Archive for aprile 2013

Sesso, blog e rock’n’roll.

aprile 29, 2013

Uno scenario di turpitudine. Ecco, in cosa mi sono imbattuta questa mattina, dalle statistiche di wordpress, dalle chiavi di ricerca, dai link a questo blog. Che non è fare del moralismo inutile, per carità.

E’ che qua la gente muore di fame, sta in piena crisi, e si spendono più soldi in Viagra e Cialis, in escort e puttane, di quanti ne occorrano per portare avanti decorosamente una famiglia. O forse è altrove, che provo fastidio. Forse nella continua rivelazione che l’amore  non esiste, è questo.  Non esiste la lealtà. Non esistono una serie di cose. E’ solo che preferirei non  saperlo, mentre mi pare che da mesi è l’unica evidenza che mi venga sbattuta sistematicamente in faccia. O forse sono io, che non riesco a disilludermi. O magari con l’età, invece di farmi più cinica e spietata, divento sempre più fragile.

Mo’ non ho voglia né tempo di scriverci, è un tema che mi fa star male. Più male del necessario.

Poi quando mi passa, magari ci faccio pure un post divertente, su quanto ho scoperto stamattina. Divertente forse no. Magari meno arrabbiato, ecco.  Meno amareggiato. Dopo che ho approfondito tutto il fatto. Roba che scotta.

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Cose che tornano. Cose che non tornano.

aprile 28, 2013

C’era odore di primavera, stanotte. Fortissimo. Sono andata a comprare le sigarette nel bar che sta aperto ventiquattr’ore su ventiquattro. Che di notte è affollatissimo. Un ragazzo – ma non era poi davvero così giovane, o forse sì, ma di pochi anni portati assai male – parlava una lingua strana, musicale. Sono rimasta ad ascoltarlo per un po’, poi gli ho chiesto che lingua fosse.

Albanese, mi ha risposto. Ti piace?

Moltissimo.

E allora, mentre ti fumi la sigaretta, ti racconto una favola, anche se non capisci niente. Una storia che mi raccontava mia nonna, da bambino. E’ la musica, che importa.

Non saprò mai di cosa parlasse realmente la storia. Rideva, non ha voluto dirmelo.

Mi è venuta in mente questa. Peccato sia andato perduto il file sonoro. E’ la musica, che conta, le pause, il ritmo. La difficoltà del comunicare scrivendo è forse nell’impossibilità di trasferire adeguatamente il proprio ritmo interiore, la propria musica. Non so. A me la gente piace vederla  nel modo in cui occupa lo spazio, nei gesti. Ascoltarla nei respiri con cui formula o trattiene le parole.

E’ la musica, che importa.

Fallo tu! No, tu.

aprile 26, 2013

Che io poi mi vergogno a raccontare di questa cosa, ma tant’è. Allora, tra i regali di compleanno propriamente detti, che sono stati pochissimi, perché in realtà ai miei amici gli ho chiesto graziosamente di regalarmi tutt’un altro fatto e loro hanno ancor più graziosamente provveduto, mi arriva a casa un pacchetto debitamente confezionato – scatola a parallelepipedo con carta rossa e tanto di fiocco – con un biglietto assolutamente anonimo, stampato, con scritto “Tanti auguri a te”.

E io lo apro, già chiedendomi chi l’ha mandato e cosa potrà contenere, e dentro ci trovo nientepopodimeno che un coso, un oggetto fallico a pile. Insomma, un vibratore. E poi tutta una specie di attestato tecnico, che recita: complimenti per la vostra scelta, ciccì e bubbà, un prodotto garantito come non se ne trovano altrove, fabbricato così e cosà, la sicurezza, la product liability, i termini di resa. E poi pure un altro foglio con su scritto che se entro trenta giorni vado al negozio, lo posso cambiare con un’altra cosa. Che so: due palline rotanti con i villi fluorescenti, delle manette ricoperte di vera pelliccia di lapin, un baby doll di big babol premasticate, un anello vibrante con timer incorporato. Uh Gesù, mi sono detta. E un poco pure mi veniva da ridere. E chi mai mi può aver mandato questo coso? Un gruppo di buontemponi? Un’amica compassionevole? Il medico di base? La Confraternita di Sant’Arduino?

