Vuoi salire? Ti mostro la mia collezione di metafore.

Che poi pure al gruppo delle casalinghe disperate, come le chiamo io per scherzare, che casalinghe non lo sono affatto e forse sì, solo un po’ disperate, ma neanche molto, che se uno tende una mano per farsi aiutare vuol dire che già non è più disperato, già ha dentro di sé l’energia, le risorse, la volontà di traversare il ponte, passare il guado, trasportarsi altrove, con e senza i bagagli di una vita – preferibilmente senza, ma sfortunatamente e inevitabilmente con – magari lasciando qualche masso zavorrante, solo quello, e insomma, l’altra sera – tira un respiro Flounder, movimento di diaframma, che quando sei concitata parli velocissima senza pause non respiri e poi dimentichi tutto– si parlava di metafore.

Delle mie, metafore. Che ce n’è sempre una buona per l’occasione, pronta come un pane appena sfornato. Come un coniglio che salta dal cappello (metafora prestidigitatoria), come un lapsus (metafora psicoanalitica), un’erezione ballerina (metafora da scarso controllo).

Ora, io sono convinta da sempre, gravemente convinta che la metafora non sia un artificio letterario, ma un fatto scientifico. Un fatto che ha a che fare con la struttura del cervello. Prima o poi troverò qualcuno che me lo spiegherà, spero. Anzi, qualcuno l’ho già trovato: una coppia di signori che si chiamano Lakoff e Johnson. Dai quali mi aspetto che mi dicano se viene prima l’uovo o la gallina (metafora veterinario evoluzionistica), se il cervello che si muove per metafore è generato da una precoce esposizione alle stesse – tipo la nonna che per tenerti buona ti mette in mano la Settimana Enigmistica -o se, all’inverso, è un cervello conformato così e cosà che produce metafore invece di pensierini.

Sicuramente gioca la questione del raccordo tra micro e macro, il confronto analogico tra diversi punti, luoghi, aspetti della realtà. Quella fissazione a voler trovare il punto comune, la regola condivisa di funzionamento di tutte le cose, il fil rouge (metafora guidopancaldiana).

La metafora, ordunque, è un metodo cognitivo, qualcosa che ti permette di accostare due distinti ambiti del sapere e li raccorda. Non come una similitudine, che ti informa che se la cosa A funziona in questo modo, anche la cosa B avrà un simile andamento.

No. La metafora funziona piuttosto come dicevano quei due tizi – alquanto odiosi e ripetitivi, a onor del vero – che sostenevano il concetto di Rimediazione: non l’accostamento, ma la trasposizione di un sistema in un altro, che incorporando delle caratteristiche simili, ma in parte diverse, genera dei contenuti innovativi che a loro volta possono poi riversarsi sul primo sistema, quello più obsoleto, e illuminarlo di luce nuova (metafora elettrica) o infondergli nuova linfa (metafora agronomica)

La metafora dà ordine al mondo, al sistema concettuale. Lo informa di un certo tipo di andamento: la vita è un viaggio, l’amore è una traversata, la politica è una guerra, le organizzazioni sono piante e così via. Ma mica così, a casaccio. No, no. Su una base percettiva, condizionata dalla nostra conoscenza della fisiologia, del nostro umanissimo senso dello spazio e del tempo. Ed è per questo che poi le metafore riescono ad essere largamente condivise, proprio perché fanno appello a una conoscenza sperimentata da tutti, tanto generale e generica quanto pregnante (metafora ingravidante). Una conoscenza infusa (metafora bagnata, metafora fortunata), incarnata. Embodied, come dicono gli esperti.

(Embodied è una parola che si porta assai, ed è molto chic usarla. Ultimamente va per la maggiore in treatment, ma ancora non l’ho mai usata, un po’ per pudore, un po’ per mancanza di tempo e opportunità)

La metafora, allora, deve restare sul vago.

Che se noi diciamo che la tizia è una quadrata, lo capiamo tutti.

Ma se ci spingiamo a sostenere che la tizia è quadrata, con il lato misurante 37 centimetri, ci pigliano per scemi.

Ma non è tutto.

Una volta che la metafora si è insediata (metafora di tipo stanziale) nei nostri sistemi culturali, e viene dimenticata come tale, li modella dall’interno e li rafforza.

Per esempio il fatto della concezione del tempo: noi occidentali abbiamo un’idea di tempo lineare, progressivo, che parte da qua e arriva là e talvolta prevede l’ingresso della Provvidenza; gli orientali hanno un concetto circolare, in cui prima o poi devi ripassare sullo stesso punto, in questa vita o nelle prossime in cui ti reincarnerai in forma d’uccello, abete natalizio o Buddha.

