbiamo fatto un giro un po’ lungo per tornare a casa, è vero, ma ho pensato che questi soldi potessero servirti adesso.

Poi mi sono svegliata. Saranno state le sei, la casa era fredda e silenziosa.

Ho rimarcato la solitudine del mio letto e ho abbracciato l’altro cuscino. Poi mi sono alzata per fare un caffè e mi sono messa a guardare le foto dell’Albania: ha davvero un mare stupendo. C’è una bellissima città che si chiama Berat, con una forma che ricorda il Potala.

Un po’ mi è venuto da ridere, ho rimesso insieme i pezzi della realtà: il mio Presidente che per prendermi in giro mi dice che mi trasferirà in Mongolia, le due mail ricevute la scorsa settimana da docenti kosovari conosciuti in estate che si chiudevano con un invito nel loro paese, l’ennesimo assegno staccato nel pomeriggio di ieri al mio avvocato, il giro esteso e costosissimo che compio da anni per risolvere un problema.

Tutto ciò che ho sognato aveva un perché e un suo filo logico.

Tutto, forse anche il mio letto vuoto che avevo imparato a sognare abitato.

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La speranza è il nome nobile che talvolta diamo ai nostri vacui e indicibili pretesti.

novembre 5, 2012

Alcune vite – o forse sarebbe meglio dire tutte le vite, in dati momenti – si basano su un pretesto, sull’accidente momentaneo, utilizzato come leva per scardinare positivamente tutto il resto.

Ci sono poi vite – alcune, non tutte – che si costituiscono quasi esclusivamente su pretesti e voltandosi indietro li si può mettere in fila, come una lunga scala a pioli che non conduce da nessuna parte.

O forse sì: un ampio belvedere sul vuoto.

Che non ci si deve sporgere troppo, la vertigine è immensa, la caduta fatale. Sicché conviene aggiungere un altro pretesto e prendere tempo, un altro piolo su cui appoggiare il proprio malfermo passo sperando in un riscatto, prima o poi.

Che non arriverà mai, se non al prezzo di ridiscendere i pioli uno ad uno, a ritroso, sentirli scricchiolare sotto i piedi, talvolta saltare di due, perché nel tempo uno dei pretesti è andato distrutto, dimenticato, e finalmente ritrovarsi con le ginocchia nel fango sottostante.

E forse la mia è una di queste, non lo so ancora per certo. Osservo il fango con un certo orrore e tuttavia un po’ lo desidero.

Rimasi sostanzialmente orfana all’età di sei anni.

Per il resto, mia madre continuò a vivere formalmente e a rappresentarsi quotidianamente nella mia vita. Rimasi orfana il giorno in cui, rientrando da scuola, la trovai in piedi sul davanzale della finestra, che minacciava di buttarsi giù.

Da allora persi la capacità di orientarmi e mi affidai alle mappe.

Ma furono mappe costruite meccanicamente, mappe semplici che non mi informano delle varietà climatiche, delle diversità biologiche, della complessità dei territori mentali che costituiscono l’Altro. Sono mappe che non indirizzano, ferme al tempo in cui furono prodotte, incuranti dei cambi di sovranità degli stati mentali o degli smottamenti prodotti dal tempo.

L’unica cosa che appresi, in quel momento, fu di non essere abbastanza buona per tenerla ferma, nelle pareti di casa, al mio fianco. Di non essere abbastanza.

Io mi ricordo di me che grido, un grido strozzato di terrore.

Ogni tanto me lo sogno, quel grido che mi paralizza, che mi impedisce qualsiasi movimento, che mi vieta di correre per afferrarle le gambe, per timore che un gesto troppo rapido possa sortire l’effetto contrario e spingerla da basso.

Ho un ricordo preciso, di tutto questo, benché sia occorso in una frazione di tempo brevissima e fulminea.

