Archive for dicembre 2012

E di nuovo (dopo molto) cambio casa

dicembre 26, 2012

Con le mani sporche entro nell’anno nuovo, mi approssimo, mi appropinquo. Mani lorde di vernice, di terra, di polvere. Rivoluziono la mia vita, la delocalizzo, la riempio di nuovi contenuti, la svuoto di residui e scorie. Impacchetto pacchi e pacchi e pacchi, vaglio, compio cernite, scelgo intuizioni. Dimentico, scarto, riduco al minimo. Qualcosa mi commuove, qualcosa mi disgusta. Qualcosa mi perde, qualcosa mi libera. Qualcosa ancora mi toglie il respiro, qualcosa mi dà sangue.

Volevo cose che non ho più, so che ne vorrò altre. Prima o poi. So che questo guado richiede scarponcini chiodati e calze di ricambio per quando sarò dall’altro lato del fiume. Per avere piedi caldi e marciare, marciare, marciare. Mi taglio i capelli, mi trucco gli occhi, mi dipingo le labbra. Rosse, rossissime, come una fragola, una mela, un bicchiere di vino.

Mi guardo allo specchio e mi trovo bella, nonostante tutto. Un po’ magrolina, ma avrò tempo di riempire di nuovo le forme, di immetterci nuova sostanza. Linfa vitale, calore. Come sempre, quando c’è da toccare il fondo, l’ho fatto. Senza risparmiarmi nulla, senza la pretesa di mantenermi intatta. Senza pudore, senza ritegno. Ho uno sguardo di sasso in una fionda, di freccia in arco teso, di bisturi su ferita. Impacchetto le mie colpe, i miei vuoti, i dispiaceri. Mi dico che c’è altro, ancora molto altro. Mi dico che mi aspetta. Dietro l’angolo.  Ascolto mia figlia, quando mi dice che a furia di credere in uno stato d’animo, questo si stabilizza e diventa reale. Tutti dovrebbero avere una figlia come la mia, voce della coscienza, bastone della mia mezza età, saggezza concentrata in corpo flessuoso, sapienza antica che non so da dove mai venga e intanto c’è. Il dono più prezioso che ho.

Preparo una valigia piccolina, prendo dei libri cari. Me ne vado, cambio città, cambio aria, cambio sogni, cambio letto, finestra, abitudini, orari, sguardo. Cambio tutto, per tornare ad essermi. Per riconoscermi.

A Xmas Card

dicembre 24, 2012

Cara mamma e caro papà,

so che siete molto sorpresi nel trovare questa mia letterina sotto il piatto. Non accadeva da un’intera vita. Lo ricordate il tempo in cui imparavo le poesie a memoria e a fine pasto salivo sulla sedia per recitarle, con voce altisonante e gesti teatrali? Ti ricordi, papà, la faccia da finta sorpresa che hai tirato fuori ogni anno, allo scovare la mia letterina? E tu, mamma, il tuo sguardo fiero di orgoglio per ciò che sarei diventato: un oratore, uno scrittore, un attore, un salvatore del mondo. Più di ogni altra cosa, un bambino buono, come per anni ho scritto e promesso. E chiedo perdono a Voi e al buon Dio se anche quest’anno sono stato discolo, se vi ho fatto arrabbiare e dispiacere e Vi prometto che d’ora in poi non lo farò mai più. Sono il Vostro Unico Figlio, la Vostra Gioia, il Vostro Senso nel mondo.

Questa notte, cara mamma e caro papà, ci sono sotto il piatto tutte le lettere che ho smesso di scrivervi. Avrebbero contenuto le penose bugie che da piccolo già sapevo di raccontare e avrei dovuto aggiungerci anche il finto pentimento, la richiesta di remissione dei miei peccati. Ben sapendo che alla fine, in ogni caso, mai avrei ottenuto da voi cenere e carbone, ma solo la minaccia. Mi avreste perdonato, sommerso di doni, con lo sguardo tra il severo e il compiaciuto. Quello sguardo che ancora oggi mi segue, mi vigila, ogni volta che compio una sciocchezza pensando a voi. E sono tante, più di quante possiate immaginare. Perché voi non ne immaginate alcuna.

