Alienazione: L’operaia è alienata dal prodotto del suo lavoro, perché produce beni (affetti ed emozioni) senza che le appartengano.

Più di ogni altra cosa, potendo scegliere, vorrei evitare questo frastuono nella testa. Un lavorio continuo, come di fabbrica, di segheria, talvolta di scolaresca turbolenta, di ribellione carceraria. Rumori e suoni ora chiari, più spesso totalmente indistinguibili, sovrapposti. Questo frastuono mi uccide, non dà tregua. Un disturbo alla quiete privata. Vorrei essere sorda e muta, avere tappi di cera a chiudermi ogni buco, a sigillarmi ogni spazio.

Un ciclo continuo, che diventa più intenso verso le quattro del mattino, quando il trambusto della fabbrica mi strappa al sonno, al sogno, e mi riporta in piena attività. Febbrile.

Non escono prodotti finiti, ma solo semilavorati difficili da assemblare.

Qua una mezza verità a scacchi, là un sospetto di legno. Tubi flessibili di desiderio, giunzioni e semiconduttori di sangue e sputi. Assi levigati e piallati, infilati in maniche a vento. Turbine aspira-sperma, vaporizzatori di insulti. Solventi per cancellare gli errori, del tutto, solo in parte. Per sempre. Per poche ore, almeno.

Poi quantità impressionanti di domande mal rifinite e risposte costruite in serie. Le più difettate le metto via, sono quelle da cui ho più da imparare. Un processo continuo, nell’officina della mia testa. E non so più se si producano armi, reattori nucleari, cioccolatini, preservativi o veli nuziali.

Caricano i camion mentre dormo, quando sono distratta. Portano tutto via e al risveglio mi sento vuota, totalmente vuota, consumata da questo brulichio continuo. Mi dico che allora, forse, per quel giorno, non ci sarà altro lavoro da fare, ci riposeremo, ricostituiremo le risorse. Conteremo le scorte.

Ma non è vero, non è così. Di nuovo ricominciano, spostano cose, mi confondono.

C’è un momento, prima che inizi a suonare la sirena, in cui mi ricordo che ti ho amato tanto, così tanto. Ancora così tanto.

Poi vengo travolta dai ritmi di questa folle catena di montaggio e smontaggio, da questo ciclo insensato, dagli ingranaggi che saltano, dalle mie mani monche di te e quando finalmente la sirena risuona, proprio nell’attimo prima di chiudere gli occhi, mi ricordo che ti ho amato tanto, così tanto. Ancora così tanto.

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2 Risposte to “Alienazione: L’operaia è alienata dal prodotto del suo lavoro, perché produce beni (affetti ed emozioni) senza che le appartengano.”

  1. Della serie : vedere l'invisibile Says:

    La cosa in sé è se(c)cante. Però ci sentiamo fenomeni.

    E’ sempre la solita sintesi.
    Il tempo è adulto.
    L’eternità è infantile.

    Mi spiego.

    Stai sulla circonferenza.
    Ruoti intorno al tuo placido ciclo.
    Ogni interferenza è il punto in comune della relazione.
    Rimani comunque nel raggio.
    Centrato dalle tue azioni.
    Al limite prendi la tangenziale.
    Poi la botta.
    Ti ritrovi un punto in là fuori dal diametro.
    Dentro una secante.
    Lungo il canto delle sirene che però coltivano la terra.
    Altre circonferenze.

    Basterebbe fare un passo indietro per ristabilire l’equilibrio.
    Invece lo cerchi (lo cerchi) in avanti.
    E inizia il labirinto di tutte le circonferenze possibili che passano da quei nuovi punti.
    Più è profonda la secante più sono i punti da sciogliere.
    Nodi del multiverso.

    Per trovare l’uscita basta non entrare.
    Però il labirinto è un viaggio a ritroso verso l’energia della botta.
    La risalita è una meditazione.
    La risalità è così bella che non sai decidere se è meglio la meditazione o la botta (ed è questo che mi frega).

    La vibrazione apre continuamente lo specchio della mente.
    Ogni punto della secante ha una caratteristica : non sai quando è iniziato perchè sembra che ci sia sempre stato.
    Vuoi tornare nel tempo.
    Prigioniero dell’eternità.

    Più alienati di così è impossibile.

  2. certepiccolemanie Says:

    basterebbe fare un passo indietro. chapeau.

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