In quell’istante di tempo c’è stata un’implosione, nella mia testa: si è aperta una voragine che ha ingoiato tutto quanto si stava venendo a formare. Poi è ricresciuta l’erba, lì sopra, ma la terra della mia testa non mi ha mai restituito quello che aveva inghiottito. Sicché credo che oggi sia andato definitivamente perduto.

Ho condotto molti scavi, lì intorno, ma sempre affiorano frammenti indecifrabili: l’archeologia della mente è una scienza incerta, procede per teorie continuamente falsificabili.

Al suo posto, invece, sulla cicatrice della mia crosta cranica, è spuntato un ricordo rigoglioso, rampicante, che si insinua dovunque.

Mio padre restò fermo, impassibile. Tirò un profondo respiro e con voce ferma disse: buttati.

Lei si bloccò e piano ridiscese dal davanzale, per il tramite della stessa sedia che aveva utilizzato per salirci.

Cosa avvenne dopo non lo ricordo più.

L’unica cosa che rammento è che per un momento pensai che se lei si fosse davvero tirata giù, sarei rimasta accanto a un orco, un uomo insensibile. Ho impiegato anni e anni per farmi un’idea del fatto che non fosse esattamente così, ma non so se davvero ci sia ancora riuscita. Ho dati che non entrano nella mappa e forse non posseggo dati che la illuminerebbero. Mi manca la scala delle distanze emotive, l’altimetria delle vette del sentimento.

Mia madre aveva dei bellissimi denti, bianchi e perfetti.

Si era andata convincendo che avessero cominciato a ballarle tra le gengive e che di lì a poco li avrebbe perduti. Aveva meno di trent’anni e trascorreva l’intera giornata davanti ad uno specchio ben illuminato, avvalendosi dell’ausilio di uno specchietto più piccolo che si posizionava in bocca, a scrutarsi il palato e a toccare uno per uno i denti per controllare se fossero al loro posto, con il risultato, dopo mesi di esplorazione, di farseli davvero dondolare un pochino e far sanguinare le gengive.

Non riesco a ricordare se si fosse mai rivolta a un dentista, nel frattempo, ignorandone completamente le rassicurazioni, o se semplicemente mio padre avesse bollato la sua preoccupazione come una fissazione da non alimentare ulteriormente.

Fatto sta che apparentemente, nella mia testa, fu il terrore di perdere i denti a portarla sul davanzale. L’elemento scatenante della sua morte irreale.

Dopo quarant’anni mia madre continua a sognare denti che cadono.

Ed ogni volta se ne lascia intimorire. Ed ogni volta sono  presagio di lutto. E anche quando non lo è, è come se fosse.

Il giorno in cui svenni, spezzandomi un incisivo, otto anni fa, mi sentii presa dal terrore di ciò che potesse rappresentare. Il dente è stato ricostruito e non mostra imperfezioni, ma la frattura si è spostata in un luogo più interno, come una sorta di monito contro il pericolo del mordere.

Come Cappuccetto Rosso anche io devo stare in guardia dal lupo. E’ solo che il lupo ormai abita dentro di me e in alcune notti di luna piena non riesco a tranquillizzarlo. Allora vaga e mi morde le carni. A volte fugge, e torna dopo aver ucciso. Non per fame. Proprio come i lupi, che dopo lunghe carestie, uccidono tutto quanto trovano intorno, come per pareggiare i conti con la natura.

Dopo alcuni mesi dall’incidente del davanzale mi mandarono a vivere dalla nonna: pensavo a mia madre tutti i giorni, ossessivamente, al rischio che di nuovo potesse provare a tirarsi giù da una finestra. E che io non sarei stata lì a tentare di salvarla, che l’orco l’avrebbe spinta giù e poi sempre più giù.

Invece non ci provò mai più, ma nemmeno fu più felice o serena. O forse non lo era mai stata. Non so dirlo.

Non sapevo che anche lei saliva sulla sua scala di pretesti, incapace di scegliere se ridiscendere coraggiosamente nella melma o lanciarsi forsennatamente nel vuoto.