E’ a voi, cara mamma e caro papà, che debbo tutta la mia profonda infelicità, al vostro perdono vuoto quanto le mie vuote promesse. E’ grazie a voi se oggi sono il fallimento umano che proprio non riuscite a scorgere dalle vostre vuote pupille. E’ a voi che debbo la mia falsità, il mio essere niente, l’inusitata pretesa di poter continuare a fottere il prossimo sperando e sapendo che alla fine con una parola sarò salvato, con uno sguardo amorevole dietro le mie ciglia nere e seducenti, grazie a vuote promesse formulate a piatto vuoto e pancia piena. Vuoto, vuoto è la parola d’ordine, la consegna del silenzio, il nostro peccato originale.

Questa notte, miei amati genitori, è la notte in cui nasce il Bambino Gesù e forse un poco nasco pure io. Non più piccolo, come avete sempre sognato che restassi. Non più imbelle, come lo sono diventato. Non più vittima della menzogna, come quel Giuda che mi avete additato e del quale pure mi avete detto che era necessario alla mia salvezza, alla pulizia del mondo. Questa notte nasco bambino per dirmi puro, perché non ho peccato. Perché mai, da voi, mi sono staccato. Sono stato ciò che siete, il prodotto catabolico delle vostre vite, la scoria della vostra inanità, il residuo di una fantasia che non avete mai voluto trasformare in realtà. Sono stato il vostro peccato fatto carne, tutto ciò da cui non mi avete mai messo in guardia negando a voi stessi la forma e i contenuti del mondo. Nessuno nasce dall’annuncio di un angelo, nessuno. Men che mai io. Si nasce dalla terra, dal sangue, da mani sporche, dalla fatica di esistere.

Ed è per questo che stanotte io rinasco, rinasco a me stesso, da solo mi partorisco. Per dimenticare e dimenticarvi. Sono il frutto marcio del ventre tuo, cara mamma. Sono il seme perduto della tua assenza, caro papà. Non ho scelta che cancellarvi, lasciarvi morire allo stesso modo in cui non mi avete permesso di vivere.

Volevo uccidervi, col veleno per topi, ma ho capito che non era necessario. Nasco puro e senza ricordi. Vi lascio estranei a voi stessi, col tormento della vostra ottusa fede, con la speranza di una resurrezione alla quale voi stessi, nemmeno per un attimo, avete mai dato credito e forma.

Nasco, questa notte, per portare la lieta Novella, perché finalmente qualcuno mi crocifigga per colpe commesse, che siano mie, intensamente mie, assolutamente mie. Per riappropriarmi di quanto mi è stato tolto e di quanto non ho saputo darmi.

Cara mamma, caro papà, perdonatevi se non ho imparato nessuna poesia da recitare, se accanto a questa letterina non ho gesti da offrire né filastrocche natalizie. Perdonatevi, se potete.

Il vostro adorato figlio.

Emanuele

(p.s. Caro papà, nessun angelo è mai entrato nella stanza di mamma. E’ da quella pietosa bugia che è derivato tutto il resto. Mentre tu, tu chissà dov’eri)

Due parti della tragedia sono dunque queste, peripezia e riconoscimento, mentre una terza è il fatto orrendo (Aristotele, Poetica). Titolo: l’Edipo Re(o). Sottotitolo: Giocasti con Giocasta e t’abbruciasti.

dicembre 21, 2012

(prologo e coro, per mancanza di tempo e maggiore unità di luogo, tempo e azione)

Supplica a mia madre, Pier Paolo Pasolini.

(perché aprile, aprile è il più crudele dei mesi, ndr)

E’ difficile dire con parole di figlio
ciò a cui nel cuore ben poco assomiglio.

Tu sei la sola al mondo che sa, del mio cuore,
ciò che è stato sempre, prima d’ogni altro amore.

Per questo devo dirti ciò ch’è orrendo conoscere:
è dentro la tua grazia che nasce la mia angoscia.

Sei insostituibile. Per questo è dannata
alla solitudine la vita che mi hai data.

E non voglio esser solo. Ho un’infinita fame
d’amore, dell’amore di corpi senza anima.

Perché l’anima è in te, sei tu, ma tu
sei mia madre e il tuo amore è la mia schiavitù:

ho passato l’infanzia schiavo di questo senso
alto, irrimediabile, di un impegno immenso.

Era l’unico modo per sentire la vita,
l’unica tinta, l’unica forma: ora è finita.

Sopravviviamo: ed è la confusione
di una vita rinata fuori dalla ragione.

Ti supplico, ah, ti supplico: non voler morire.
Sono qui, solo, con te, in un futuro aprile…

***

(episodio unico,  con striminziti stasimi e molti più abbondanti spasimi. E, per decoro, più di un’omissione.)

