Archive for marzo 2013

Natale con i miei, Pasqua con gli atèi. (Lic. poet.)

marzo 30, 2013

Che se uno mi chiedesse dove sono stata, tra Natale e Pasqua, non saprei rispondere mica. Mi veniva in mente proprio oggi una poesia imparata in prima elementare, la storia di un semino che sta sotto terra, al buio, tutto impaurito e umidiccio e non sa perché. Poi, con l’arrivo della primavera germoglia tutto.

Ecco, forse pure io. Forse stavo nell’uovo, nel guscio. E domattina col mio beccuccio affilato picchetterò e ne uscirò, pulcina pulcina. Pigolerò tutta. La Pasqua mi piace assai, mi dà l’idea che rende tutto possibile, non come quel fesso di Babbo Natale. La Pasqua agisce dell’interno, è un motore intimo. Babbo Natale viene da fuori. Vabbè, sono necessari tutti e due i movimenti, è come la respirazione. E infatti a me piace di più espirare, anche se è più difficile. Concettualmente il lasciar andare è più interessante del trattenere. E’ una sfida. Ma magari è un fatto personale, eh. Poi ci sono quelli che invece trattenere è impossibile e mollano tutto sul più bello. Prendi gli eiaculatori precoci, per esempio. Espirare è liberatorio, ecco. Difficile, ma necessario. E’ la scarica, lo svuotamento che rende possibile ricominciare. Come quando ti scappa la pipì e non riesci a pensare a niente e dopo, beata, viene fuori un ahhhh di soddisfazione che quasi non ha paragoni con altro.

Ieri il mio collega, nell’ultimo giorno di colleganza stretta, mi mostrava un video di Galimberti su ragione e irrazionalità, sullo sforzo che tutti noi, ogni mattina, compiamo per ritornare nelle regole del mondo, nel principio di non contraddizione, nell’unità di luogo, tempo e azione, dopo i pericolosi equilibrismi del sogno, dopo le tentazioni oniriche, i voli.

Ieri notte, per esempio, ho sognato di andare al bagno e produrre nella tazza del wc un immenso cappone, che stesso nel sogno mi chiedevo come avessi potuto farlo fuoriuscire dal mio corpicino. Era enorme. Ho cacato un cappone, per dirla brutalmente. Tutto pronto da mettere al forno, pulito pulito, le zampe legate da uno spago.

Io mo’ glielo vorrei chiedere a Galimberti, che significa ‘sto fatto. Ma come dice lui stesso, la ragione è solo un angusto recinto, una microfabbrichetta nella quale si producono regole e null’altro. E che invece bisogna attingere all’irrazionale, ma un poco per volta, se no ci si perde.

L’altra sera la veggente libanese mi ha detto che stavo affumicata dentro, avvelenata, incendiata come una foresta dopo un incendio. Me ne ha dette di tutti i colori. Anzi no, solo uno: nero. Nerissimo. Nero a oltranza. Signora Najah, ma nun se può fa’ niente? Niente, niente da fare, è nero. Se fosse stata napoletana avrebbe detto: adda passa’ ‘a nuttata. Invece ha detto un’altra cosa, ma il senso era quello.

Poi oggi un’altra signora, all’intrasatta, quando meno me lo aspettavo, una signora seria seria e razionalissima, mi ha regalato una cosa, un pezzo di un legno che si chiama Palo Santo, che si fa bruciare. Signora, ho detto io, ma sono già tutta affumicata dentro come una provola, secondo voi mi conviene? Mi ha detto che sì, che stavo affumicata in negativo, e che questo Palo Santo qua trasforma il fumo nero in fumo chiaro, che è un albero che anche se incendiato continua a vivere. Così mi ha fumigato tutta, dalla testa ai piedi, e mi ha pure regalato il resto.

Le pietre, le pietre. Una volta a settembre mi sono comprata una fluorite. Serve a conoscere le verità nascoste, a sognare. La metti sotto il cuscino e via, al mattino vai a colpo sicuro. In realtà non è che la pietra sia magica, è solo che con l’ausilio di un mezzo si focalizza l’attenzione. Una specie di binocolo. Così io mi sono sognata cose che stavano là, che io già le vedevo, ma non le mettevo a fuoco. Poi le ho sognate proprio per benino, in technicolor, e apriti cielo!

Questa settimana la fluorite l’ho persa due volte. Poi l’ho ritrovata. Questo voleva dire che aveva finito il suo compito e allora l’ho regalata a un’amica che non ricorda mai i sogni, che pensa di non averne. In cambio me ne sono regalata un’altra, una stupenda.