E mica posso andare in giro a chiedere: scusate, siete voi che mi avete mandato un oggetto fatto a forma di missile spaziale con tanto di bustina di raso che me lo posso mettere tranquillamente in borsetta senza dare nell’occhio e al più dire che si tratta di un portabanane da passeggio? Che poi a me manco mi piacciono le banane. E nemmeno le arance, ‘a verità. Non ci sta manco un timbro postale, niente. Quelle cose con la privacy totale. E pure che mi dicono che lo posso cambiare, mi mandano una sfilza di negozi in tutt’Italia che nulla mi dice circa la provenienza dell’oggetto in questione.

E che faccio? Lo cambio? Lo sostituisco con qualcosa di più utile? Me lo conservo nel cassetto del comodino che poi me lo scordo e viene fuori durante il trasloco e gli energumeni dei trasportatori chissà che si pensano? Me lo porto alla prossima riunione d’Area e bell’e bbuono lo caccio e lo sbatto sul tavolo, tipo Kruscev con la scarpetta?

Per prima cosa mi sono fatta una passeggiata su Wikipedia, che io poi sono una razionale e se capisco tutte le implicazioni di un fatto, lo accetto meglio, mi rilasso. Trovo questa locandina degli anni ’10 che titola: Vibration is Life. E già mi pare un fatto buono, come la bioenergetica, il grounding. I muscoli, le fibre devono vibrare, in risonanza con il respiro, l’universo, il vento. Guai, guai a voi se non vibrate. Così diceva la mia maestra, tanti anni fa. Ma era un altro fatto. O forse ci azzeccava pure un poco, con questo fatto qua, ma in via assai indiretta.

E però, al paragrafetto dedicato agli Stati Uniti mi si rischiara la mente: ecco, può essere usato a scopi educativi. Questo fatto mi intriga. Perché alla buona educazione io ci tengo assai, buongiorno e buonasera, permette, prego, no, passi prima lei, non si telefona alla gente dopo le 22.00, non si mettono le dita nel naso, non si fanno i rutti a tavola, insomma, tutti questi “non” che aiutano a vivere meglio, a starci più simpatici.

La buona educazione è fatta prevalentemente di privazioni, di continue autolimitazioni per riuscire a stare tutti insieme nello stesso spazio senza darci fastidio. Se tanto mi dà tanto,  con un sillogismo deduttivo di dubbia fattura, se questo coso serve per l’educazione, si deve abbinare a qualche non. Mo’ tutto sta’ a capire di che stiamo parlando e di come possiamo sfruttarne al massimo gli effetti educativi. Una precisazione a monte pure si deve fare: la buona educazione è una cosa, i convenevoli sono un’altra. No, perché qua c’è gente che fa tutti gli scemanfù e poi è scostumatissima. E quello poi lo dice la parola stessa: scemanfù, francesismo partenopeo da Je m’en fous. Quindi deduciamo che con l’oggetto in questione non si devono fare convenevoli e inutili moine: si va diretti al punto (G?), al sodo (senza ombra di dubbio), con franchezza e garbo (infatti pare che pure Greta, sotto sotto, vezzi da diva, si sa come sono, ma vabbè, non divaghiamo).

Veniamo a noi: l’educazione femminile.

Leggi e rileggi, alla fine succede sempre che queste cose sono inventate dagli uomini per curare le donne, le poverette isteriche. Come se le anormali fossimo noi. Le malate. Ammesso anche che fosse vero, ma proprio così, in un esercizio per assurdo, questi che fanno? Operano per delega, affidando a un oggetto sostitutivo quello che dovrebbero fare in prima persona. Quanto sono pigri, gli uomini? Poi dicono che noi abbiamo il mal di testa. Leggende metropolitane da primo Ottocento. Poi però quando ce li dovessero vedere in casa, direbbero che siamo frigide o assatanate, e si creerebbe un circolo vizioso dal quale non si esce più. Ma non vizioso nel senso divertente. Tutt’un fatto di inadeguatezza, sospetti e compagnia bella.

