E’ la soggettiva del pollo arrosto che senza testa pensa più di prima la sua coscienza rimane sveglia giudica tutto quello che passa. (cit.)

Un po’ per ateismo conclamato, un po’ per indole bohémienne e forse un po’ per un innato spirito di contraddizione con il quale credeva di poter riuscire a fronteggiare le difficoltà della sua vita senza rimuoverne realmente cause od ostacoli, aveva deciso che a differenza del Salvatore dell’umanità, lui sarebbe stato semplicemente Salvatore di se stesso, invertendo nella meccanica il principio di causa ed effetto, la tempistica, la natura delle cose.

Invece di morire e risorgere, lui voleva risorgere e poi morire.

E dunque, nonostante l’ateismo conclamato, l’indole bohémienne e l’innato spirito di contraddizione, decise in ogni caso di fare appello a una cronologia esistente, a un dato da ribaltare: lui sarebbe risorto al venerdì e piano, dolorosamente, si sarebbe poi lasciato morire nel corso del sabato per culminare in una crocifissione la domenica sera.

Poi, seguendo il corso naturale delle cose, dal lunedì mattina avrebbe cercato nuovi stimoli, piccoli segni di vita che di nuovo, con improvviso sussulto, lo avrebbero ricondotto al giovedì, pronto a riprendere il ciclo di Resurrezione e Morte.

Detto in modo più prosaico, aveva un’amante e riusciva a incontrarla solo il venerdì: al principio della settimana lei lavorava in un’altra città e nel fine settimana lui, lontano dall’ufficio, dalle distrazioni di una vita carica di impegni e fastidi, ma soprattutto dalla possibilità di accedere liberamente al telefono, al pc, a qualsiasi mezzo gli consentisse contatti fugaci e intensi con l’amato bene e costretto a ripiegare sulla necessità di essere presente, totalmente presente alla famiglia, non aveva altra possibilità che lasciarsi morire.

Il sabato la morte iniziava con un lento risveglio annoiato, cui faceva seguito l’accodarsi alle attività richieste dal caso: la spesa al supermercato, l’accompagnamento dei figlioli a scuola. Si protraeva semi agonizzante per tutto il pomeriggio e definitivamente, alla domenica, che trascorreva interamente sul divano imbambolato davanti a una tv i cui programmi gli arrivavano come una lontana eco di preghiera, un salmodiare ripetuto, si lasciava morire entro l’ora di cena.

Sua moglie pensava fosse depresso e nonostante i ripetuti tentativi di rianimarlo – proponendogli escursioni, serate teatrali, innovazioni nella lingérie, per quanto acquistata dal cinese all’angolo, compagnia di amici, quantunque pochi – a un dato momento si arrese e confidando nei suggerimenti delle vicine di casa e delle fidate amiche, decise di vuotare il sacco con quelle quattro o cinque che maggiormente le ispiravano fiducia o che avessero un discreto curriculm vitae a far da referenza nel settore: affari matrimoniali irrisolti.

Luigia, che aveva studiato da biologa, sentenziò che forse sì, la depressione poteva essere una ragione, ma che forse no, non del tutto. Piuttosto una questione ormonale, ma non una storia di testosterone, come qualcun’altra volle intendere ammiccando, no. Cortisolo, l’ormone della paura e della fuga.

Ma se non si muove di un passo dal divano, rispose la moglie. Da cosa fugge?

Ma da te, da te, mia cara. Non hai idea di come tu possa spaventarlo?

Non ce l’aveva, la poverina. Spaventarlo, poi. Un uomo grande e grosso come Salvatore. Il poverino – lo considerava ancora un poverino, forse una vittima di qualche ingiustizia subita al lavoro e che lui, con orgoglio e ostinazione cercava di celare – più che spaventato sembrava annoiato a morte.

Ma non è che niente niente…?, sottolineò Amelia, la dirimpettaia,  al secondo consulto.

Niente niente che?

No, per dire…altri interessi.

Un’amante?, sbigottì la moglie. E quando succederebbe, se quello fa casa ufficio ufficio casa?

In ufficio, per l’appunto.

No, in ufficio no. La moglie ne era certa. Più che certa, certissima. Aveva visto Antonietta, l’unica donna dell’organico, e tanto le era bastato.

Amelia non si lasciava scoraggiare, non demordeva: ma non per forza un’amante femmina, Felicia. Magari un compagno maschio.

Ma chi, Salvatore?

Ma se solo, pensava Felicia tra sé e sé, se solo all’idea che il figlio di sette anni gioca con le pentoline, già lo vuole portare dall’endocrinologo per paura che diventi ricchione…ma non scherziamo su, ma quale amante masculo e amante masculo.

E però il sospetto pure un poco si insinuava.

Si sorprese dunque a fissarlo con maggiore attenzione, a spiarne gesti e modi di dire. Ma niente, nessun segnale in tal senso.

Si accorse però che il venerdì sera, quando tornava dalla partita di calcetto con gli amici, che da vent’anni a questa parte si ripeteva con immutata regolarità, aveva un che di diverso. Un odore buono, fresco. Una leggerezza d’animo.

