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‘O cazzo nun vo’ pensieri. Un breve compendio di biologia, neuroscienze e saggezza classica.

gennaio 5, 2013

Ogni anno ha un inizio tutto suo. La sera del primo gennaio, mollemente adagiata su un divano non mio, in una casa non mia, con un bel libro non mio in mano, facevo una pausa di lettura e mi chiedevo che cosa ne sarebbe stato di me, di quest’anno che entrava, del come ci sono entrata io, esattamente all’opposto di come avrei immaginato di volerci entrare. Mi chiedevo se c’era qualcosa che potessi già immaginare o desiderare, se fosse già il momento di cominciarci a pensare o invece lasciar fluire gli eventi, attendere. Se essere paziente o assertiva, se sollecitare il destino o lasciarlo pigramente al fatto suo, visto come  si era comportato negli ultimi tempi. Poi, un po’ per pigrizia, un po’ per una strana sensazione di dolcezza ovattante, da penombra non mia, copertina non mia e musica non mia di sottofondo, mi sono detta che non era il giorno giusto per pensarci. Che questa prima settimana era una vacanza della mente, dello spirito. Una vacanza dall’ansia, soprattutto. E così sono andata direttamente al due gennaio, intendendolo come primo giorno dell’anno. Pronta all’ascolto di qualunque cosa incontrassi, senza pregiudizi. Con un senso di grande libertà di spirito e di novità. Come se nulla fosse mio, né dovesse diventarlo.

Io poi ammetto che per quanto mi interessino la psicologia e le neuroscienze, poi alla fine resta un fatto amatoriale, anche un po’ ignorante. Tipo che mi credevo che il cervello limbico, quello con tutto il fatto dell’amigdala, era il cervello antico, il più antico che possedevamo. E invece no. In un tot di ore, e anche a più riprese, mi sono sentita tutta la spiegazione che mi ha fatto l’amico mio scienziato. Vabbè, scienziato è parola grossa. E in effetti pure amico mio è eccessivo. Insomma, il tizio che mi ha spiegato il cervello e pure un sacco di altre cose.

Pare dunque che l’uomo non abbia istinti. Che detta così non sembra credibile. E invece lo è, perché mi ha spiegato che confondiamo l’istinto con la pulsione: il primo è autoregolato, il secondo è condizionato. Che detto più terra terra vuol dire che l’animale ammazza solo per mangiare, si accoppia durante il calore, trasmigra quando fa freddo e cose così. Mentre noi beviamo whisky, fumiamo sigari cubani e ci mettiamo le calze a rete. Ma non è così banale e riduttivo. Il problema è proprio del mammifero in quanto tale, fosse pure leone o gazzella: se li tieni in cattività e poi li liberi nella giungla, si sono scordati chi sono e si fanno sopraffare pure dal gattino di casa. Se invece fossero rettili, li potresti tenere in cattività per generazioni, poi prenderesti l’ultimo serpentello della covata, dopo trecento anni che la famiglia vive in un terrario, lo porteresti nella foresta, e quello saprebbe perfettamente che deve fare per non farsi fottere. E forse pure per questo si dice, di qualcuno che sa sempre come fregarti, che è una serpe. Ovvi’, la saggezza popolare?

Da qui la teoria del cervello tripartito, che è di un tizio che si chiama, forse, Mc Lean: pare che in testa abbiamo un cervello rettiliano, uno limbico e uno un po’ più moderno. Il primo ci serve a scappare se sentiamo puzza di gas, se vediamo una tigre nel salotto. E’ quello che mantiene l’omeostasi, protegge il sistema cardiaco, riproduttivo, presiede al senso dello spazio, del territorio e del significato puro, prima ancora che ai livelli superiori intervenga la pippa mentale o la complicata costruzione di autogiustificazione e autoindulgenza per fare qualcosa che ci piace. Il secondo è quello che ci fa piangere al cinema, ci fa innamorare di una tale e quale a mammà, che ci ricorda l’umiliazione dell’interrogazione della seconda elementare, ci fa abbracciare la tale fede politica e presiede alla produzione di tutte le madeleines dell’universo. Il terzo, infine, un poco più moderno,  serve a fare le cose cognitive: addizioni, sottrazioni, rime baciate, contabilità, arte figurativa, passi di cha cha, calcolo del mutuo, preparazione di pasti in tre portate per gruppi di quindici persone e cose così.