Vabbè, torniamo allo scopo educativo. E’ una questione di accenti: o larga oppure o stretta? Perché se è il secondo caso, tutto è più semplice. Io invece mi sono intestardita sulla prima possibilità. Poi mi sono detta che magari le due cose andavano di pari passo. Ma fino a che non avessi visto con chiarezza la funzione educativa, non avrei pigiato sul tasto di accensione. Nemmeno per scherzo, nemmeno per prova. Avesse le lame, dico io, potrei usarlo per fare un passato di verdura, un frappé. Ma non ce le ha. E nemmeno le setole, che potevo sostituire lo spazzolino elettrico. E poi tiene un’autonomia ridotta e con tutte queste batterie che si devono cambiare, non è manco ecosostenibile. Ma soprattutto: non parla e non tiene le mani, che sono due fatti necessari e indispensabili. Come dice mia figlia: tutti sono bravi a dire “ti amo”, ma quanti sanno dire “vuoi quei kiwi”? Ecco, il ragionamento è un po’ lo stesso, la tredicenne ha le idee chiare.

Così mi sono armata di pazienza e mi sono messa a spulciare il sito dello shop on line, quello segnato sotto tutti i documenti di accompagno, per vedere se mai lo potessi cambiare veramente con qualche cosa. Mi sono avvilita: lenzuola di vinile in pvc, che al solo pensiero che mo’ viene l’estate già sudo mentalmente, teglie e formine per il ghiaccio a forma di cazzetti, sculacciatori in pelle di brontosauro, altalene da appendere agli stipiti della porta con tutto il fattapposta incorporato. Mi sono avvilita. L’ho già scritto, lo so. Ma mi sono proprio avvilita. Avevo pensato: magari ci trovo una caffettiera elettrica programmabile, per il dopo, e io poi invece la uso quando mi pare a me. E invece niente. Un avvilimento.

Allora dopo averci pensato un’intera giornata, mi sono detta: mo’ lo riciclo. Rifaccio il pacchetto tale e quale e al primo compleanno di qualche amica mia, glielo metto nella buca delle lettere. Poi se la vede lei, col fatto educativo, gli usi e i costumi. Che a me l’educazione me l’hanno insegnata le monache, insieme al portamento, e non credo che ci posso aggiungere niente più. Magari mi potrei diseducare, questo sì. Iniziare il percorso a ritroso. Ma per quello ci vogliono altri mezzi, non questi regali da educanda. E manco è detto che ci si riesca.

(Happy) Birthday. Mi scrivo da lontano. Mi auguro cose belle. Desideri. Due o tre, basteranno.

aprile 24, 2013

(…) Potrei tacere, ad esempio. Saggiare il terreno con la punta.

Sentirmi nelle qualità di silenzio inesplorate. Sentirmi ancora in certi scrosci di sangue, come la notte, girandomi nel letto, che rimbombano nelle orecchie e mi fanno paura di morire.

Potrei restare in silenzio anche tutta la vita, non è l’assenza di suono che mi turba.

Parlo per crearmi una pelle. Non uno scudo. Una pelle, uno spessore. Un surrogato da toccare quando non mi si tocca la pelle.

Banalmente, è questo. Come un regalo. La confezione dono.

Ed è da sempre che pasticcio coi fiocchetti del dire.(…)

La variante di Lüneburg. O dell’amare gli spigoli.

aprile 23, 2013

(Ci sarebbero parole, a corredo. Ricordi, immagini. Desideri sopiti, rimpianti. La pioggia battente ieri sera, sul Ghetto, a rimescolare tutto. Le tengo per me, questa volta. Ich liebe Libeskind, come ho scritto tempo fa. Lui è una specie di fil rouge degli ultimi anni, qui e lì. In vari altrove in cui mi sono persa. Certi spigoli o li ami o li odi, che siano nei disegni, nelle architetture o nel carattere. Io li amo. Più di ogni melliflua morbidezza. Più di ogni curva. )

La variante di Lüneburg. O dell'amare gli spigoli.

