Fiamme tremule. Sottotitolo: scusi, ha da accendere?

Da qualche parte, in questo blog, ma non saprei dire esattamente dove, c’è un post che parla della Piccola Fiammiferaia. L’avevo scritto – me lo ricordo benissimo – intorno al 2006 o 2007, all’indomani della lettura di un minuscolo libro di una narratrice belga, di cui nemmeno mi ricordo il nome, che avevo comprato a Parigi, in una libreria vicino alle Tuileries, affascinata dalla quarta di copertina che, appunto, citava la fiaba in questione in un modo commovente. Me lo ricordo come fosse ieri.

Le fiabe sono dei modelli di esistenza e a me, da sempre, le due che più mi hanno affascinato e che sento mie, sono questa della Fiammiferaia e quella della Bella e la Bestia. Due fiabe  che ho sempre amato, cercandone la parte migliore, il messaggio di speranza e che oggi invece mi irritano.

Due favole che da un’altra angolazione e con una lettura meno buonista e forse un po’ più disincantata, relegano la femminilità a una sorta di incompiutezza, l’amore a un sacrificio abnegato senza un’impostazione paritaria. Due fiabe che contengono una promessa di riscatto futuro: la Piccola Fiammiferaia, in un aldilà confortevole pieno di nonne accudenti, pasticcini e pellicciotti, la Bella e la Bestia in un imprevisto rivolgimento della realtà, che all’improvviso, in nome dell’accettazione incondizionata dell’orrore, si rivelerà migliore di come ce l’aspettiamo, perpetuando la mitologia della donna salvatrice che grazie al potere dell’amore salverà il Principe dalla sua rospitudine, la Bestia dalla sua ferinità, il marito violento dalla sua ferita infantile e chi più ne ha, più ne ammetta.

Parafrasando la nota canzoncina francese dell’allodola, verrebbe da dire: Allumette, gentille Allumette, Allumette tu m’eclairciras.

Mi illuminerai, mi riscalderai. Mi mostrerai fugaci e allettanti visioni di futuro, mi darai fiducia, speranza, resistenza nell’attesa, pazienza, tolleranza, entusiasmo.

Ma torniamo a noi.

Ieri sera mi è stata consegnata una storia. O meglio, il seguito di una storia che già conoscevo. Ma c’erano dettagli nuovi, che hanno catturato la mia attenzione riportandomi alla fiaba.

E lì mi si è aperto un mondo.

Ho appreso la differenza tra Grande Seduttore e la sua variante meno nota ma magistralmente studiata da un ricercatore italiano, definita Allumeur. O allumeuse, che qui non si fa torto a nessuno.

Il nostro ricercatore analizza, studia, esplora decine e decine di rapporti epistolari, da quelli famosi i cui protagonisti si chiamano ad esempio Guido Gozzano e Jacopo Ortis, a quelli del tutto sconosciuti e post moderni, che si chiamano Marco e Paola o Tizio e Caia, per decriptare semanticamente le modalità espressive del linguaggio “allumistico” e da lì ricostruire pazientemente le dinamiche messe in opera da questo tipo di seduzione.

Una lettura alluminante. Ops, illuminante.

Da un lato dunque i Seduttori classici, gli amanti della pronta beva che nulla promettono oltre il fugace e momentaneo piacere, dall’altro i procrastinatori. Le giovani promesse della leva calcistica. Non per inesperienza, beninteso. Per potenzialità (ancora) inespresse.

In platea, tutta una serie di soggetti facilmente agganciabili secondo precise modalità linguistiche e relazionali.

A differenza del Seduttore, che mira al piacere della conquista e dell’atto in sé – scopereccio o meno che sia – , l’Allumeur aspira alla dilatazione temporale della conquista, al differimento. Non necessariamente dell’atto sessuale, che magari ci può pure essere. No, dell’atto promesso. Quale che sia. Anche una promozione sul lavoro, volendo.

Della promessa di futuro di cui si serve per mantenere aperta la relazione – una relazione che di fatto non c’è,  non c’è più, non c’è mai stata, per asimmetria, perdita progressiva di contenuti, mancanza di vera progettualità e altre mille ragioni – e che sistematicamente continua a far cadere o a differire ulteriormente nel tempo. Un viaggio, una convivenza, una ristrutturazione immobiliare. Un progetto qualsiasi.

Scrive Gabriele Lenzi: “Si tratta di una forma di molestia morale [per una recente introduzione al fenomeno si veda Hirigoyen 1998] caratterizzata dalla situazione seguente: una persona (A) fa insorgere o alimenta in una seconda persona, vittima (V) della molestia, il desiderio che avvenga un certo fatto (X), che coinvolge entrambi, che è di grande importanza emotiva e psicologica almeno per V, e in cui A ha un ruolo centrale anche come mezzo per ottenere X. Dopodiché, A rimanda asintoticamente la realizzazione di X, assumendo il ruolo di potere che ne deriva, mantenendo V legato al desiderio e alla speranza che X accada.”

