Archive for febbraio 2013

Homenaje a Milton Fernàndez. Un poeta contemporaneo.

febbraio 23, 2013

Se nos gana la noche

in tutto il corpo

saber que estás ahí, inalcanzable y sola, que mis

sapere che sei lì, inarrivabile e sola, che le mie

manos te buscan, aunque yo no te busque, aunque yo

mani ti cercano, anche se io non ti cerco, anche se

no lo quiera, que por algún lado estás, que tenés que

non lo voglio, che da qualche parte sei, che dovresti

estar para que tenga un sentido lo que siento, y que

esserci perché possa avere un senso quel che sento, e che

me estás buscando, amor, aunque vos no lo quieras,

mi stai cercando, amore, anche se non lo vuoi,

aunque nunca lo sepas, que se nos va la vida en tanto

anche se non lo ammetti, che ci scappa la vita in tanto

andar, en tanto oscuro a tientas, que me gusta

andare, in tanto folle, assurdo rovistare, che mi piace

pensar cuando estoy solo, pensar en vos, pensar que

pensare quando sono da solo, pensare a te, pensare

estoy en vos, pensar en vos sin mí, en mis manos vacías,

stando in te, in te senza me, in queste mani vuote,

en esa vocación de zaguán al sur que llevás en el pelo,

in quella vocazione di corridoio a sud che porti nei capelli,

en ese andén vacío que no pisamos nunca,

in quel binario vuoto in cui non ci siamo mai attesi,

en ese juego de adioses con pañuelitos de papel, sin adioses,

in quel gioco all’addio dai fazzoletti di carta, senza addii,

en el ojal del chaleco por el que me entraste una tarde

nell’asola del gilé dalla quale mi sei entrata una sera

en todo el pecho, en eso que me hubiera gustado decirte

in mezzo al petto, in quello che avrei voluto dirti

y no te dije, en lo que quise oírte decir y no dijiste,

e non ti dissi, in ciò che avrei voluto ascoltare e non hai detto,

en todo aquel silencio y en todas mis ojeras, y saber

in tutto quel silenzio e in tutte le mie occhiaie, e sentire

que es un lujo que ya no nos podemos permitir, la espera,

che è un lusso che non ci possiamo più concedere, l’attesa,

que nos cae bien, pero requetebien, la tarde,

che ci calza a pennello il pomeriggio, dopopranzo,

ésa horita indecisa en la que el día empieza a escapar

quell’oretta indecisa in cui il giorno comincia a pedacitos

por sgattaiolare todas las rendijas,

sotto la porta, che qualcuno, forse senza volere,

y se va al fin, gateando, por debajo della puerta,

que alguien sin querer, andá a saber, dejó entreabierta,

e piano piano, senza pensarci,

apenas, anche se tu lo sai, y en un ratito, así, como si nada,

anche se non lo spero,

aunque vos ya lo sepas,

ci sta entrando la notte,

en todo el cuerpo.

Tratto da “Per arrivare a sera” di Milton Fernàndez (Rayuela Edizioni)

Funicolì, funicolà. Perché “non omnis moriar”, come dice quella là, la poetessa. Un delirio ombelicale, sì, un passaggio obbligato. Un “va bene così”. Un flusso, come Molly Bloom.

febbraio 22, 2013

E così, il tema sviscerato ieri mattina è stata l’embriologia spinta. Fatti di morule, gastrule, foglietti endo e mesoqualcosa. Si era partiti dalla gatta frettolosa che fece i micini ciechi, nel tentantivo di esplorare la validità scientifica del proverbio, l’assunto e poi, come sempre, le cose prendono un’altra piega.

L’occhio si forma subito, durante la gestazione. Perché in realtà è un’appendice, un’estensione del cervello. All’ultimo a tutto i polmoni, proprio un attimo prima di venire al mondo.

Lo stomaco, l’apparato digerente, quelli sono tutt’un altro fatto.

Tecnicamente, mi spiegano, l’apparato digerente è un’invaginazione, nel nostro corpo, di un sistema esterno: quando la morula esplode e si accartoccia su se stessa per iniziare a differenziarsi in organi, grosso modo, si crea questo vuoto nel quale si situerà tutto il canale digerente, aperto alle due estremità e in connessione con il mondo.

Io non ci potevo credere, e quindi mi sono andata a ricercare le fonti, come sempre.

Ed è vero, diamine. Se così non fosse, saremmo costretti a nutrirci solo di cibi asettici, per evitare che contaminino il nostro corpo. Invece, poiché la cosa tutto sommato ci resta un poco discosta, ecco che possiamo ingurgitare anche il resto.

Lo stomaco non ha intelligenza, mi hanno pure spiegato. E’ solo una centrale di raccolta e smistamento. Un deposito.

E’ l’intestino, ad averla. A modulare l’assimilazione, l’assorbimento. La crescita.