Neanche un minuto di non amore. Battisti, mi pare.

aprile 22, 2013

Si impara dall’osservazione, che nell’umano non esiste staticità. Mai.

Che anche un quadro contiene una precisa tensione fatta di microaggiustamenti che servono a tenere insieme in equilibrio le sue componenti.

Ieri ho visto uno spettacolo che mio padre avrebbe amato moltissimo, ci pensavo mentre ero rapita dal veloce e reiterato backstage che in realtà è un frontstage, una preparazione rapidissima, in diretta, della sintesi che poi si andrà a rappresentare. Complicatissime pose plastiche tenute insieme da una concentrazione muscolare estrema, morbidi drappeggi e giochi di luce. Una finzione, sì, ma solo apparente. Una realtà effettiva ma non sostenibile a lungo. Non so come spiegare.

Mi sono poi detta, ripensandoci, riguardando le fotografie e considerando l’insieme della giornata, delle persone che l’hanno riempita, dei miei stessi pensieri che di tanto in tanto si allontanavano dai luoghi  per infilzarsi altrove, in certi strati più profondi del sapere, come le frecce nelle carni di un san Sebastiano imbelle, che due sono le cose orribili che possono capitarti nel tentativo di interazione profonda con una persona: la prima, mettere l’altro – volontariamente o involontariamente –  in condizione da non poter essere ciò che realmente è.  La seconda: trovarsi di fronte a un altro che sceglie autonomamente nei tuoi riguardi di assumere una posizione che non gli corrisponde realmente.

Il risultato di questi errori non è  una relazione ma un tableau vivant, un insieme di singoli momenti creati ad arte, concentrati e isolati, a volte finanche perfetti, che per mantenersi richiedono uno sforzo intenso che non può essere sopportato troppo a lungo nel tempo, pena il cedimento. E che tuttavia, per essere creati e mantenuti, comportano la necessità e la fatica di un costante allenamento.

E allora,  finché si tratta di uno spettacolo della durata di quaranta, quarantacinque minuti, con regolare biglietto pagato, eventuale promessa di replica e la coscienza condivisa che sia una finzione messa su per conquistare, stupire, divertire, sorprendere, irritare, far pensare, va bene per tutti.

Il problema è che non funziona fuori da uno spazio teatrale.

Il problema – quando si approssima il compleanno mi viene sempre da fare un bilancio severo, forse  per via di tutto il fatto della rivoluzione solare, l’ho appena appreso, e dunque del desiderio di ricominciare da un punto zero, cercando di darsi e dare del bene – è che non si può vivere di soli teatrini, che non si può fare ricerca e sperimentazione sulla pelle di qualcuno, trattandolo come uno spettatore ignaro cui non è stato comunicato il costo del biglietto. E nemmeno che c’era un biglietto da pagare.

Per quest’anno che inizio non ho voglia di pezzi di avanspettacolo, di farse, e neppure di una brillante commedia degli equivoci o di romantiche interpretazioni che ti tradiscono sulla soglia dell’atteso lieto fine, con un colpo di scena, un deus ex machina, o l’impenitente maggiordomo colto sul fatto.

Non voglio  il Sold Out dell’anno passato, no.  Che passata la festa, talvolta si decade in men che non si dica dal cartellone, rimpiazzata dalla concorrenza del disperato mondo di personaggi in cerca d’autore e agente.

Qui, fuori dalla scena, smetto di credere nella possibile conversione dei cavalli. Lascio perdere anche l’accavallarsi dei cavilli. C’è una serie di eclissi in arrivo, non è un caso.

E capirai, in un solo momeeeeento, cosa vuol dire, un danno d’amooooree.

aprile 15, 2013

Cadere innamorati. To fall in love. Tomber amoureux.

Te lo dicono in tutte le lingue, che l’amore ti fa cadere. In fondo a un burrone, a volte. Quello che invece non ti dicono è come e quando ti rialzerai. E soprattutto, come starai.