Avrei dovuto capirlo subito, osservandoti i piedi. Le instabili caviglie.

Erano gonfi e bluastri. Dicevi che era per colpa dell’eccesso di peso, della circolazione, forse di una cattiva digestione.

Ed io la presi per buona. Come se avessi studiato in un liceo classico per nulla. E sì che il greco mi piaceva da morire. La grammatica meno, a dire il vero. Tutti gli aoristi irregolari, i duali, gli ottativi.

Faccio sempre fatica, con le cose da mandare a memoria.

Riesco meglio con ciò che ha una logica, una storia da raccontare.

(Per quanto, alcune volte, mi perda anche su quelle. Quando la trama è insulsa o in certi tratti appare un poco falsa.)

Avrei dovuto ricordare, ad esempio, che in quella casa girava alcol, tanto alcol.

E che Giocasta ubriacò Laio per giacere con lui e sfornare un erede (nonostante l’oroscopo delle settimane precedenti,  la mantica tutta e persino l’oracolo di Melfi  sconsigliassero una paternità avventata con questo tragico detto premonitore,  voce e sapienza di Basilicata antica: Quanne patemo dorme tu piglie e minete fora, ce dicimm doie parole e cumenzamme a fà l’ammore).

Quando Giocasta diede alla luce il piccolo, Laio non si dette per vinto: gli fece forare le caviglie e lo espose. Ma non s’era ancora in tempi d’arte astratta, di Museo Nitsch. Nessuno lo comprese e lì rimase. Invenduto.

E io a credere che fosse una tendinite. Per di più cronicizzata.

(stasimo n. 1) Avresti dovuto capirlo, che tutto questo era  foriero di disgrazie.

Non lo compresi neppure il giorno del mio primo compleanno che trascorremmo insieme: festeggiavo gli  anni proprio quando Giocasta. Lo stesso giorno, incredibile a dirsi. Quando si dice un caso, un aspetto fortuito, un intoppo del Fato.  Aprile, il più sagace e impertinente dei mesi.

E’ stato sempre difficile far coincidere pacatamente le due circostanze: ‘e figli so’ piezz’e core, sono sempre i nostri bambini.

(stasimo n. 2) A certi figli non è dato di crescere. A certe madri, da quegli stessi figli, non è dato di morire.

Non morire in senso reale, no. Che qua non si vuole il male di nessuno.

Morire come dice il Buddha, di incontrarli tutti per strada: madre, padre, nonna, fratello, la fidanzata, il Buddha stesso, e ucciderli. Metaforicamente.

Tutti, tranne Tiresia. Che tuttavia sussurrava all’orecchio sbagliato, quello che è sordo ai giorni di pioggia, al buon senso, ai miti consigli.  All’orecchio che teme di sapere e poi dover portare fino in fondo la sua conoscenza.

Ancora prima, avrei potuto comprenderlo, quando mi regalasti  La morte della Pizia. Chissà se  inconsapevolmente, per darmi conto dell’enigma che eri, dei tuoi piedi gonfi, di quel cordone ombelicale mai reciso, della maledizione serpeggiante, della tragica fine sospesa. O per girare intorno al problema, scavalcarlo con stile. Con l’eleganza di sobria finzione letteraria.

Né mai mi proponesti l’indovinello della Sfinge: «Qual era l’essere che (…) contrariamente alla legge generale, più gambe ha più mostra la propria debolezza?».

Avrei forse intuito che la tua terza gamba era segno di debolezza, più che di forza. Avrei evitato il compiacimento dell’ardore.

(stasimo n. 3) Lui lo sapeva, invece. Per questo volle sbarazzarsi della Sfinge.

Salate, le parcelle della Sfinge.

Eppure necessarie, sai, per la liberazione dal dramma.

A frequentarla ancora, forse, avresti appreso una verità su te stesso. Quella che in gergo qui, in questa farsa travestita da tragedia, potremmo definire l’agnizione.

Invece preferisti ripiegare, ancora. La catarsi fa male. Fa tanta bua, piccino, al cuoricino e al pancino. E forse un poco pure al pisellino.

Sì che, non pago di una donna che compisse gli anni nel giorno stesso di tua madre, giacesti – e fosti fatto sgamato – con un’altra, recante lo stesso cognome di Giocasta (Quando si dice un altro caso, un altro aspetto fortuito, un altro intoppo del Fato?).