Rimasi dunque orfana, con l’imperativo di costituire il minor disturbo possibile. Ma non ci riuscii un gran che.

Dovetti essere pessima, piuttosto, perché dopo una decina d’anni assolutamente caotici fu mio padre, questa volta, ad andar via, per un tempo che a me parve lunghissimo. Ci lasciò dopo una scenata che distrusse mezza casa, ci impose lividi su tutto il corpo e un disperato bisogno di rifugiarci altrove.

La sua partenza ci precipitò in un tempo che avremmo potuto riempire se non di pace, quanto meno di serenità.

Ma non fu possibile.

Mia madre, l’ombra, alternava lamenti a scenate, minacce a penosi tentativi di impietosimento, improperi e autoumiliazioni. In quei mesi fummo più vicine all’ombra di quanto lo fossimo mai state: era l’unica cosa che ci restava e benché inafferrabile, benché impenetrabile e priva di sostanza, tuttavia l’unico riferimento possibile.

Un altro bambino, uno che fosse rimasto formalmente e sostanzialmente orfano, ne avrebbe subito sicuramente un danno. A me il mio pareva il peggiore di tutti, impediva di elaborare il lutto, di fare i conti con la perdita, di passare oltre. L’ombra era lì, tutti i giorni, e come una donna vera respirava, si nutriva, chiedeva cose e ne imponeva altre. Obbedivamo a un fantasma potentissimo che ci risucchiava energie senza rigenerarci, ma era troppo difficile da spiegare a chiunque.

Lo è ancora oggi, che abbiamo appreso le parole per dirlo, ma non la forza per pronunciarle per intero.

Mia sorella sedeva per ore sul letto, dondolandosi ossessivamente e sbattendo la nuca contro il muro, fino ad addormentarsi nel suo stesso stordimento.

Io mettevo parole in fila e poi strappavo i fogli prima di rileggerli, per paura che l’ombra conoscesse i miei veri pensieri e me ne privasse. Talvolta li mettevo in bocca e li masticavo, pezzetto dopo pezzetto, fino a farne una poltiglia quasi insapore che mandavo giù con ampi sorsi d’acqua.

Pensavo che il mio corpo, visto in controluce, sarebbe diventato una filigrana di parole e che un giorno, senza bisogno di parlare, qualcuno avrebbe letto la storia che raccontava, l’avrebbe decifrata, ricostruito per capitoli e paragrafi il caos con cui io la andavo stratificando e costruendo.

Mia madre si lasciò cadere in una lenta e vorace depressione, dalla quale emerse solo dopo mesi, forse un anno, uno e mezzo, quando lui tornò, in forma e affettuoso, e la portò a fare un giro in auto.

Le dissi: se esci da questa casa e vai con lui, ti odierò per sempre.

Non sapevo ancora che accade anche così, per brevi e folgoranti impulsi. Credevo che l’amore vero fosse questione di continuità e presenze. Lo avevo imparato per contrasto e fatto girare lungamente nella testa, in mezzo al vortice di tutti i pensieri. Infilato nelle fibre della carne, in attesa che qualcuno lo leggesse e me lo restituisse come fatto compiuto.

Lei scese lo stesso, e tornò, bella e innamorata, anche se sarebbe durato poco, pure questa volta.

Quel giorno imparai che un tradimento è semplicemente una promessa non mantenuta, un enunciato smentito da un’azione. O da una mancata azione, è lo stesso.

Quello che forse mai più imparai fu riuscire a distinguere tra le promesse che realmente riceviamo e quelle che da sole si formano dentro di noi, per una fame incontrollabile di appartenenza. Che non si chiamano promesse, ma speranze.

Se sono molto grandi, illusioni. Deliri. Onnipotenze.

E che nessuno dall’esterno può tradire, ma esclusivamente colui che da solo le ha formulate dentro di sé come ennesimo piolo di una scala di pretesti che non conduce in nessun luogo.

Ogni pretesto è solo un tradimento a se stessi.