Ora, parrebbe che lo sviluppo e l’evoluzione del cervello, nonché la sue successive specializzazioni funzionali, tipo i lobi frontali e tutta questa parte deputata alle funzioni cognitive, abbiano parzialmente scalzato il cervello rettiliano, imponendogli una nuova tempistica, regole diverse, un migliore adattamento al mutamento ambientale, ma al prezzo di privare l’uomo del suo istinto per compensarlo con la moneta falsa delle pulsioni, che sono una specie di istinto deviato, starato, una memoria dell’istinto che però viene contaminata dalle immagini che il lobo frontale raccoglie e che assolutamente identifica come realtà. Il problema delle pulsioni è che non sono capaci di autoregolazione, a differenza dell’istinto. E questa è la ragione per cui si diventa alcolisti, tabagisti, obesi gravi e maniaci sessuali. Per cui bisogna intervenire sul mondo delle pulsioni per regolamentarle.

A questo punto sorge il problema, perché se da un lato sappiamo che l’istinto sta conservato e acquattato nel cervello rettile, proprio dove comincia la colonna vertebrale, non sappiamo esattamente, dove si formino le pulsioni. O meglio, sappiamo che si formano a metà strada tra il cervello limbico, che è quello emotivo, e il cervello moderno, neocorticale, cognitivo. Quello che non a caso governa il Talamo, ma di questo parliamo dopo. Forse. Ma anche no. Che mi torna tutto il dispiacere.

Stando a metà strada tra i due sistemi, le pulsioni diventano un fatto difficile da governare, sono tutte un mescolamento di immagini e ricordo, sogno e paradosso, violenza e paura. E allora, arrivato a millemila anni fa, ecco che l’uomo, per governare le pulsioni, ti inventa via via i sistemi sociali, i riti, le religioni e le psicoterapie. Ovverossia dei sistemi di controllo complessi che giocano sui due cervelli, quello limbico e neocorticale, secondo le loro diverse modalità, e un poco col senso di colpa e il ricordo della dolcezza perduta, un poco con esercizi da praticare quotidianamente e ampie negoziazioni tra un lobo e un altro, ti permettono di stare al mondo in maniera più o meno decorosa.

In effetti si tratta di uno scambio conveniente: in cambio della possibilità di vivere in case col riscaldamento centralizzato, il pc, il telefono, il frigorifero, la lavatrice e il cane, di andare per cinema e musei, di poter diventare scienziati, ingegneri, poeti, santi e navigatori, noi cediamo l’istinto belluino e cerchiamo, nei limiti del possibile, di non scoparci la moglie di nostro fratello. Ma al di là della convenienza, pare si tratti in realtà di uno scambio necessario, dovuto all’evoluzione, per cui non resta che capire il funzionamento e vedere il buono e il malamente che c’è dietro la perdita dell’istinto e come ce la possiamo cavare per passare questi settanta, ottant’anni che teniamo a disposizione in questa terra.

Fondamentalmente, la prossima volta che sentite qualcuno dirvi che è un tipo istintivo, potete scegliere se farvi una risata o sputargli direttamente in faccia, secondo se volete attivare la vostra neocorteccia ed essere civili o affidarvi in toto al sistema limbico.

Dopo circa un’ora e mezza di questa spiegazione, il mio mentore è passato all’argomento successivo: ovverossia, il governo delle pulsioni. Premesso che non ci sta niente da fare, l’istinto non lo possiamo recuperare, la cosa migliore che possiamo fare è regolare le pulsioni in modo da allinearle su ciò che l’istinto farebbe, se fosse attivo. E qua le cose si complicano, perché se fosse così semplice, non ci sarebbe un mondo di pazzi, di gente che si compra il viagra per le défaillances ansiogene, di cocainomani o casalinghe ossessionate dal calcare nella vasca da bagno. Il problema è che il cervello limbico la fa da padrone.

Mi spiega il mio conferenziere privato che basta munirsi di un libro, le Lettere a Lucilio di Seneca, e leggerlo e introiettarlo fino a farne natura propria. Rileggerlo per settimane, mesi, applicando quanto si è letto e osservando intorno a sé quanto, di ciò che si è letto, si verifica ad altri. Leggere solo questo, senza concedersi, per lungo tempo, ulteriori stimoli intellettuali. Il problema, mi dice, non è ottenere il bene e accumularlo, ma riacquisire quello perduto. Immaginarci come un mastello e controllare tutte le doghe, per valutare che non ve ne sia una un po’ più bassa d’altre che faccia fluire all’esterno i contenuti immessi. Nel caso, sostituirla.

Pensarsi come pianta, vivere sapendo che siamo regolati dalla legge di Liebig, che non c’entra col brodo di carne, ma con la consapevolezza che la nostra crescita è influenzata non dall’ammontare delle risorse disponibili, ma dalla disponibilità di quella più scarsa. Solo l’aumento della somministrazione della sostanza più scarsa favorisce lo sviluppo e la crescita. Cercare la falla, il minimo presente in noi stessi e nutrirlo.

E’ stata una settimana istruttiva, non c’è che dire.