(stasimo n. 4) Un vizio di forma, un male di sostanza.

Fosse solo un cornino, mio Edipo piccino, ne parleremmo a zio Creonte, al vicino, all’amico Luigino. Ma qui siamo all’incesto simbolizzato, sottobanco realizzato. Tocca rivolgersi a Sigmund, al surrealismo, a quel poco che resta dell’istinto.

(stasimo n.5) Quel corpo della madre, così tanto respinto. Disgiunto, espunto. E fatalmente indistinto. Orribilmente radicato e avvinto. Quel corpo – mai definitivamente estinto – materia prima di un incesto modesto, un poco mesto e inesorabilmente ingesto.

Piccolo mio, mio invincibile eroe. Come spesso amavi definirti, nei tuoi giochi avvincenti,  nei tuoi deliri seducenti.

Piccolo Edipo mio, Edipino. Mio amato e perduto piccioncino.

***

(esodo, il deus ex machina ha trovato un ingorgo in tangenziale. Telefona, dice che non arriverà in tempo. Tocca arrangiarsi con quel che c’è. E non è molto, davvero.)

Sento la Pizia, ora, e il serpente Pitone. Sento la voce e tutto il putridume.

E’ tempo che si abbatta qui la peste, ora.

Su di te, sulla tua vita. E sulla mia, da te così poco discosta.

Mio piccolo grande Edipo paffuto. Eretico, erotico, derelitto.

Mio Edipo al quadrato. Mio Edipo complesso. Mio Edipo dal numeroso amplesso.

M’ avessi chiamato Peribea – almeno un volta, nell’intimità – forse ti avrei compreso. Forse da te e da mamma tua ti avrei difeso.

E invece muto, mio Edipo silenzioso.

Salvarti no, non mi è mai stato dato.

Ma ora è il tempo dell’urlo, e di coprirsi il volto col mantello.

Alienazione: L’operaia è alienata dal prodotto del suo lavoro, perché produce beni (affetti ed emozioni) senza che le appartengano.

dicembre 15, 2012

Più di ogni altra cosa, potendo scegliere, vorrei evitare questo frastuono nella testa. Un lavorio continuo, come di fabbrica, di segheria, talvolta di scolaresca turbolenta, di ribellione carceraria. Rumori e suoni ora chiari, più spesso totalmente indistinguibili, sovrapposti. Questo frastuono mi uccide, non dà tregua. Un disturbo alla quiete privata. Vorrei essere sorda e muta, avere tappi di cera a chiudermi ogni buco, a sigillarmi ogni spazio.

Un ciclo continuo, che diventa più intenso verso le quattro del mattino, quando il trambusto della fabbrica mi strappa al sonno, al sogno, e mi riporta in piena attività. Febbrile.

Non escono prodotti finiti, ma solo semilavorati difficili da assemblare.

Qua una mezza verità a scacchi, là un sospetto di legno. Tubi flessibili di desiderio, giunzioni e semiconduttori di sangue e sputi. Assi levigati e piallati, infilati in maniche a vento. Turbine aspira-sperma, vaporizzatori di insulti. Solventi per cancellare gli errori, del tutto, solo in parte. Per sempre. Per poche ore, almeno.

Poi quantità impressionanti di domande mal rifinite e risposte costruite in serie. Le più difettate le metto via, sono quelle da cui ho più da imparare. Un processo continuo, nell’officina della mia testa. E non so più se si producano armi, reattori nucleari, cioccolatini, preservativi o veli nuziali.

Caricano i camion mentre dormo, quando sono distratta. Portano tutto via e al risveglio mi sento vuota, totalmente vuota, consumata da questo brulichio continuo. Mi dico che allora, forse, per quel giorno, non ci sarà altro lavoro da fare, ci riposeremo, ricostituiremo le risorse. Conteremo le scorte.

Ma non è vero, non è così. Di nuovo ricominciano, spostano cose, mi confondono.

C’è un momento, prima che inizi a suonare la sirena, in cui mi ricordo che ti ho amato tanto, così tanto. Ancora così tanto.

Poi vengo travolta dai ritmi di questa folle catena di montaggio e smontaggio, da questo ciclo insensato, dagli ingranaggi che saltano, dalle mie mani monche di te e quando finalmente la sirena risuona, proprio nell’attimo prima di chiudere gli occhi, mi ricordo che ti ho amato tanto, così tanto. Ancora così tanto.

