L’”insieme” di Mandelbrot. Suppergiù.

Nel caos generale, almeno una cosa va a posto. La prima casella, il primo pezzo del puzzle: un posto certo nell’organigramma. Che non è, non sarà certamente il massimo della poesia, ma serve ad ancorarsi, a fissare un punto di ripartenza.

A partire dal quale iniziare a studiare, ad imparare. Categorie merceologiche, organolettiche e quanto serve.

Promozione agroalimentare. Quello che volevo, il legame con la terra e con i sensi.

Mai avrei sopportato la promozione di macchine utensili o l’attrazione di investimenti stranieri.

In realtà non è esattamente un puzzle.

Nel puzzle hai un disegno di riferimento rispetto al quale orientare correttamente i pezzi.

Qui il disegno manca.

E’ più una cosa tipo mattoncini lego. O il disegno di un mandala, a partire dal suo centro, l’unico dato certo che in questo momento si possiede.

Qualche settimana fa ho pensato al caleidoscopio.

Da bambina mi conquistava, ma fino a poche sere fa non ci avevo mai riflettuto. Mai così approfonditamente, voglio dire.

I caleidoscopi.

Etimologia: vedere bello.

Utilizzo: vederlo e poi distruggerlo, per dare vita a un’altra forma, nuova.

Ecco, l’attrazione-repulsione per l’oggetto magico, dispensatore di bellezza e della sua intima caducità.

E poi i cristalli, i frattali. Tutto molto simile e anche profondamente diverso: una ripetizione simmetrica del bello, un’eguaglianza di forme che non si perde passando dal micro al macro.

Come l’esistenza di una regola universale, che non cambierà al cambiare delle forme.

Mi sono detta questo, non più di due settimane fa, dopo aver disegnato e colorato la mia immagine di donna-caleidoscopio.

Un caos simmetrico, contenuto da uno spazio. Bello a vedersi e terribilmente fragile.

Il senso di perdita al mutare della forma, per quanto bella e appagante la successiva possa essere.

Pensavo a Benjamin, alla riproducibilità dell’opera d’arte che ne fa perdere l’unicità e la sacralità e mi sentivo stupida, così stupida a non averlo capito prima. Ché se la vita è arte, non è riproducibile, a meno di non toglierle l’aura di mistero.

Piangevo, di tristezza e di gioia a un tempo.

Contemplando l’enorme contenuto distruttivo delle mie parole, di certi gesti. Anche altrui.

Mi spiegavo l’affanno della perdita, come si configura talvolta: anticipare la distruzione per non veder sfiorire la bellezza.

Distruggere l’attimo al suo culmine per paura della non identica ripetibilità del successivo.

E al fondo di tutto questo continuare a cercare la magia dell’irripetibile. L’hic et nunc di ciascuna singola cosa.

Una guerra di nervi, logorante, tra opposte fazioni.

A volte vorrei che qualcuno mi dedicasse del tempo, con parole semplici. Che mi chiarisse i nessi che io individuo e sento e non so dire. Un’intera équipe di scienziati, filosofi. Tutti a mia disposizione. Un’assistenza tecnica personalizzata, a dirmi: sì, è proprio così. Oppure no, è così. A spiegarmi l’equazione che sottosta al tutto. Che anche il caos obbedisce a semplici leggi e ha una sua logica e un filo conduttore.

Scuotermi, come un caleidoscopio, e mostrarmi che resto lì, intatta, attraversata dalla luce.

Composta da frammenti che ogni volta si ricompongono secondo forme irripetibili.

Giocarci, coi frammenti, con le possibili combinazioni.

Sapere di essere il tubo che contiene e non disperde, ma ricrea.

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