Date da mangiare le stesse cose a dieci bambini e sottoponeteli alla stessa attività fisica: alcuni ingrasseranno, altri dimagriranno, in base a un’intelligenza viscerale.

L’intestino reca delle fibre nervose e neuroni molto simili a quelle del cervello, con simili capacità di discernimento. Il cervello enterico, si chiama, l’ha scoperto uno scienziato americano, che si chiama Allen e lo stanno studiando in molti, in particolare il signor Gershon: pare che l’intestino soffra, gioisca, si emozioni, talvolta decida.

Secerne serotonina, oppiacei, antidolorifici, calmanti. E pure il loro contrario.

Lo sapevamo da sempre, noi che soffriamo di colite. Adesso lo sappiamo meglio e non ci facciamo più prendere in giro da nessuno, tié.

‘Fanculo l’amigdala, pare dire questa scoperta: il vero motore della vita emotiva non sta in testa, ma nella pancia. Pare addirittura che, in barba a Freud, il cervello enterico sia nientepopodimeno che la matrice dell’inconscio. Si sognerebbe grazie all’intestino, che manda input. La famosa storia dei peperoni a cena. E non solo, non solo, mannaggia.

Il che spiega perché, quando voglio le coccole, mi accuccio come una gatta e invoco: pancino, pancino.

Il che spiega perché quando uno si innamora sente le farfalle nella pancia.

Il che spiega una serie di cose, che non stiamo qui a dettagliare, tanto le fonti sono a disposizione di tutti, ma di cui una, tra le altre, è carica di interesse, pur non essendo direttamente collegata: la questione del cordone ombelicale.

In senso tecnico, allorquando si procede dalle staminali ad effettuare trapianti su terzi, impiantando nel loro corpo cellule neuronali che entrano in conflitto con quelle del dna di appartenenza.

Per non dire di quello che avviene nel nostro ombelico: una ricerca dimostra che in un ombelico mediamente lavato si annidano circa 600 specie tra batteri e micro-organismi, che arrivano a 1.400 nel caso di ombelichi scarsamente igienici.

Ma non è tanto questo a interessarci, quanto la tipologia batterica: parrebbe infatti che uno dei ceppi sia presente solo in non so quale oceano, e un altro solo sul terreno giapponese. Un po’ come il batterio della Solfatara di Pozzuoli, che sta solo là e non tiene parenti sparsi nel mondo. Questa cosa, oltre ad essere curiosa, è altamente inquietante e simbolica.

Veniamo dal mare e il mare ci resta dentro, ci raggiunge, diventa ospite anche quando siamo lontani. Veniamo da lontano, da posti distanti, e il lontano ci abita dentro, per quanto possiamo evolvere e distanziarcene nel tempo.

Questa e anche tante altre associazioni, mi vengono in mente, come la storia di quella pianta che era uguale in tutto il mondo perché le radici non andavano in profondità ma in estensione, sicché era sempre la stessa pianta, in qualunque punto dell’universo. Che non è la fiaba di Jack e il fagiolo magico, ma un fatto vero, che ce lo ha raccontato una biologa ricercatrice, diamine.

Mi emoziona, non so spiegare bene perché. Mi emoziona questa sensazione di separatezza e appartenenza allo stesso tempo, questa connessione cosmica, questa cosa della distanza e dell’identità. Vabbè.

Aggiungiamo a questo altri due elementi: l’area che circonda l’ombelico è considerata fisicamente l’area di minore resistenza addominale. Infatti le ernie si sprecano, proprio a causa della minima resistenza offerta dalla fascia muscolare.

Al tempo stesso, dal Giappone all’India, l’omphalos indica la centralità, il luogo in cui si concentra e si sviluppa l’energia, il Ki, il secondo chakra, insomma, quel fatto là.

Dall’ombelico di Visnu sarebbe stato creato il mondo, attraverso l’ombelico di Atman entra la morte nell’Universo.

Come un respiro, in due tempi. Come un battito, in due movimenti. Come una bilancia, in due piatti. Come una coppia distante e inseparabile a un tempo.

Dunque la forza di un individuo si annida nel luogo addominale di maggiore debolezza, di massima permeabilità batterica, laddove vengono assimilate e smaltite la maggior parte delle emozioni. All’incrocio delle possibilità di ingresso e di uscita, nella pausa, nella flessibilità, nello scambio.

La madre non c’entra. La madre è andata perduta tanto tempo prima, quando hanno dato la placenta da mangiare al gatto.

Adesso basta, a raccontarsi ‘sta cazzata di mammà. Basta, su.

Il cordone ombelicale che ci lega al passato è una falsa mitologia inventata per paura della voce dell’intestino, ecco. Non c’è alcun funicolo fisico che ci leghi a niente per alimentarci.

