Archive for maggio 2013

Merry to go

maggio 31, 2013

Altro che merry,  questa è una montagna russa. Fermate la giostra ormonale, voglio scendere.

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Sembrerà di un fantasma la tua voce dalla terra (Isaia, 29, 4)

maggio 31, 2013

Bisogna ricordarci che siamo piccoli. Piccoli piccoli. E’ l’unico antidoto contro l’arroganza, l’unica lezione possibile di umiltà. Piccoli. Minuscoli.

Womb Poetry

maggio 27, 2013

Scanzonata e vera. Mi mette di buon umore: Marisa Porello, poetessa dell’utero.

Io poi all’utero ci sono affezionata, come potrebbe essere altrimenti? E’ un organo attivo, che ti fa compagnia vivacemente per molti anni, con cui c’è tutto un rapporto di odio/amore. Non ne puoi fare a meno, ma ci litighi spesso. Uguale alla mamma, per certi versi. Un organo che anche quando funziona bene, è ingombrante, invadente, iperpresente. Un organo potentissimo, uno a volte lo dice, ma lo dice così, come a darlo per scontato, frase fatta femminista. Poi invece ci ripensa un attimo e proprio si commuove, di averci un utero. E di tutto quello che col suo utero ci ha fatto. E anche di quel che ci ha fatto suo malgrado.

Che poi forse viene un momento in cui l’utero deve andare in pensione, ma non gli va, non gli va davvero. Recalcitra. Come quelli che hanno fatto gavetta in un posto e poi da cottimisti sono diventati Dirigenti e fino all’ultimo sanno il fatto loro, che tu a mandarli in pensione li uccidi. Devono fare i consulenti, invece. Ecco, questa è una possibilità: prendere un utero che smette di lavorare a tempo pieno e incaricarlo della consulenza esterna. Attività di formazione e counseling, per esempio. Non era questo il ruolo delle donne anziane, una volta?

In alcuni momenti dell’esistenza l’utero si confonde, si scoordina. Grida, piange.

Vorrei scrivere anch’io delle cose sull’utero, ci penso da giorni. Settimane, ormai. Ho un utero offeso, impermalito, che reclama attenzione. Ipersensibile, dispiaciuto, in protesta. Forse dovrei includerlo in un nuovo progetto di creazione, qualcosa che non si aspetterebbe. Forse dovrei parlarci, affrontare l’argomento con franchezza. Lo porto in giro, a passeggio, a scattare foto, a visionare appartamenti, a contemplare bellezza dall’alto di colline, gli annuncio che presto partiremo: per le vacanze, il lavoro, varie ed eventuali. Forse non gli è piaciuto il trasloco, l’aria, le frequentazioni. Forse vuole restare al Sud, ed è il suo modo per dirmi: separiamoci, ormai siamo adulte, che ognuna vada per la sua strada. O forse non capisco niente, ed è soltanto la sua ebbrezza per la nuova vita. Come se fosse sbronzo, confuso ma felice. Entusiasticamente proliferativo. Iperespressivo.

Forse, se ci parlasse un uomo – vis-à-vis, da moltissimo vicino – perverrebbero a un accordo. Capitolerebbe, disposto a miti consigli. Forse, però. In realtà non lo so. Forse gli uomini sono troppo pragmatici e parlano con gli uteri solo quando possono tirarci fuori qualcosa di concreto. Non lo so, sono perplessa.

Rileggo una poesia di Marisa, si intitola Silenzio. Che gli uteri fanno così, a volte s’azzittiscono, a volte parlano troppo. Sono uterini.

Il mio Utero c’è ancora,
ma è silenzioso.
Non dice più la sua
su ogni cosa,
non è presente alle cene
non va ai vernissage
né alle prime a teatro.
Il mio Utero è vivo ancora
ma non mi sfinisce più
con le sue filosofie
con i suoi ragionamenti
con i suoi discorsi.
Non mi punisce
non mi tormenta
non grida a squarciagola.
È come se fosse diventato grande
e se ne fosse andato di casa.
Mi ignora e nemmeno
alla domenica si fa vivo.
Dovrei esserne contenta.
Invece, a volte,
sento la sua mancanza.

Cartoline tra cielo e terra

maggio 26, 2013

Cartoline tra cielo e terra

Sempre e per sempre.

maggio 23, 2013

Il dispiacere è una matrioska. Nel passare delle settimane si placa, si ridimensiona, si rimpicciolisce.

