Natale con i miei, Pasqua con gli atèi. (Lic. poet.)

Che se uno mi chiedesse dove sono stata, tra Natale e Pasqua, non saprei rispondere mica. Mi veniva in mente proprio oggi una poesia imparata in prima elementare, la storia di un semino che sta sotto terra, al buio, tutto impaurito e umidiccio e non sa perché. Poi, con l’arrivo della primavera germoglia tutto.

Ecco, forse pure io. Forse stavo nell’uovo, nel guscio. E domattina col mio beccuccio affilato picchetterò e ne uscirò, pulcina pulcina. Pigolerò tutta. La Pasqua mi piace assai, mi dà l’idea che rende tutto possibile, non come quel fesso di Babbo Natale. La Pasqua agisce dell’interno, è un motore intimo. Babbo Natale viene da fuori. Vabbè, sono necessari tutti e due i movimenti, è come la respirazione. E infatti a me piace di più espirare, anche se è più difficile. Concettualmente il lasciar andare è più interessante del trattenere. E’ una sfida. Ma magari è un fatto personale, eh. Poi ci sono quelli che invece trattenere è impossibile e mollano tutto sul più bello. Prendi gli eiaculatori precoci, per esempio. Espirare è liberatorio, ecco. Difficile, ma necessario. E’ la scarica, lo svuotamento che rende possibile ricominciare. Come quando ti scappa la pipì e non riesci a pensare a niente e dopo, beata, viene fuori un ahhhh di soddisfazione che quasi non ha paragoni con altro.

Ieri il mio collega, nell’ultimo giorno di colleganza stretta, mi mostrava un video di Galimberti su ragione e irrazionalità, sullo sforzo che tutti noi, ogni mattina, compiamo per ritornare nelle regole del mondo, nel principio di non contraddizione, nell’unità di luogo, tempo e azione, dopo i pericolosi equilibrismi del sogno, dopo le tentazioni oniriche, i voli.

Ieri notte, per esempio, ho sognato di andare al bagno e produrre nella tazza del wc un immenso cappone, che stesso nel sogno mi chiedevo come avessi potuto farlo fuoriuscire dal mio corpicino. Era enorme. Ho cacato un cappone, per dirla brutalmente. Tutto pronto da mettere al forno, pulito pulito, le zampe legate da uno spago.

Io mo’ glielo vorrei chiedere a Galimberti, che significa ‘sto fatto. Ma come dice lui stesso, la ragione è solo un angusto recinto, una microfabbrichetta nella quale si producono regole e null’altro. E che invece bisogna attingere all’irrazionale, ma un poco per volta, se no ci si perde.

L’altra sera la veggente libanese mi ha detto che stavo affumicata dentro, avvelenata, incendiata come una foresta dopo un incendio. Me ne ha dette di tutti i colori. Anzi no, solo uno: nero. Nerissimo. Nero a oltranza. Signora Najah, ma nun se può fa’ niente? Niente, niente da fare, è nero. Se fosse stata napoletana avrebbe detto: adda passa’ ‘a nuttata. Invece ha detto un’altra cosa, ma il senso era quello.

Poi oggi un’altra signora, all’intrasatta, quando meno me lo aspettavo, una signora seria seria e razionalissima, mi ha regalato una cosa, un pezzo di un legno che si chiama Palo Santo, che si fa bruciare. Signora, ho detto io, ma sono già tutta affumicata dentro come una provola, secondo voi mi conviene? Mi ha detto che sì, che stavo affumicata in negativo, e che questo Palo Santo qua trasforma il fumo nero in fumo chiaro, che è un albero che anche se incendiato continua a vivere. Così mi ha fumigato tutta, dalla testa ai piedi, e mi ha pure regalato il resto.

Le pietre, le pietre. Una volta a settembre mi sono comprata una fluorite. Serve a conoscere le verità nascoste, a sognare. La metti sotto il cuscino e via, al mattino vai a colpo sicuro. In realtà non è che la pietra sia magica, è solo che con l’ausilio di un mezzo si focalizza l’attenzione. Una specie di binocolo. Così io mi sono sognata cose che stavano là, che io già le vedevo, ma non le mettevo a fuoco. Poi le ho sognate proprio per benino, in technicolor, e apriti cielo!

Questa settimana la fluorite l’ho persa due volte. Poi l’ho ritrovata. Questo voleva dire che aveva finito il suo compito e allora l’ho regalata a un’amica che non ricorda mai i sogni, che pensa di non averne. In cambio me ne sono regalata un’altra, una stupenda.

Le pietre, come i libri, le cattive esperienze, i grandi amori e i vizi, ci scelgono, anche quando sembra che siamo noi a decidere. In realtà ci chiamano, da lontano. Tu non sai nemmeno il perché, ma lei lo sa. Io stamattina mi volevo comprare un opale nobile, montato su un anello, invece sono stata comprata da una calcopirite. Bella e iridescente, ammiccante. Dopo me la sono studiata, è proprio lei. L’ho messa sullo stomaco, prima ancora di sapere che andava messa sullo stomaco. Farà il suo lavoro, come quella che l’ha preceduta. Affila il becco del pulcino.