Le pietre, come i libri, le cattive esperienze, i grandi amori e i vizi, ci scelgono, anche quando sembra che siamo noi a decidere. In realtà ci chiamano, da lontano. Tu non sai nemmeno il perché, ma lei lo sa. Io stamattina mi volevo comprare un opale nobile, montato su un anello, invece sono stata comprata da una calcopirite. Bella e iridescente, ammiccante. Dopo me la sono studiata, è proprio lei. L’ho messa sullo stomaco, prima ancora di sapere che andava messa sullo stomaco. Farà il suo lavoro, come quella che l’ha preceduta. Affila il becco del pulcino.

C’è un’intelligenza segreta, nelle cose. Soprattutto in quelle che non si capiscono e non si sanno. Proprio perché non sono ancora state passate al vaglio del razionale, che le incasella e le etichetta. Che le funzionalizza. I neonati, appena presa la prima boccata d’aria, corrono alla tetta. Sanno la strada. Addirittura, non mi ricordo se l’ho già scritto da qualche parte, gli spermatozoi fanno squadra. Se una donna in periodo fertile giace con due uomini a breve distanza, tutti gli spermatozoi del primo si coalizzano contro quelli del secondo, per proteggere il lavoro del loro uomo all’Havana, quello che si è insediato il giorno prima. Sembra una squadra di ciclisti, con i gregari che fanno ostruzione. Non me lo sto inventando, l’ho visto in un video un paio di mesi fa. Poi mi sono anche chiesta come lo avessero realizzato: senta, signora, vorrebbe sottoporsi a un test scientifico? Le inseriamo una microtelecamerina lì e nel frattempo lei si sollazza. Non lo fa per piacer suo, ma per piacere alla Scienza. Non c’è peccato, badi bene.

E insomma, quest’irrazionale. E che ci tiene, che si fida di fare. Non come noi, animucce sterili ancorate disonorevolmente alla paura dell’ignoto, alla sicurezza che zavorra il coraggio, alla logica che spegne gli entusiasmi, agli slanci tenuti dall’elastico per tornare indietro risucchiati dal conosciuto. Manco poi uno si potesse fidare, del conosciuto. Ma quando mai. Anche il conosciuto, ha la sua bella fetta di inconoscibile.

Le informazioni sono di tre tipi, questa è una regola banale che vale per tutto e che mi ha spiegato un’amica mia, con tutto un fatto di nomenclature inglesi: ciò che sai, ciò che non sai ma sai che esiste e su cui puoi documentarti e per finire ciò di cui ignori anche l’esistenza. Anche quando si tratta di te stesso. Come quando hai una malattia, prima che si manifesti il sintomo. Come un sacco di altre cose che mi sono capitate ultimamente, o di cui, improvvisamente, ho saputo. Stupefacendomi. Nel bene e nel male. Il fatto di non sapere le cose che non sai nemmeno che esistano sembra uno svantaggio, ma non lo è sempre. Questo però adesso non c’entra, poi perdo il filo.

L’irrazionale entra ed esce dalla cruna della logica. Cuce insieme i pezzi del sapere – questa metafora è stupenda, ne sono compiaciuta. La pianto qua. Per ricordarmene quando domattina esco dall’uovo e faccio cucù. O pio pio. O anche niente, vediamo.

Di vita. (Un testo di Simone Guidi, una dedica al signor Effe)

marzo 28, 2013

“Di vita e non di altro moriremo. Di vizi migliori di voi e di virtù migliori di noi. Di attese alle stazioni, di arrivare all’ultimo secondo al check-in degli aereoporti, di corsa.

Di come il fiato si fa fumo di inverno. Di come ci fermeremo perchè una donna incinta passi sulle strisce.

Moriremo di zuccheri e di sale.  Moriremo che i nostri padri diventano sordi con l’età del pensiero che si finisce e non si è scambiabili con altro.

Di donne che se ne sono andate e non furono mai così belle come quando non saranno più tue.

Moriremo di come la Noia occupa militarmente le nostre stanze. E di troppo ridere fino alle lacrime. Di fuochi e di geli. Di strade all’alba e di colpi di sonno agli autogrill. Della nostra faccia delusa nello specchio. Di un bacio di figlia sulla guancia. Di bassi appetiti e di nobili scelte.

Di cento piccole morti che sconteremo vivendo. Di vita (ripeto) e non di altro.”

L’”insieme” di Mandelbrot. Suppergiù.

marzo 27, 2013

Nel caos generale, almeno una cosa va a posto. La prima casella, il primo pezzo del puzzle: un posto certo nell’organigramma. Che non è, non sarà certamente il massimo della poesia, ma serve ad ancorarsi, a fissare un punto di ripartenza.

A partire dal quale iniziare a studiare, ad imparare. Categorie merceologiche, organolettiche e quanto serve.

Promozione agroalimentare. Quello che volevo, il legame con la terra e con i sensi.

Mai avrei sopportato la promozione di macchine utensili o l’attrazione di investimenti stranieri.

In realtà non è esattamente un puzzle.