Confuso, contuso, ammaccato.

Che per uscire dal burrone sarebbe stato meglio nascere capra e saltellare con leggerezza. Certo, pure facevi la stessa fine: abbacchiata. Ma con la soddisfazione di non dover chiedere aiuto a nessuno per tirartene fuori.

E invece no.

Dal profondo del burrone, senza appigli, vedi la luce in alto, il bordo del precipizio e ti chiedi come risalire.

Per fortuna ci sono gli amici, che con un sistema di corde, ganci e sostegni, ti riacchiappano e ti tirano su. Uno sforzo immane per tutti.

Sono carini.

Quando finalmente metti piede su, ti rifocillano, ti consolano.

Poi per un momento torni a guardare nel fondo del buco in cui eri precipitata e ti accorgi che ti è caduto il portafogli. Che istintivamente ti viene da dire: un momento, scendo a riprenderlo.

Ma gli amici scuotono la testa e ti guardano con un pochino di disapprovazione. Non è che ti dicono di no, ma tu leggi nello sguardo che dopo tutta la fatica e l’impegno che ci hanno messo per tirarti su, rinunciando alle loro occupazioni, prendendo due giorni di ferie qui, un pomeriggio a zonzo lì, trentaseimila telefonate, con una pazienza sovrumana, tu di scendere di nuovo laggiù per recuperare il portafogli proprio non te lo puoi permettere, no.

Anche se in quel portafogli c’era tutto, ma proprio tutto. Tutto tutto tutto.

Vabbè, allora andiamo dai carabinieri a denunciare lo smarrimento.

Buongiorno, sono qua perché ho perduto il portafogli, con quel che ne consegue.

Cosa conteneva il portafogli?

Soldi, ma pochi, pochissimi. Non è quella la perdita peggiore. Poi c’erano una carta di credito, una carta di identità, una patente, una tessera della libreria, il brevetto subacqueo e altre cose che in questo momento non mi sovvengono, ma di cui nel tempo sperimenterò la perdita.

E vai di dettaglio, di racconto, del come e perché il portafogli stava nel burrone, e tu con lui, rileggi il verbale, firmi qua e qua e là, ancora una volta guardi in faccia le cose, riesumi la memoria, sintetizzi il dolore e alla fine dici pure grazie. Un po’ per riconoscenza, un po’ per buona educazione.

Intanto che i documenti vengono rinnovati, mi rilasciano dei fogli sostitutivi.

Vado dunque in giro con un’identità di sostituzione, temporanea, in attesa che mi restituiscano la mia, scadenza a cinque o dieci anni. La vita va per lustri, a ben pensarci. Sono me e non lo sono, con un foglio che attesta che sono stata me e lo sarò ancora, nel tempo a venire, ma in questa fase c’è bisogno che qualcuno mi ricordi chi sono. Quanti mesi occorreranno per la nuova identità? E sarà poi precisa, stabile, non fluttuante, validata e non più invalidante?

Poi la carta di credito. Va bloccata. Mi porto dunque in giro, temporaneamente, senza poter avere credito e forse neppure credibilità, tanto vale che stia zitta, è meglio. Ne guadagnerò forse in interessi. Per il futuro. Interessi minuscoli, piccolissimi. Ma è meglio di niente.

Del brevetto subacqueo non mi importa: sono mesi che trattengo il respiro, vale di più la pratica sul campo, non mi serve la certificazione. Posso scendere a 18 metri sotto, con un po’ di esercizio arrivo a 25. Sott’acqua o sotto terra fa lo stesso: ho imparato a stare in apnea, mi chiamano la Jacques Mayol dei precipizi. Come Mayol studio la fisiologia dei mammiferi – come dice, signora? – e vi dimostro che si può vivere sotto pressione, senza ossigeno, schiacciati dalla gravità, per momenti sempre più lunghi.

La patente, ecco, la patente. Senza di quella non posso andare, non riesco a tornare, non posso ricondurmi. Mi danno un permesso sostitutivo, da accompagnare all’identità sostitutiva. Che è come dire: va’ un po’ dove ti pare, tanto chi sei? E’ temporaneo, vero, me lo assicurate?