E’ l’intestino, che nutre o denutrisce.

Il passaggio nell’intestino è nella storia di Pinocchio, che mai più dirà bugie. E’ nella storia di Väinämöinen nelle viscere del gigante Vipunen, dal quale acquisire la scienza per finire la sua barca e iniziare a navigare. E’ Cappuccetto Rosso, che uscita dal ventre del lupo, impara che dagli affetti ci si deve far liberare e non divorare. Rendere donna, e non preda.

E’ all’intestino che talvolta si rinuncia, per sopravvivere, come l’oloturia.

Ed è all’intestino che si fa nuovamente appello, per riprendere a vivere.

L’in-canto dell’intestino che salmodia: l’Om.

L’Om che genera l’Uomo, interezza. Maschio o femmina che sia.

Ven a dormir con migo: no haremos èl amor, èl nos harà.

febbraio 20, 2013

Che poi, se uno ci sta un poco attento, si accorge che i confini sono sfumati. Escher docet. Le cose fluiscono le une nelle altre e impercettibilmente cambiano forma.

La notte nel giorno, il giorno nella notte. Il sapore delle spezie in certi cibi orientali. Le nuances dal bianco al malva. I fili grigi confusi nella chioma.

Così che poi ti ci soffermi, per individuare il punto esatto in cui le cose hanno assunto un’altra  piega, un altro aspetto,  ed è difficile risalire al momento esatto del nuovo inizio.

Lo diceva pure l’amica mia: l’ansia sta tutta nel prima, nell’immaginarsi l’arrivo del mutamento e ingigantirlo parossisisticamente, caricandolo di aspettative e tremori. E quando invece ci sei dentro, e da pesce sei diventato uccello, e da uccello passi a cavallo, e da cavallo a esagono, e da esagono a qualsiasi altra cosa, ci sei. E basta. Un salto evolutivo che durerà il tempo che dura, prima di essere nuovamente altro.

E’ che mi pare così impossibile che possa pensarlo, dirlo, scriverlo, viverlo.

Io, che avevo una forma che pensavo immutabile e fissa, che ho combattuto per fingere di alterarla e nel frattempo lavorare nottetempo a consolidarla, cristallizzarla. Mentre a mia insaputa mi facevo pesce, uccello, triangolo e farfalla.

E ha ragione, Cortàzar: l’amore sta. Prescinde da noi. Aleggia all’intorno, come il potere. E’ la presa di coscienza degli opposti e della loro pacifica e necessaria coesistenza, senza opposizione.

Il potere è la forma degradata dell’amore. E’ la negazione dell’altro, l’assoluta supremazia egoica. Sta là pure lui.

Si fronteggiano. Si sfidano. Come se avessero confini netti.

E invece i confini  sono labili, si può solo decidere in quale campo orbitare. Entrambi, l’amore e il potere, ci faranno, ci plasmeranno nelle forme proprie della loro essenza. Ma non per sempre.

Bisogna solo scegliere da che parte stare. Il resto, tutto il resto, scorrerà. Senza aggettivazioni superflue.

Basta scegliere solo, ad ogni momento, da che parte stare.

E quando ci si trova mutati, dall’altro lato, predisporsi a ritornare.

Fiat lux

febbraio 7, 2013

E’ solo che non avevo visto l’interruttore. Come in quelle case antiche, dove ti muovi nel buio, a tentoni, varchi la soglia e allunghi la mano a destra, per accendere la luce, mentre invece è subito prima della porta, fuori, a sinistra. Ma tu non lo sai, non ci pensi. E allora cerchi, sempre muovendoti nel buio, una candela, sai che è nel secondo cassetto del primo mobile che incontri percorrendo la stanza in senso antiorario. La accendi, con i fiammiferi che sono sempre lì di fianco, a garanzia di riuscire a farti rischiarare le idee, e tutto si riempie di ombre tremule.

Poi me l’hanno mostrato, ed è bastato schiacciarlo.

E’ solo che non l’avevo visto, l’interruttore. Per il resto, la lampadina funzionava. E quando la stanza si è rischiarata ho smesso all’istante di inciampare su mobili e sedie e procurarmi inutili lividi sbattendo negli spigoli. Mi sono mossa senza dover indovinare dai contorni, presagire, supporre, scommettere. Ho visto un’altra stanza, nella mia testa. Che non era quella in cui avevo imparato a muovermi.

Non l’avevo mai visto, l’interruttore. Mai. Subito prima dello stipite, a sinistra.

Stanotte niente insonnia, non accadeva da mesi. Ho sognato mio padre e un immenso campo di fragole. Enormi, rosse, rossissime. Poi stamattina ho letto che hanno a che fare con la fecondità, la ricchezza, in senso lato. Con i capezzoli.  Con l’essere femmina. Quel maledettissimo Freud ne sapeva una più del diavolo.  E le sue amiche, pure.