Nel puzzle hai un disegno di riferimento rispetto al quale orientare correttamente i pezzi.

Qui il disegno manca.

E’ più una cosa tipo mattoncini lego. O il disegno di un mandala, a partire dal suo centro, l’unico dato certo che in questo momento si possiede.

Qualche settimana fa ho pensato al caleidoscopio.

Da bambina mi conquistava, ma fino a poche sere fa non ci avevo mai riflettuto. Mai così approfonditamente, voglio dire.

I caleidoscopi.

Etimologia: vedere bello.

Utilizzo: vederlo e poi distruggerlo, per dare vita a un’altra forma, nuova.

Ecco, l’attrazione-repulsione per l’oggetto magico, dispensatore di bellezza e della sua intima caducità.

E poi i cristalli, i frattali. Tutto molto simile e anche profondamente diverso: una ripetizione simmetrica del bello, un’eguaglianza di forme che non si perde passando dal micro al macro.

Come l’esistenza di una regola universale, che non cambierà al cambiare delle forme.

Mi sono detta questo, non più di due settimane fa, dopo aver disegnato e colorato la mia immagine di donna-caleidoscopio.

Un caos simmetrico, contenuto da uno spazio. Bello a vedersi e terribilmente fragile.

Il senso di perdita al mutare della forma, per quanto bella e appagante la successiva possa essere.

Pensavo a Benjamin, alla riproducibilità dell’opera d’arte che ne fa perdere l’unicità e la sacralità e mi sentivo stupida, così stupida a non averlo capito prima. Ché se la vita è arte, non è riproducibile, a meno di non toglierle l’aura di mistero.

Piangevo, di tristezza e di gioia a un tempo.

Contemplando l’enorme contenuto distruttivo delle mie parole, di certi gesti. Anche altrui.

Mi spiegavo l’affanno della perdita, come si configura talvolta: anticipare la distruzione per non veder sfiorire la bellezza.

Distruggere l’attimo al suo culmine per paura della non identica ripetibilità del successivo.

E al fondo di tutto questo continuare a cercare la magia dell’irripetibile. L’hic et nunc di ciascuna singola cosa.

Una guerra di nervi, logorante, tra opposte fazioni.

A volte vorrei che qualcuno mi dedicasse del tempo, con parole semplici. Che mi chiarisse i nessi che io individuo e sento e non so dire. Un’intera équipe di scienziati, filosofi. Tutti a mia disposizione. Un’assistenza tecnica personalizzata, a dirmi: sì, è proprio così. Oppure no, è così. A spiegarmi l’equazione che sottosta al tutto. Che anche il caos obbedisce a semplici leggi e ha una sua logica e un filo conduttore.

Scuotermi, come un caleidoscopio, e mostrarmi che resto lì, intatta, attraversata dalla luce.

Composta da frammenti che ogni volta si ricompongono secondo forme irripetibili.

Giocarci, coi frammenti, con le possibili combinazioni.

Sapere di essere il tubo che contiene e non disperde, ma ricrea.

Certe piccole manine

marzo 20, 2013

All’improvviso insorge una stanchezza. Cala come una cappa, dall’alto. Come un velo che offusca, una mancanza d’aria. Si insinua dal basso, sale lungo le cosce e avvolge i reni. Blocca il passo.

E’ stato un inverno pesante, tra i peggiori che possa ricordare. Uno dei tre peggiori, mettiamola così.

L’altro, quello della morte di mio padre. L’altro ancora, quello degli ospedali con mia figlia.

Tutti e tre accomunati dall’impotenza, dal senso di perdita, dalla visione netta e chiara di un limite, di un prima e un dopo che rendono la vita diversa, totalmente diversa. Dove il dopo muterà contenuti, procedure, protocolli. Dove il prima si consuma nella generazione di un vuoto che promette di riempirsi, come è nella natura delle cose, ma per l’istante lascia un buco. Un tavolo quadrato a tre gambe, come ho scritto anni fa, con la necessità che a turno, durante il pranzo, qualcuno si occupi di sostenere la parte sbilenca. A turno, appunto. Senza distrarsi, altrimenti scivolerà tutto via, tutto giù per terra. A turno.

Stamattina gli uccelli hanno cantato intorno alle cinque. Mi sono detta che potevo svegliarmi con un giusto alibi, che non era per via dell’insonnia. Che l’insonnia prima o poi si sarebbe trasformata in dinamismo.

Mi guardo dall’esterno, avvolta dal velo di stanchezza, e un po’ mi intenerisco. Mi abbraccio, fin dove le braccia arrivano. Penso che non ci si possa autoinvitare nelle vite degli altri. Può darsi che in quel momento siano tutte in disordine, o che vivano in così pochi metri quadri di anima, sentimento e voglie, che non c’è spazio per ospiti a sopresa.