Per la tessera della libreria non c’è niente da fare: perdo tutti i punti. Tocca ricominciare a rileggere il passato. Di nuovo, con smisurata attenzione.

C’era una foto, mi viene in mente all’improvviso, c’era una foto alla quale tenevo moltissimo, una bella foto d’estate e panorami. Non è possibile mandare una squadra nel burrone, a recuperare il portafogli?

Scuotono la testa. Non ci sono i soldi per pagare straordinari. Se proprio non posso farne a meno, mi tocca ridiscendere nel precipizio, da sola. Gli spiego che è impossibile: nel precipizio si cade innamorati,  non è che ci si possa andare così, in gita turistica, di passaggio, faccio una puntatina vado-e-vengo. Bisogna essere in due, come quando si va in montagna, come quando si arrampica. Da soli non funziona, lo sconsigliano tutte le guide. E poi proprio non ci si riesce, da soli, a cadere innamorati, ci vuole l’altro che partecipa, che collabora. Se fai tutto da solo al massimo prendi una storta, ma non ci puoi cadere.

Non c’è niente da fare, allora, si rassegni alla perdita. Buona fortuna.

Pensavo fosse un diesis, invece era un bemolle.

aprile 12, 2013

E’ che ieri mattina in auto ascoltavamo musica ben poco mattutina: certe note gravi, profonde, che si scontravano col sole, con la brezza che pure arriva da Ostia, traversa Fiumicino e per un momento ti fa sentire il mare e tutta la leggerezza necessaria.

Cercavamo di capire perché non si addicesse, quella musica. Abbiamo concluso che erano note che si rincorrevano in modo discendente, come a portarti verso terra, a schiacciarti al suolo. Forse la musica del mattino deve avere un andamento opposto, un po’ come il sole. Ascendere, seguire il flusso dell’energia che cresce e cresce, si attesta per un po’ e poi, solo dopo, declina.

Boh.

Ci sono strumenti che risuonano in punti diversi del corpo, questo lo so da sempre: il contrabbasso nei fianchi, nel ventre. Il violino dalla gola in su. Il pianoforte nel plesso solare. I tamburi tra i genitali e i piedi. O, almeno, io li sento così.

La chitarra elettrica, per esempio, io la chitarra elettrica non riesco a sentirla da nessuna parte. Mi agita, mi distonizza, mi causa una frattura brusca e non riassorbibile. Un caos che non mi serve a niente.

Ma vabbè, mo’ non è proprio di musica, che volevo scrivere, anche se sembra.

E’ solo che uno a volte canticchia tra sé e sé per anni la melodia della sua esistenza, quel motivetto che gli si fissa in testa suo malgrado, e poi scopre che aveva memorizzato solo il ritornello, senza mai immergersi nella successiva strofa.

(…) ora, se il Ritornello è l’unità minima del musicale, esso non è però ancora musica; per diventarlo occorre che rompa il cerchio, che attraverso un riconoscimento (una decodificazione) stabilisca un legame con un’altra frase, un altro ritmo. Insomma si scomponga al fine di fare emergere delle qualità espressive, superare l’ambiente, far emergere il  territorio (…), Deleuze e Guattari, Sul Ritornello.

Vuoi salire? Ti mostro la mia collezione di metafore.

aprile 9, 2013

Che poi pure al gruppo delle casalinghe disperate, come le chiamo io per scherzare, che casalinghe non lo sono affatto e forse sì, solo un po’ disperate, ma neanche molto, che se uno tende una mano per farsi aiutare vuol dire che già non è più disperato, già ha dentro di sé l’energia, le risorse, la volontà di traversare il ponte, passare il guado, trasportarsi altrove, con e senza i bagagli di una vita – preferibilmente senza, ma sfortunatamente e inevitabilmente con – magari lasciando qualche masso zavorrante, solo quello, e insomma, l’altra sera – tira un respiro Flounder, movimento di diaframma, che quando sei concitata parli velocissima senza pause non respiri e poi dimentichi tutto– si parlava di metafore.