Sicché concluse che forse il movimento, lo sport gli faceva bene, che andava coltivato.

Salvatore, amore mio, ma perché non vai più spesso a giocare a pallone? Tu non ti preoccupare di noi, me, i ragazzi. Vai quando vuoi tu: il sabato, la domenica, il martedì.

Salvatore la ascoltò perplesso.

E perché dovrei andare a giocare a pallone più spesso, di grazia?

Perché ti fa bene.

Passarono tre giorni.

Salvatore rimuginava sulle parole della moglie.

Era venerdì pomeriggio. Dopo la partita avrebbe incontrato Milena. Diminutivo di Maddalena. A lui piaceva Maddalena, gli dava quest’idea della trasgressione e del peccato. Era un nome eccitante. Ma lei niente, voleva essere chiamata Milena. Diceva che Maddalena era paesano, e poi suonava come una specie di maledizione, che fintanto che si fosse chiamata Maddalena la sua vita sentimentale si sarebbe trascinata per sempre così, da un uomo sposato a un altro impegnato. E che lei invece voleva una famiglia come tutti, un uomo solo per sé.

Ma io pure so’ sposato, ribatteva Salvatore. Allora tanto vale che ti chiamo Maddalena.

Nonsignore, Salvato’, tu per me, te l’ho detto tante volte, sei l’ultimo della categoria. Dopo di te viene uno scapolo che mi piglia e mi fa mettere la capa a posto.

E quindi non ci vediamo più, dopo?

E no, non ci vediamo più. Però per il momento stai qua e facciamo quello che dobbiamo fare.

Ma quel venerdì non funzionava, ci stava poco da discutere.

La partita era stata impegnativa, avevano vinto 7 a 3, che non succedeva da mesi e mesi. Un fiatone che un altro poco moriva sul campetto. Ma il fiatone non c’entrava, lo sapeva. C’entrava sua moglie, Maria Felicia, che all’improvviso lo voleva tenere fuori di casa.

Confidò le sue preoccupazioni a Milena.

E non sei contento, chiese lei?

No, non so’ contento, tu negli altri giorni non ci sei, rispose Salvatore. Che mentiva, in realtà non sarebbe stato contento lo stesso, questo pensiero di Maria Felicia che lo metteva fuori di casa per farlo stare meglio non lo convinceva proprio per niente.

Sicché il venerdì successivo, complice un poco di influenza, si risolse a rinunciare alla doppietta: niente partita e niente Maddalena. E voleva proprio vedere, che sarebbe successo.

Maria Felicia un poco si preoccupò per lo stato di salute e un poco si inquietò: l’idea di tenerselo a casa pure il venerdì sera con quella faccia appesa non si poteva proprio sopportare. Il venerdì era la sola serata in cui, uscito il marito, metteva a letto i figli e finalmente si prendeva un poco di tempo: la telefonata con l’amica, il libro, lo smalto sulle unghie dei piedi. Il venerdì sera non cucinava: comprava un pollo alla rosticceria e faceva la gioia dei bambini. Pollo, patatine e coca cola. E poi tutti a letto, felici e contenti.

Salvatore il pollo allo spiedo lo schifava. Non ne sopportava nemmeno l’odore: il sabato mattina era la prima cosa che diceva quando apriva gli occhi. La frase testuale era: il sabato mattina dentro a questa casa non si può campare.

E Felicia ad aprire le finestre e spruzzare deodoranti per l’ambiente. Ma non c’entrava il pollo, lei non lo sapeva.

Sicché quel venerdì, un poco delusa, si chiuse in cucina per preparare la cena, lasciando scontenti i bambini e lei stessa in primo luogo.

Salvatore vedeva le facce funeree e non se ne dava conto.

I suoi sospetti poco a poco si addensavano: neh, ma che succedeva a casa sua il venerdì di cui non si era mai accorto? Fosse che niente niente…

Poi si diceva che non era possibile, che a quell’ora i bambini stavano a casa con la mamma. Certo, dormivano. E quelli i bambini tengono il sonno pesante.

Così decise che la cosa non poteva passare liscia: lui, per un poco di venerdì, se ne sarebbe stato a casa.

Anzi, per essere più credibile: sarebbe andato pure a giocare e poi, invece di simulare la cena coi compagni di squadra, se ne sarebbe tornato a casa senza preavviso.

Quel fine settimana non risorse ma non morì neppure. Stava là, come sospeso in un limbo, con quel tanto di adrenalina necessaria ad assicurargli la sopravvivenza. Si scordò pure di mandare il messaggino della buona notte a Maddalena, Milena. Quella là, insomma.

Il venerdì pomeriggio, come d’abitudine, si preparò la borsa per andare a giocare.

Fece i saluti di routine, si avviò e per una serie di male azioni, dettate dalla scarsa concentrazione, perse pure due passaggi che avrebbero portato sicuramente a goal.

Poi con la faccia di quello che sa il fatto suo, si ritrovò a casa, trovandola inspiegabilmente vuota e senza odori di pollastro.