Assalita e rincorsa da dubbi, che Amleto al confronto era un dilettante, mi chiedo, mi interrogo e mi rispondo: sì, no, boh. E’ che la domanda, a mio avviso, è mal posta.

febbraio 5, 2013

Buenos Aires – Madrid – Roma – Napoli.  Magari pure Chicago, va.

Scegli la strada con un cuore, direbbe Castaneda.  E io proprio quella, voglio seguire.  Ascoltare i battiti, che non sono mica tutti uguali. Alcuni più ritmati, altri brevi. Altri a galoppo: putupùm, putupùm, putupùm.

E poi certe aritmie, certi soffi, certi sfrusci la notte nelle orecchie. E suoni di risucchio e di ventosa. Un’orchestra di suoni, questo cuore. Core ‘ngrato, cuore malato, cuore di panna. Un coeur en hiver, avere a cuore, spezzare il cuore, ridere di cuore, in cuor suo, cuor di leone, core mio, core de mamma, due cuori e una capanna, nel cuore della città, rodersi il cuore, sentirsi il cuore di piombo, perdersi di cuore.

E fai presto, Flounder, che devi decidere entro San Valentino, la festa dei cuori. Per spirito di contraddizione, ironia della sorte e tutto quel fatto là. Mai, mai  che a me mi dessero un compito facile, una scadenza non simbolica, un lasciapassare per la semplicità. Io li schifo, quelli che non sanno decidere, specie a san Valentino. L’avevo scritto, una volta, e lo riscriverei altre dieci e cento volte. Ma non mi trovo in nessuna di quelle categorie.

Me ne creo una nuova, apposta per me: a chi si mette paura di non riuscire a trovare più dove sta il cuore, fanci venire una fibrillazione atriale, una ventricolare e pure qualche fascicolazione sparsa ogni due o tre ore.

Poi mi dico che tutte le strade hanno un cuore. O meglio, che puoi portare il tuo cuore su tutte le strade.

Poi mi rileggo Castaneda e mi chiedo: ma tiene ragione o è ‘nu strunz’?

Ogni strada è soltanto una tra un milione di strade possibili.
Perciò dovete sempre tenere presente che una via è soltanto una via.
Se sentite di non doverla seguire, non siete obbligati a farlo in nessun caso.
Ogni via è soltanto una via.
Non è un affronto a voi stessi o ad altri abbandonarla,
se è questo che vi suggerisce il cuore.

Ma la decisione di continuare per quella strada, o di lasciarla,
non deve essere provocata dalla paura o dall’ambizione.
Vi avverto: osservate ogni strada attentamente e con calma.
Provate a percorrerla tutte le volte che lo ritenete necessario.
Poi rivolgete una domanda a voi stessi, e soltanto a voi stessi.
Questa strada ha un cuore?

Tutte le strade sono eguali.
Non conducono in nessun posto.
Ci sono vie che passano attraverso la boscaglia, o sotto la boscaglia.
Questa strada ha un cuore? E’ l’unico interrogativo che conta.
Se ce l’ha è una buona strada.
Se non ce l’ha, è da scartare.

Allora penso al Maestro Yoda, quando dice: Esiste fare o non fare. Provare non esiste.  
Ma poi non è che mi sento meglio.  Lo so pure io, che esiste fare o non fare. Lo sto facendo. E’ solo che vorrei sapere: dopo, che altro devo fare?

Poi penso che conosco già la risposta, la conosco perfettamente, e mi metto vergogna di dirla. E pure paura e pure un poco di orgoglio, a guardare bene. Ma non l’orgoglio della sostenuta, no. Quell’orgoglio di fierezza, che uno dice: ma la vuoi sapere la verità? Io sono fiera di volere questo e quello, ecco. Solo che è talmente tutto mischiato: la paura, la fierezza e la vergogna, il lavoro, gli affetti. Il cuore, ‘sto cazzo di cuore, che mi sto zitta fino a San Valentino. Che io lo schifo, San Valentino, è notorio. Anche se quest’anno vorrei che mi facesse un miracolo. Ma i miracoli non esistono, esiste solo il duro lavoro: fare o non fare. Lo so, non volevo approfittare, era per dire. Poi mi impegno, lo giuro. Ma almeno un aiutino. Per iniziare. O anche per ritornare. Per completare, chiudere il cerchio e ricominciare. O per riprovare. Per lasciar andare.

E lo so, lo so, che le strade sono tutte uguali, non portano da nessuna parte. Perché in quel posto ci sei già. Ci sei sempre.

E allora forse  smetto di cercare la strada e scelgo di essere la piazza del villaggio.

Di esserlo io. Rotonda e ricca di confluenze.

Mi do panchine  per l’attesa e mi lascio percorrere e attraversare. Fino a san Valentino.