Rubik

Viene un momento in cui capisci che il problema non può essere risolto. Lo capisci dopo giorni, notti. Dopo aver vomitato rabbia, ansia, fatica. Lo capisci dalla tua stessa lacerazione.

E dire che le ho studiate, queste cose. Ma a freddo, gelida tecnica da applicare ai casi che non ti toccano: matrici, diagrammi. Casi di scuola.

Il metodo però è lo stesso: il problema che non si riesce a risolvere va ricognitivizzato.

Una parola orribile. Gli americani se la spicciano con un resetting o un reshaping. Talvolta reframing.

Ma io voglio usare ricognitivizzato. Nella sua bruttezza mi affascina. Il solo riuscire a pronunciarlo, lentamente, smonta le parti in causa.

Si tratta di un’operazione chirurgica complessa: isolarne le componenti e disporle in fila, privarle delle connessioni note.

E lì ti accorgi che i dati che possiedi sono insufficienti: ti tocca pescarne altri, altrove. E sempre distaccatamente disporli in fila, isolarli, evitare il più possibile – per quel che è possibile – di contaminare la visione col giudizio.

La questione della fiducia ad esempio.

Credevo che il problema fosse: come farò, ancora una volta, a ricostruire la fiducia? Come potrò, e se potrò, fidarmi ancora di te, di chi verrà dopo di te, se mai qualcuno verrà?

E invece non è questo il problema.

In un corso di formazione mi hanno insegnato proprio questo, l’ho ripescato dalla memoria: ti trovi lì un problema e pensi che debba essere affrontato e risolto. Sbagliato.

Anche il problema va costruito.

Di fatto quello che ti trovi davanti e pensi sia un problema, è solo un ostacolo, una difficoltà.

Ed è intorno a questa che devi costruire il vero problema, mettere in moto il tuo pensiero critico.

Di fronte all’ostacolo, nella costruzione del problema, immetti già le chiavi per la sua risoluzione.

Ho smesso di vomitare e ho fatto uno, due, trecento, quattromila passi indietro.

Il problema non è avere o non avere fiducia, darla o tenersela.

Il problema non è l’orata alla nizzarda con champagne.  Il problema non sono le tue bugie, la tua falsità. Il problema non è una proposta di matrimonio pubblica che cade nel dimenticatoio, non sono i cinquantamila fottutissimi euro. Il problema non sono le tue corna, le tue ballerine del cazzo.

Il problema sono i miei occhi, che vedono tutto e su tutto si richiudono, inerti.

Il problema è la mia incapacità di fermarmi e incanalare i dati della mia vita in uno storico, e dirmi che faccio questo da sempre, da una vita intera.

Il problema è la paura di affrontare il mostro dentro di me e sconfiggerlo.

E’ a me, che devo la fiducia. Non a te, né a nessun altro.

Il dado ha sei facce.

A otto anni impari che se ne ricomponi una alla volta non ne esci più, e se non individui il meccanismo per agire sull’insieme, ricomporrai solo quella, sempre più velocemente. A volte in pochi secondi. Dietro la facciata, resta il caos.

Il problema è formulato. Ricognitivizzato.

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6 Risposte to “Rubik”

  1. Effe Says:

    La soluzione fa paura. Tutte le soluzioni fanno paura. Perché le soluzioni sono una cesoia, una separazione, una discontinuità. La soluzione è un nodo scorsoio che stringe una parte, e più tiri i fili del ragionamento, e più il nodo si stringe. Alla fine, se hai coraggio, la parte necrotizza e cade. Non conosco soluzioni che non lascino cicatrici.

  2. certepiccolemanie Says:

    nemmeno io.

  3. certepiccolemanie Says:

    e tuttavia esiste una cospirazione magnifica, che fa sì che le cose appaiano, nella loro evidenza, quando sei realmente disposto a vederle. e il fatto che facciano male cade in secondo piano. l’atto di “vedere”, anche con dolore, è sostanzialmente un atto d’amore, che si fa a sé e agli altri. inevitabile e necessario. vedere è il primo passo di ogni possibile soluzione.

  4. Zu Says:

    questa cosa del dado mi ricorda un cubo di rubik di cui lessi altrove: http://nonsipuomorireora.blogspot.it/2012/07/cubo-di-rubik.html

  5. certepiccolemanie Says:

    è questo. rifare mille e mille volte, inutilmente, inconsistentemente, la facciata dell’ego

  6. gold price Says:

    è detto che tu possa averla superata solo xkè stavi meglio un estatecon questo non è che voglio insistere,ma se sono arrivati dopo quella brutta sensazione,vuol dire che c’è un motivoil fatto delle vertigini e il resto sono conseguenze dovute alle tue ansie.Anch’io ero cosisolo che al posto che svenire mi prendeva la nausea e avevo paura di vomitaree non dicevo niente a nessuno.Ma sai che invece se sei in una situazione dove incominci ad aver ansia e dici alla persona/e che sta con te che hai delle ansie,poi stai meglioxkè se oltre la paura di svenire ci aggiungi quella di cosa dover fare per non far vedere alle persone che stai male o hai paura di svenire,no fai altro che aggiungere ansie in più.Poi parliamoci chiaro,non hai mai visto nessuno/a che sta male o ha quasi rischiato di svenire,vomitare,star male alla pancia,con mal di testa,capogiri?direi di si.vai fuori un fine settimana e tra discoteche,bar,strada.feste ecc ne vedi di tutti i colori.e se svieni o robe simili mica ti arrestano o robe del genere?quindi anche se sei con lamica,amici o ragazzo e svieni,che succede dopo?niente sei svenuta..anzi meglio che qualcuno sappia che ti senti svenire,cosi almeno sa come comportarsi e non rischi di cadere per terra.Io all’inizio stavo 10 massimo 15 minuti al bar,poi mi prendevano gli sbandamenti,nodo alla gola e pensavo di vomitare,ma non è mai successo fuori..solo a casa una volta,e un’altra che detto basta se devo vomitare allora vomito..ma non ho vomitato xkè era una mia sensazionenon vomitavo in realtà,ero io fissato.Alla fine ho detto,bon se dovessi vomitare in giro chi vuoi che mi rompa?!non hanno mai visto qualcuno vomitare?!.Prova ad uscire,anche solo per pochi minuti,e se poi vuoi tornare a casa fallo,e piano piano vedrai che riuscirai a stare sempre di più..Ma il medico ti ha prescritto qualcosa in particolare?

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