Memorie corse

dicembre 8, 2012

Qua non si perdona più. Qua si uccide.

E’ un DDOC. Ma potrebbe degenerare.

dicembre 4, 2012

C’è stato un giorno di un po’ di tempo fa, subito dopo che era morto mio padre, che sono andata dal dottore. Anzi, dai dottori. Due per volta. Gli unici di cui mi fido, non fosse altro che mi conoscono da una vita.

Mi fido, ma non ciecamente. Infatti studio, prima di andarci. Perché sempre un po’ possono tentare di farmi scema.

Allora a tutti e due ho chiesto un antidepressivo maggiore.

Mi hanno guardato come si guarda un’imbecille.

Uno m’ha detto che poiché non ero depressa, non mi avrebbe dato alcun antidepressivo.

L’altro è stato più circostanziato. Mi ha detto: se ti do un antidepressivo l’unico risultato che otteniamo è che ti fai il giro dell’isolato dieci volte, diventi straeuforica e non ti regge il fisico.

Alla fine tutti e due hanno concordato sul fatto che mi ci volesse un calmante, un ansiolitico. La benedetta benzodiazepina. Perché non ero depressa, non sono depressa, non sarò mai depressa.

Anzi, se fossi un po’ depressa, a sentire loro, sarebbe meglio. Se fossi depressa mi riposerei, troverei nuove chiavi interpretative. Insomma, se fossi depressa, a sentire loro, starei più contenta. Ma non depressa depressa. Depressa solo un poco. Quel tanto da non essere così carica di energia. Se fossi depressa, mi hanno spiegato, dovrei vivere un poco in economia. Invece io no. Io sono così carica che non mi trattengo in niente. E’ un poco come il fatto del PIL. Alla fine consumo più di quanto produco e a un certo punto lo spread mi fotte.

Ma io non la voglio la benzodiazepina, ho ribattuto, poi divento dipendente.

E lì tutti e due pure erano d’accordo sul fatto che non sarei diventata dipendente. Perché hai il SuperIo, ha detto uno. E quindi se io ti prescrivo 15 gocce tre volte al giorno, tu al massimo ne prenderai 10 solo la sera, per timore di diventare dipendente. E non gli potevo dare torto.

L’altro, come sempre, è stato più circostanziato. Ha detto che dopo un po’ di giorni che prendevo la benzodiazepina sarei diventata un po’ depressa e dunque avrei smesso subito, che io depressa proprio non so, non posso e non ci voglio stare. E che al massimo mi prendevo dieci gocce a sera per dormire, per una settimanella, e poi le lasciavo perdere.

E va bene, vada per la benzodiazepina. Che siccome ho il SuperIo non la mischio ad alcol, ne prendo poca poca e un po’ mi fa effetto placebo e un po’ effetto vero.

La settimana scorsa credo di aver esagerato. No, non la benzodiazepina. Con un tentativo di sedazione fai da te. Mi sono preparata una camomilla doppia, ci ho messo cinque goccine cinque di benzo e mi sono buttata giù tre pasticche di valeriana.

Il risultato è che sono stata due giorni a letto. Ma non per tutte queste cose che mi ero bevuta, no.

Era l’alibi per starmene a letto, che io tengo un SuperIo gigante e per starmene a letto a leccare le ferite non mi dà il permesso. Così devo fare finta che mi drogo. Che se in quella camomilla ci mettevano cinque gocce per il naso era la stessa cosa. L’importante è scavalcare il SuperIo. Che ho letto su un libro che il cervello non distingue il vero dal falso e nemmeno la mente. Però uno deve fare finta che non lo sa, se no non è detto che riesce. Insomma, è un meccanismo così complicato che è meglio prendersi un poco di benzodiazepina, che almeno hai il cinquanta per cento di possibilità che riesce: inganni il cervello e il SuperIo poco poco, e te la svigni altrove.

Vabbè, questa era la premessa.

Ieri sono andata dai dottori. Sempre tutti e due. Come i carabinieri.

Ho detto: aiutatemi, perché ho un DDOC.

Un DOC, vorrai dire? Disturbo Ossessivo Compulsivo?

No, no, proprio un DDOC. Forse anche degenerante in DDOCG: Disturbo da Denominazione di Origine Controllata. Ed eventualmente Garantita.

Stai bevendo, mi ha chiesto uno?

Embè, ho dovuto ammettere che no. Che l’ultima birra che mi ero bevuta, una settimana prima, mi aveva fatto vomitare tutta la notte e che il solo odore di alcol mi provoca un immediato conato di vomito.