Delle mie, metafore. Che ce n’è sempre una buona per l’occasione, pronta come un pane appena sfornato. Come un coniglio che salta dal cappello (metafora prestidigitatoria), come un lapsus (metafora psicoanalitica), un’erezione ballerina (metafora da scarso controllo).

Ora, io sono convinta da sempre, gravemente convinta che la metafora non sia un artificio letterario, ma un fatto scientifico. Un fatto che ha a che fare con la struttura del cervello. Prima o poi troverò qualcuno che me lo spiegherà, spero. Anzi, qualcuno l’ho già trovato: una coppia di signori che si chiamano Lakoff e Johnson. Dai quali mi aspetto che mi dicano se viene prima l’uovo o la gallina (metafora veterinario evoluzionistica), se il cervello che si muove per metafore è generato da una precoce esposizione alle stesse – tipo la nonna che per tenerti buona ti mette in mano la Settimana Enigmistica -o se, all’inverso, è un cervello conformato così e cosà che produce metafore invece di pensierini.

Sicuramente gioca la questione del raccordo tra micro e macro, il confronto analogico tra diversi punti, luoghi, aspetti della realtà. Quella fissazione a voler trovare il punto comune, la regola condivisa di funzionamento di tutte le cose, il fil rouge (metafora guidopancaldiana).

La metafora, ordunque, è un metodo cognitivo, qualcosa che ti permette di accostare due distinti ambiti del sapere e li raccorda. Non come una similitudine, che ti informa che se la cosa A funziona in questo modo, anche la cosa B avrà un simile andamento.

No. La metafora funziona piuttosto come dicevano quei due tizi – alquanto odiosi e ripetitivi, a onor del vero – che sostenevano il concetto di Rimediazione: non l’accostamento, ma la trasposizione di un sistema in un altro, che incorporando delle caratteristiche simili, ma in parte diverse, genera dei contenuti innovativi che a loro volta possono poi riversarsi sul primo sistema, quello più obsoleto, e illuminarlo di luce nuova (metafora elettrica) o infondergli nuova linfa (metafora agronomica)

La metafora dà ordine al mondo, al sistema concettuale. Lo informa di un certo tipo di andamento: la vita è un viaggio, l’amore è una traversata, la politica è una guerra, le organizzazioni sono piante e così via. Ma mica così, a casaccio. No, no. Su una base percettiva, condizionata dalla nostra conoscenza della fisiologia, del nostro umanissimo senso dello spazio e del tempo. Ed è per questo che poi le metafore riescono ad essere largamente condivise, proprio perché fanno appello a una conoscenza sperimentata da tutti, tanto generale e generica quanto pregnante (metafora ingravidante). Una conoscenza infusa (metafora bagnata, metafora fortunata), incarnata. Embodied, come dicono gli esperti.

(Embodied è una parola che si porta assai, ed è molto chic usarla. Ultimamente va per la maggiore in treatment, ma ancora non l’ho mai usata, un po’ per pudore, un po’ per mancanza di tempo e opportunità)

La metafora, allora, deve restare sul vago.

Che se noi diciamo che la tizia è una quadrata, lo capiamo tutti.

Ma se ci spingiamo a sostenere che la tizia è quadrata, con il lato misurante 37 centimetri, ci pigliano per scemi.

Ma non è tutto.

Una volta che la metafora si è insediata (metafora di tipo stanziale) nei nostri sistemi culturali, e viene dimenticata come tale, li modella dall’interno e li rafforza.

Per esempio il fatto della concezione del tempo: noi occidentali abbiamo un’idea di tempo lineare, progressivo, che parte da qua e arriva là e talvolta prevede l’ingresso della Provvidenza; gli orientali hanno un concetto circolare, in cui prima o poi devi ripassare sullo stesso punto, in questa vita o nelle prossime in cui ti reincarnerai in forma d’uccello, abete natalizio o Buddha.