Questo fa sì che per noi il futuro sia davanti e il passato dietro, pronto anche a pugnalarti o peggio (metafora anal-assassina), mentre per loro tutto questo fatto di davanti e dietro non conta, sicché non corrono rischi, fanno una giravolta e stanno sempre nel qui e ora.

(Bisognerebbe a questo punto chiedersi se per gli orientali valga allora tutto il fatto dell’amigdala che immagazzina i ricordi e poi te li rilascia quando meno te lo aspetti, boicottandoti l’esistenza, ma le cose finirebbero per complicarsi oltre modo, dando la stura – metafora alcolico-idraulica – a tutta una serie di riflessioni sulla possibilità di psicoterapie in culture diverse e bla bla, ma oggi non è cosa).

Questo fa sì che tutto quel che è pieno per noi è bello e buono, mentre tutto quel che è vuoto è bello e buono per loro e dunque tutti i contenuti metaforici che facciano appello ai concetti antitetici di pieno e vuoto finiscano poi per ingenerare pesanti confusioni sul significato.  La stessa cosa per il concetto di su e quello di giù: a noi ci piace su e a loro giù. Che potrei fare degli esempi sui matrimoni misti, ma è meglio che lascio perdere, se no poi sembra che sto mandando la metafora in caciara.

Adesso, senza troppo soffermarci sull’interculturale e giusto per restare qui, a casa nostra, risulta evidente che, con un minimo di attenzione, possiamo arrivare a conoscere qualcuno in profondità (metafora polisemica, che abbraccia geotrivellazione, archeologia, simbologia ctonia e sesso) non già grazie ai contenuti verbali che ci trasmette, ma al modo in cui li ordina e li infiocchetta (metafora dell’incontro come dono, rarissimo in natura, sopravvalutato in cultura).

Fuori da ogni scherzo e scemità, sono convinta che l’organizzazione metaforica del discorso ti consegna (metafora postale) la Weltanschauung dell’individuo. Un’operazione di decodifica e comprensione sicuramente difficile da fare nel discorso verbale, ma assolutamente più semplice se con calma e pazienza si esaminano gli scritti di qualcuno.

Scopri così interi ragionamenti che fanno capo a un dominio source basato sulla pulizia, sugli elementi naturali, o sul cibo, sul tempo. Su quella che è la caratteristica mentale organizzativa di ognuno di noi, una caratteristica così radicata e inconsapevole da condizionare tutto quanto segue.

Sicché verrebbe da credere che le incompatibilità, tutte le incompatibilità che sperimentiamo, che praticamente si traducono in discussioni senza fine, fraintendimenti, abbiano tutte la loro origine nella concezione metaforica del proprio universo interiore: come posso pensare di affidarti il timone della mia vita se pensi che l’amore sia una passeggiata? E come potrai mai dormire tra due guanciali mentre io penso che il nostro rapporto è ormai alle corde?

Va bene, Flounder, ma se le cose stanno così allora i colpi di fulmine (metafora meteorologica) e le antipatie a pelle (metafora dermatologica) non sono altro che l’incontro o lo scontro di due sistemi metaforici che si riconoscono o si disconoscono battendo sul tempo il ragionamento consapevole? E’ mai possibile che la percezione sensibile sia talmente rapida e immediata da tirare fuori, all’istante, tutto l’arsenale metaforico (metafora belligerante) per piacersi o dispiacersi? E soprattutto, quanto è ingannevole, tutto questo, alla resa dei conti (metafora vangelica, Luca)?

Quanti matrimoni o società d’affari sono andati in frantumi (metafora non infrangibile) perché non s’era partiti (metafora da formula uno) con la metafora giusta o un progetto di metafora condivisa mentre invece si credeva che?

E io questo non lo so, non lo so dire.

E nemmeno so trovare un rimedio utile alla bisogna.

Però bisogna starci attenti, alle metafore. Son cose fondamentali e delicatissime.

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3 Risposte to “Vuoi salire? Ti mostro la mia collezione di metafore.”

  1. Eus Says:

    Bateson l’aveva sempre saputo, Watzlawick ha provato a spiegarlo un po’ a tutti, Maturana e Varela ne hanno ricercato le radici biologiche. Del fatto che la metafora è un cardine dell’esistenza di noi bipedi senza peli (metafora fabbro-antropomorfa), intendo.

    Personalmente, c’ho una predilezione particolare per la metafora ferroviaria e sono contenta di ritrovarla ancora qui, cara capostazione dei tempi che furono e che sono.

  2. certepiccolemanie Says:

    madò, Eus. ben ritrovata.

  3. certepiccolemanie Says:

    è che la metafora è un paio di occhiali che si inforca per guardare il mondo. pensavo a questa, all’ora del tè e dei biscotti: http://maso.altervista.org/percorsi_incrociati/spoonriver/testi.php?pag=8

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