Uno meno capace con le parole direbbe semplicemente: l’Allumeur è qualcuno che ti tiene sulla corda. Sì e no. Banalizzando sì, ovviamente, ma sotto sotto c’è sofferenza, c’è dolore.

Pure l’Allumeur ha una sua precisa sofferenza. Il cerino acceso in mano non è sempre innocuo. La cera bollente ustiona.

Si tratta, sempre secondo Lenzi, di un compromesso tra il voler vivere il rapporto con l’altro e allo stesso tempo non permetterne alcuno sviluppo, nessuna evoluzione. Scrive una cosa che grosso modo, suona così: il rimando asintotico con cui si manifesta non è che un tentativo di rendere eterno il rapporto per fermarlo in una fase in cui i sentimenti – o meglio, le sensazioni – sono forti e non v’è responsabilità alcuna. E allo stesso tempo, bloccandone lo sviluppo concreto e alimentando le fantasie di futuro, renderlo controllabile ed emotivamente non minaccioso.

Perché l’Allumeur è spaventato. Teme il fuoco grande e allora accende fuochi piccoli. Poi li spegne, per timore che divampino.

Il fulcro della comunicazione paradossale che viene messa in atto è la creazione, da parte dell’Allumeur, di diverse cornici di riferimento, per cui volutamente si genera un’ambiguità dalla quale gli è poi possibile elegantemente sottrarsi, giacché al momento della ritirata, nella sua testa fa riferimento a uno solo possibile dei frame, dopo aver situato l’interlocutore, mediante un astuto gioco semantico, in un altro frame, parzialmente alterato nei suoi principali riferimenti e tuttavia non così tanto da essere completamente svuotato di significati.

In questo modo l’Allumeur si ritira dalla scena, senza contraddire se stesso e le sue precedenti comunicazioni, semplicemente avendo posizionato l’altro su un differente piano di gioco. L’Altro rimane confuso, interdetto, frustrato, talvolta con un sentimento di aver commesso gravi colpe. Di sicuro con l’incapacità di comprendere fino in fondo l’accaduto e con la volontà, spesso tramutantesi in ossessione, di capire, di ottenere spiegazioni, chiarimenti, ragioni.

Un gioco che apparentemente – e forse anche praticamente – non ha soluzioni. Un gioco a somma zero. La soluzione esiste, ma è al di fuori dello schema. I giocatori incalliti non amano quasi mai soluzioni esterne ai loro giochi relazionali: amano mosse note, copioni prevedibili, detestano i colpi di scena.

L’Allumeur andrebbe affrontato con un atto irrazionale, una secchiata d’acqua, ad esempio. Ma i giocatori seri non amano atti irrazionali, sono al di fuori delle regole di gioco. Il giocatore esistenziale è serissimo, in quanto a questo: anche se gioca un gioco sporco, scorretto – in fondo anche rapinare una banca è un gioco, come lo è lo stupro di gruppo, la reiterata pedofilia del sacerdote, il tradimento seriale, l’alcolismo e via dicendo – le regole del gioco ci sono e vanno rispettate. Oppure non si gioca più. Oppure si va a giocare altrove, dove giocatori più compiacenti asseconderanno, prevederanno e completeranno le nostre mosse.

La storia che mi hanno raccontato ieri è una storia di questo genere: una storia di promesse dilazionate nel tempo, piccole concessioni a un mese, tre mesi o sei mesi, che permettono a chi le riceve di continuare a sperare, di immaginare un futuro rischiarato dalla fiammella tremula.

Con il beneficio della possibilità di imprevisto all’ultimo momento. Ché il futuro, si sa, è incerto, e farà un po’ come crede.

Senza che mai niente, davvero, cambi.

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3 Risposte to “Fiamme tremule. Sottotitolo: scusi, ha da accendere?”

  1. Livia Says:

    molto bello questo tuo post

  2. certepiccolemanie Says:

    (…)l’incapacità di assumersi la responsabilità delle conseguenze delle proprie azioni porta al fallimento dell’intenzionalità (…)

  3. certepiccolemanie Says:

    (…) I miti distruttivi sono caratterizzati da assunzioni inconsce e da coazioni a ripetere modalità distruttive, che si manifestano in comportamenti ripetitivi intessuti di un simbolismo carico di istinto di morte. Ogni mito distruttivo è incarnato da una specifica maschera e da un’ombra che corrisponde a ciò che la maschera vela.
    – Narciso (è il mito vanaglorioso di chi vive la vita in funzione di appropriazione, che cela l’egoismo che uccide).
    – Icaro (è il mito dell’onnipotenza, che cela il rifiuto del limite).
    – Prometeo (è il mito della volontà di potenza, che cela l’orgoglio).
    – Lucifero (è il mito della modalità disobbediente e traditrice, che cela l’avidità e l’invidia verso l’autorità).
    – Il vincitore (è il mito di colui che vuole sempre essere il migliore, che cela il rifiuto del fallimento).
    – L’angelo del focolare (è il mito dell’obbedienza cieca all’autorità, che cela la paura).
    – La vittima (è il mito di colui che è sempre permeato di sconfitte, che cela l’incapacità di essere grato).

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