Questo fa sì che per noi il futuro sia davanti e il passato dietro, pronto anche a pugnalarti o peggio (metafora anal-assassina), mentre per loro tutto questo fatto di davanti e dietro non conta, sicché non corrono rischi, fanno una giravolta e stanno sempre nel qui e ora.

(Bisognerebbe a questo punto chiedersi se per gli orientali valga allora tutto il fatto dell’amigdala che immagazzina i ricordi e poi te li rilascia quando meno te lo aspetti, boicottandoti l’esistenza, ma le cose finirebbero per complicarsi oltre modo, dando la stura – metafora alcolico-idraulica – a tutta una serie di riflessioni sulla possibilità di psicoterapie in culture diverse e bla bla, ma oggi non è cosa).

Questo fa sì che tutto quel che è pieno per noi è bello e buono, mentre tutto quel che è vuoto è bello e buono per loro e dunque tutti i contenuti metaforici che facciano appello ai concetti antitetici di pieno e vuoto finiscano poi per ingenerare pesanti confusioni sul significato.  La stessa cosa per il concetto di su e quello di giù: a noi ci piace su e a loro giù. Che potrei fare degli esempi sui matrimoni misti, ma è meglio che lascio perdere, se no poi sembra che sto mandando la metafora in caciara.

Adesso, senza troppo soffermarci sull’interculturale e giusto per restare qui, a casa nostra, risulta evidente che, con un minimo di attenzione, possiamo arrivare a conoscere qualcuno in profondità (metafora polisemica, che abbraccia geotrivellazione, archeologia, simbologia ctonia e sesso) non già grazie ai contenuti verbali che ci trasmette, ma al modo in cui li ordina e li infiocchetta (metafora dell’incontro come dono, rarissimo in natura, sopravvalutato in cultura).

Fuori da ogni scherzo e scemità, sono convinta che l’organizzazione metaforica del discorso ti consegna (metafora postale) la Weltanschauung dell’individuo. Un’operazione di decodifica e comprensione sicuramente difficile da fare nel discorso verbale, ma assolutamente più semplice se con calma e pazienza si esaminano gli scritti di qualcuno.

Scopri così interi ragionamenti che fanno capo a un dominio source basato sulla pulizia, sugli elementi naturali, o sul cibo, sul tempo. Su quella che è la caratteristica mentale organizzativa di ognuno di noi, una caratteristica così radicata e inconsapevole da condizionare tutto quanto segue.

Sicché verrebbe da credere che le incompatibilità, tutte le incompatibilità che sperimentiamo, che praticamente si traducono in discussioni senza fine, fraintendimenti, abbiano tutte la loro origine nella concezione metaforica del proprio universo interiore: come posso pensare di affidarti il timone della mia vita se pensi che l’amore sia una passeggiata? E come potrai mai dormire tra due guanciali mentre io penso che il nostro rapporto è ormai alle corde?

Va bene, Flounder, ma se le cose stanno così allora i colpi di fulmine (metafora meteorologica) e le antipatie a pelle (metafora dermatologica) non sono altro che l’incontro o lo scontro di due sistemi metaforici che si riconoscono o si disconoscono battendo sul tempo il ragionamento consapevole? E’ mai possibile che la percezione sensibile sia talmente rapida e immediata da tirare fuori, all’istante, tutto l’arsenale metaforico (metafora belligerante) per piacersi o dispiacersi? E soprattutto, quanto è ingannevole, tutto questo, alla resa dei conti (metafora vangelica, Luca)?

Quanti matrimoni o società d’affari sono andati in frantumi (metafora non infrangibile) perché non s’era partiti (metafora da formula uno) con la metafora giusta o un progetto di metafora condivisa mentre invece si credeva che?

E io questo non lo so, non lo so dire.

E nemmeno so trovare un rimedio utile alla bisogna.

Però bisogna starci attenti, alle metafore. Son cose fondamentali e delicatissime.

La solitudine si deve fuggire.

aprile 6, 2013

Si comincia da questo. Poi si vedrà.

Un’idea non bella, di più: bellissima. Iniziamo il 19 aprile: chi si prenota, c’è. Chi non c’è, non c’è.