L’altro, che mi conosce meglio e ci tengo più empatia, si è messo a ridere. M’ha detto che era meglio se mi ubriacavo. Una cura omeopatica. Ma io non avevo voglia di scherzare, per nessun motivo.

Così m’ha detto che non avevo nessun disturbo ossessivo compulsivo, che il DDOC (eventualmente degenerante in DDOCG) in realtà è una cosa che si chiama ruminazione autoalimentante e che se mi prendevo un poco di benzodiazepina dopo un paio di giorni mi passava tutto. E che tanto qua nessuno mi poteva garantire niente, che il cervello si ammocca tutto, il vero e il falso e poi la ruminazione aumenta.

Mi sono vista i pensieri che mi risalivano dallo stomaco come un bolo premasticato e mai perfettamente digerito. Così, insieme alla benzodiazepina, mi sono presa pure un’alka-seltzer. Tanto il cervello che cazzo ne sa.

Rubik

dicembre 3, 2012

Viene un momento in cui capisci che il problema non può essere risolto. Lo capisci dopo giorni, notti. Dopo aver vomitato rabbia, ansia, fatica. Lo capisci dalla tua stessa lacerazione.

E dire che le ho studiate, queste cose. Ma a freddo, gelida tecnica da applicare ai casi che non ti toccano: matrici, diagrammi. Casi di scuola.

Il metodo però è lo stesso: il problema che non si riesce a risolvere va ricognitivizzato.

Una parola orribile. Gli americani se la spicciano con un resetting o un reshaping. Talvolta reframing.

Ma io voglio usare ricognitivizzato. Nella sua bruttezza mi affascina. Il solo riuscire a pronunciarlo, lentamente, smonta le parti in causa.

Si tratta di un’operazione chirurgica complessa: isolarne le componenti e disporle in fila, privarle delle connessioni note.

E lì ti accorgi che i dati che possiedi sono insufficienti: ti tocca pescarne altri, altrove. E sempre distaccatamente disporli in fila, isolarli, evitare il più possibile – per quel che è possibile – di contaminare la visione col giudizio.

La questione della fiducia ad esempio.

Credevo che il problema fosse: come farò, ancora una volta, a ricostruire la fiducia? Come potrò, e se potrò, fidarmi ancora di te, di chi verrà dopo di te, se mai qualcuno verrà?

E invece non è questo il problema.

In un corso di formazione mi hanno insegnato proprio questo, l’ho ripescato dalla memoria: ti trovi lì un problema e pensi che debba essere affrontato e risolto. Sbagliato.

Anche il problema va costruito.

Di fatto quello che ti trovi davanti e pensi sia un problema, è solo un ostacolo, una difficoltà.

Ed è intorno a questa che devi costruire il vero problema, mettere in moto il tuo pensiero critico.

Di fronte all’ostacolo, nella costruzione del problema, immetti già le chiavi per la sua risoluzione.

Ho smesso di vomitare e ho fatto uno, due, trecento, quattromila passi indietro.

Il problema non è avere o non avere fiducia, darla o tenersela.

Il problema non è l’orata alla nizzarda con champagne.  Il problema non sono le tue bugie, la tua falsità. Il problema non è una proposta di matrimonio pubblica che cade nel dimenticatoio, non sono i cinquantamila fottutissimi euro. Il problema non sono le tue corna, le tue ballerine del cazzo.

Il problema sono i miei occhi, che vedono tutto e su tutto si richiudono, inerti.

Il problema è la mia incapacità di fermarmi e incanalare i dati della mia vita in uno storico, e dirmi che faccio questo da sempre, da una vita intera.

Il problema è la paura di affrontare il mostro dentro di me e sconfiggerlo.

E’ a me, che devo la fiducia. Non a te, né a nessun altro.

Il dado ha sei facce.

A otto anni impari che se ne ricomponi una alla volta non ne esci più, e se non individui il meccanismo per agire sull’insieme, ricomporrai solo quella, sempre più velocemente. A volte in pochi secondi. Dietro la facciata, resta il caos.

Il problema è formulato. Ricognitivizzato.

Problem setting

dicembre 2, 2012

Forse hai ragione tu quando mi dici

Che sogni e progetti che avevo nella testa

Erano solo i  miei

Vacui e abusati oggetti

(che per nevrastenia

credevo di coltivare in compagnia)