Mi siedo al sole, stamattina, nel mio terrazzino pieno di piante e benedico il tempo che si muove. Dovunque vada, andrà bene. Osservo le impronte che ho lasciato nel mio cammino e aspetto che il mare venga a ricoprirle, che al loro posto restino solo conchiglie da raccogliere.

Ci farò una cornice, su una base azzurra. Al centro una foto che ho molto amato. Avevo lunghi capelli mossi e dentini piccoli e radi. Abbiamo camminato fin qui, dirò. Tanta strada. E’ normale sentirsi stanche.

Ci riposeremo per un tratto, io e la bambina. Poi ripartiremo, mano a mano.

Après tout, c’est la vie.

marzo 18, 2013

Piccole cose da notare, quasi niente da sottolineare. Un indizio di primavera, un enorme spazio vuoto da riempire. Qualche timido progetto, uno scorcio in prospettiva. Wurstel e patatine, un rapper sconosciuto. Cose apparentemente senza importanza. Accumuli di briciole. Formichine in fila. La beffa del finto stile coloniale, il grottesco di ogni forma di imitazione. Una serra in un grande magazzino, immaginata in un giardino d’inverno, dove al caldo di una stufa osservare la vegetazione che rinasce.

Sogni di futuro, sogni di presente. Nessuna promessa da fare, nessuna da mantenere: il prezzo della libertà, il suo gusto agrodolce.

(in sottofondo Marta Glen, Destiny o Believer. O Enough. Après tout, c’est la vie)

Prazeres, Daniel Pedrogam

marzo 15, 2013

Prazeres, Daniel Pedrogam

L’uomo lavora nella sua generazione, la madre nella futura (cit.).

marzo 9, 2013

Entravi e uscivi dalla mia vita. Abilmente. Assente in presenza, presente nell’assenza.

A volte mi chiedevo se al posto del cuore, io non avessi piuttosto una porta girevole, silenziosa. Di quelle a vetri. Lo capivo quando non c’eri, dalle impronte che lasciavi, ditate unte. Impronte di grasso, di sudore, di rabbia dura e ansia. Lavavo i vetri con le mie lacrime, metodicamente, e in controluce osservavo strie di sale, segni sul cristallo. Da grande accendevo sigarette una dietro l’altra. Non era per vizio, mi avevano detto che la cenere, strofinata con delicatezza, cancella i graffi, compie una lenta e delicata abrasione dei ricordi.

Occorre molto tempo, un panno morbido. A lungo, poi, le mani restano maleodoranti. Se avessi avuto un camino, avrei fatto a meno delle sigarette. Avrei aspettato il consumarsi del ceppo, la scintilla perdersi d’intorno. Avrei bruciato lentamente tutto insieme. Il fuoco purifica.

Speravo a volte in un blocco del meccanismo, un improvviso cedimento dell’asse. Che tu restassi per sempre dentro, o fuori. Sostituire la porta con un diverso accesso, con un codice numerico. Magari una maniglia, perché poggiassi su quella. O murarla del tutto. Lasciarti fuori, senza mai più riaprire.

M’avevano detto che erano infrangibili, antiproiettile. M’avevano detto un sacco di cazzate. Cedevano invece alla minima pressione, con una piccola spinta si innescava una spirale che mi trasformava in trottola.

Il passato è una scatola nera. Di quelle che esamini dopo la sciagura, se hai la fortuna di ritrovarla. Ascolto il Voice Recorder, prima di addormentarmi, come una ninna nanna urlata. E sogno a volte di essere una madre a te migliore.

Junk Mood

marzo 3, 2013

Le notti che ti ho perduto ero in un luogo della carne, della materia densa di umori e sangue. Degli escrementi, del sudore, dei fiotti di sperma. Delle distanze accorciate, della vicinanza eccessiva. Degli abbracci che stritolano e impediscono lo sguardo. Del senso smarrito. Dei sensi ottusi, del sale che irrita le mucose, della morsa allo stomaco, dei ronzii nelle orecchie, dell’odore sconosciuto, del gusto aspro. Degli occhi chiusi, per non contemplare la maceria.

Le notti in cui ti ho perso ero in luogo in cui niente era dato, una terra di mezzo, un vago spazio d’ombra. Della grandine che colpisce e rallenta l’andare, della neve così fredda che brucia, delle mappe sbiadite e illeggibili, dei fantasmi proiettati dai sogni. Dell’ululato triste del cane, di primo mattino. Dei rintocchi puntuali e dolenti della campana di fronte, delle parole versate come miele per intrappolare le mosche, dell’inutile farmacologia dell’apparire. Del rallentare improvviso di ogni singolo gesto, così smembrato da rendersi irriconoscibile, non riconducibile a volontà, a significato.

Il dolore è un sacco nero che ingoia tutto, indifferenziatamente.

La paura, il laccio che lo sigilla.