C’è un’intelligenza segreta, nelle cose. Soprattutto in quelle che non si capiscono e non si sanno. Proprio perché non sono ancora state passate al vaglio del razionale, che le incasella e le etichetta. Che le funzionalizza. I neonati, appena presa la prima boccata d’aria, corrono alla tetta. Sanno la strada. Addirittura, non mi ricordo se l’ho già scritto da qualche parte, gli spermatozoi fanno squadra. Se una donna in periodo fertile giace con due uomini a breve distanza, tutti gli spermatozoi del primo si coalizzano contro quelli del secondo, per proteggere il lavoro del loro uomo all’Havana, quello che si è insediato il giorno prima. Sembra una squadra di ciclisti, con i gregari che fanno ostruzione. Non me lo sto inventando, l’ho visto in un video un paio di mesi fa. Poi mi sono anche chiesta come lo avessero realizzato: senta, signora, vorrebbe sottoporsi a un test scientifico? Le inseriamo una microtelecamerina lì e nel frattempo lei si sollazza. Non lo fa per piacer suo, ma per piacere alla Scienza. Non c’è peccato, badi bene.

E insomma, quest’irrazionale. E che ci tiene, che si fida di fare. Non come noi, animucce sterili ancorate disonorevolmente alla paura dell’ignoto, alla sicurezza che zavorra il coraggio, alla logica che spegne gli entusiasmi, agli slanci tenuti dall’elastico per tornare indietro risucchiati dal conosciuto. Manco poi uno si potesse fidare, del conosciuto. Ma quando mai. Anche il conosciuto, ha la sua bella fetta di inconoscibile.

Le informazioni sono di tre tipi, questa è una regola banale che vale per tutto e che mi ha spiegato un’amica mia, con tutto un fatto di nomenclature inglesi: ciò che sai, ciò che non sai ma sai che esiste e su cui puoi documentarti e per finire ciò di cui ignori anche l’esistenza. Anche quando si tratta di te stesso. Come quando hai una malattia, prima che si manifesti il sintomo. Come un sacco di altre cose che mi sono capitate ultimamente, o di cui, improvvisamente, ho saputo. Stupefacendomi. Nel bene e nel male. Il fatto di non sapere le cose che non sai nemmeno che esistano sembra uno svantaggio, ma non lo è sempre. Questo però adesso non c’entra, poi perdo il filo.

L’irrazionale entra ed esce dalla cruna della logica. Cuce insieme i pezzi del sapere – questa metafora è stupenda, ne sono compiaciuta. La pianto qua. Per ricordarmene quando domattina esco dall’uovo e faccio cucù. O pio pio. O anche niente, vediamo.

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4 Risposte to “Natale con i miei, Pasqua con gli atèi. (Lic. poet.)”

  1. certepiccolemanie Says:

    che la semana era tutta divina (para procurarse el amor, giust’appunto),

    me lo garantì, al primo colpo, già il 4, insinuato di striscio sotto l’uscio,

    negli acerbi splendori dell’aurora, il Tarot inconfutabile di un Frank

    (che è un Frank Solano bogotano), dicendomi, in sostanza, di piantarla di pensare

    al mio passato, poichè sono superdotato (imbarazzante, ma autentico) di un “signo futurista”:

    (che mi arrastra hasta el cielo, in verità, e chi sa che altro diavolo mi fa,

    con la mia flecha che se dispara, e con, di conseguenza, nessuno (nessuna) che se resista

    una tentacìon “hacia usted”, che son mi, non so, che sono yo, e sono qua, sono qui):

    il 6 mi arriva la smentita di un Chabeli: mi avverte, in breve, che all’ordine del giorno per me,

    ci stanno limitaciones, e così tenderò a desperarmi, e che devo, allora, tomarmi

    la cosas con calma, e devo pure, pur carente di tacto, utilizzarmelo al meglio,

    il mio poco, se mi voglio ottenermi un pò di fructos dei miei esfuerzos, e conseguirmi

    la realizacìon delle mie nuevas metas:

    e non mi ricordavo più che il 5, questo stesso profeta

    mi aveva preammonito, addirittura, che, va bene, necessito di afecto (para no perdermi

    el equilibrio, se non altro), ma che devo guardarmi dall’enredarmi in una qualunque

    relacìon amorosa (che mi avrebbe, altrimenti, procurato soltanto, malamente,

    dudas, desconfianza y tormento): (anzichè darmi las satisfacciones):

    il 7, ho rinunciato

    agli oroscopi: (prendendomi la vita come viene, a me, come mi viene, mi conviene):

    da Corollario 1992-1996
    Sanguineti

  2. t. Says:

    Estinto splinder, sono venuti a mancare (mancare, proprio) alcuni contatti. Ed eccoti ritorvata “nell’uovo di pasqua”.
    Buona pasqua. (augurio e affermazione, anche.)

  3. certepiccolemanie Says:

    e tu chi fosti, in una precedente vita?

  4. t. Says:

    “orasesta”, “majara”, una dei gestori dell’Osteria da Amalia” o blogosteria che dirsi voglia…
    (una “spiritata” disse anche che ero una dama alla corte di Federico Malatesta, ma non so se contano le precedenti vite “reali” 🙂

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