E sì, perché nel frattempo Maria Felicia le pensava tutte, cercava di andargli incontro in tutti i modi possibili: lo sport gli fa bene? E mo’ gli dico di andare giocare più spesso. La puzza di frittura gli dà fastidio? E vabbè, vuol dire che ce lo andiamo a mangiare dentro alla rosticceria, questo pollo. I bambini sono pure più contenti di fare l’uscita serale, non ci sono abituati. Poi quando torno metto i panni fuori al balcone e la casa resta profumata e magari il sabato mattina si sveglia un poco più contento.

Li aspettò per un’ora e mezza, Salvatore. Passando dall’incredulità alla rabbia alla disperazione.

Sicché quando lei aprì la porta, ridendo insieme ai figli, si trovò davanti un essere ricurvo, che nello spazio di un’ora e mezza aveva perso sette, otto anni.

Salvatore, disse lei, un poco sorridendo e un poco imbronciata, e chi ti aspettava. Ma è successo qualche cosa?

E che altro doveva succedere – ribatté lui – la fine del mondo?

Maria Felicia lascio correre, mise i ragazzini a letto e poi gli si avvicinò con dolcezza: Salvato’, ma che è?

Questa storia del venerdì sera deve finire, decretò lui.

Maria Felicia intristì lo sguardo: lo so. E’ per questo che l’ho fatto, stasera. E mi sono portata pure i bambini. Tieni ragione, io non l’avevo capito, prima.

E ti sei portata pure i bambini?, aggiunse lui in un tono di stupore misto a disprezzo.

E che dovevo fare? –  aggiunse lei – Io è per loro, che lo facevo. Certo, pure un poco per me, dopo una settimana passata a lavorare, a cucinare e la prospettiva di un fine settimana con te che stai sempre più triste. Per essere una mamma sorridente, un poco felice. Solo un poco. In questa casa, a queste condizioni, non si può più campare.

Salvatore non credeva alle sue orecchie: lei glielo diceva così, col massimo candore. Con lo stesso candore di cui anni e anni prima si era innamorato. Si sarebbe voluto arrabbiare come un pazzo, ma non ce la faceva. Teneva un senso di colpa così enorme che qualunque parola gli si sarebbe rivoltata contro come uno spiedo arroventato.

Disse solo: me lo giuri che è finita?

Lei si asciugò una lacrima e annuì.

Non ci sarebbe stata più nessuna Maddalena o Milena, lo giurò all’istante a se stesso.

Il sabato si alzò felice come non lo era da anni. Disse alla moglie di non cucinare.

Andò al supermercato da solo e un impeto di sconsiderata generosità prese un pollo appena arrostito, caldo caldo e zuppo di grasso. Entrò in casa come il cacciatore che riporta a casa le corna dell’alce.

Matteo lo guardò e stupefatto disse: un altro pollo,  papà? Ce lo siamo mangiato ieri sera!

Ma Salvatore non gli diede importanza e nemmeno afferrò il senso della frase.

Accarezzò il bambino sulla testa e rispose: e vuol dire che la settimana prossima non ce lo mangiamo e venerdì, invece della rosticceria, ce ne andiamo tutti a mangiare una pizza.

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9 Risposte to “E’ la soggettiva del pollo arrosto che senza testa pensa più di prima la sua coscienza rimane sveglia giudica tutto quello che passa. (cit.)”

  1. CalMaFdd Says:

    Delizioso.

  2. Effe Says:

    ‘na bellezza veramente.
    E un poco di sorriso, ogni tanto, pure ci vuole.
    Graziassai.
    Io, per i gusti miei, preferisco i finali tragici, le salvezze impossibili. Però, a ben pensarci (e noi che sorridevamo ignari) il finale tragico c’è: e mo’ chi glielo dice, a Maddalena? A Milena? A quella là, insomma? Resta sola e abbandonata, nessuno la pensa, usata e gettata via, morta e non risorta (si vede che questo racconto è stato scritto da una moglie, o vocata tale).
    Ma forse è la volta buona che Maddalena mette la capa a posto e trova finalmente uno scapolo. Sarebbe allora, il finale tragico, una salvezza anche per lei.
    Insomma, proprio gli vuol bene, lei signora Flounder, a questa vacua umanità.

  3. certepiccolemanie Says:

    Maddalena, Milena (e finanche per alcuni Lena, a sinonimo di energia, costanza e vigore nella prestazione) ce la farà. Ce la farà, sempre. Non troverà mai uno scapolo. Forse però uno scapolLo d’oro.

  4. blulublog Says:

    come sarebbe, Effe. effe c’è ? ma dov’è ? :))

    p s sono alla ricerca dei splinderiani sperduti

  5. esercizispiritualipersignorine Says:

    Delizioso, davvero. Mi sono divertita moltissimo a leggerlo, mi è dispiaciuto quando sono arrivata alla fine.

  6. certepiccolemanie Says:

    ho trovato molte affinità, tra noi. mi piaci.

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