Ma non sai, non puoi sapere, quante bamboline dovrai aprire, giorno dopo giorno. A fatica, smontando e rimontando altrove. Facendo combaciare le due parti esattamente e disponendo le matrioske in fila.

Quello che si sa, invece, è che alla fine ne resterà una, minuscola e compatta. Il nucleo intatto e precisissimo di quel dolore, irriducibile.

Cosa unisce i seguenti vocaboli: patata, cozza, butterfly e passerina?

maggio 21, 2013

Ora io sto per scrivere una cosa che susciterà come commento un enorme: sééééé, non ci credo, non può essere. Che infatti è quello che ho pensato pure io, quando me l’hanno detto. Poi però mi hanno fornito la spiegazione scientificissima, e mi so’ stata.

Che io, quando mi trovo seduta a tavola con uno psichiatra, un genetista o un neuroscienziato, non sia mai iddio che questi aprono bocca sul loro lavoro o sulle loro ricerche, che è la fine: inizio a fare domande e non la finisco più. Che i poverini vorrebbero pure cenare in santa pace, ma io lo so, lo so, che l’anima dello scienziato è tale che una volta sollecitato sul suo ambito di ricerca, non gli pare vero che ti possa spiegare a te, ignorante e neofita ancorché interessatissima, tutto questo gomitolo concettuale per cui spende i giorni e le notti, e allora ti perdona pure il fatto che nel frattempo la pasta si fa fredda o servono il dolce mentre ancora tieni il piatto precedente tutto pieno.

Perché lo scienziato è narcisista, ci sta poco ‘a fa’.

E per avere a che fare con i narcisisti le metodologie sono poche e semplicissime. Un poco più complesse nel caso in cui te li volessi fidanzare, sposare o farti amare, ma questo mo’ è un altro argomento e non c’entra.

Insomma, questo amico qua che di formazione è medico, di mestiere fa il neuroscienziato e passa la vita un poco al Cnr, un poco dentro alla piramide del Nepal, un poco in Svezia, un poco in Giappone, un poco qua e un poco là, è uno di quelli che se qualche anno fa tu gli chiedevi cosa pensasse delle psicoterapie, se ci credesse o le ritenesse efficaci, nella migliore delle ipotesi, ti guardava con una sorta di compatimento.

E poi, a un certo punto, come san Paolo fulminato sulla via di Damasco, ecco che si imbatte in una cosa che combina una ERP con una  ERP. Che lo scienziato narcisista a un certo punto dice ERP, senza aggiungere altro, pensando che tu non sai cos’ è una ERP, né in un senso né nell’altro, e allora i casi sono due: o fai finta che hai capito e si passa a parlare di vacanze e figli, oppure chiedi che cos’è, e anche là lo scenario plausibile si biforca: o te lo spiega terra terra e poi si scoccia, o ti arronza direttamente e passa al secondo piatto.

Ahhhh, ma io invece lo sapevo di mio che cos’era l’ERP, a me non mi arronzi, mio caro. Mo’ mi spieghi, mi spieghi bene perché te ne devi andare un momento dall’altro capo del mondo passando per il Marocco e tornando dall’Australia a preoccuparti di questa cosa che è una psicoterapia e che dunque tu dovresti ripudiare.

E insomma, pare che qua si sta sperimentando un nuovo protocollo terapeutico che sostituirà le normali terapie cognitivo-comportamentali, attraverso questa metodologia del tutto innovativa, che consiste in esposizioni al problema – e fin qua niente di che – azioni di previsione e costruzione delle nuove risposte – e pure qua, con risultati a volte soddisfacenti, a volte molto meno, pure ci si arriva – e, udite udite, con dei semplici meccanismi fisici, che intervenendo in un momento preciso dell’elaborazione cognitiva del trauma e dell’elaborazione della nuova risposta, interrompono il meccanismo solito che genera ansia, panico, terrore, stress post-traumatico, disturbo alimentare, disturbo ossessivo-compulsivo (e poche altre cose, in verità) in un modo del tutto incredibile.

Molto semplicisticamente detto, il dottore si mette davanti al paziente e, mentre lui parla e rievoca il trauma, gli schiocca le dita davanti agli occhi, in modo simmetrico, destra e sinistra o tutte e due insieme. Oppure: sempre mentre parla, gli fa battere le mani sulle cosce, simmetricamente o asimmetricamente, monolaterale o bilaterale, questo mo’ è un fatto che decide il medico in base a una serie di cose che vede passare sulla faccia del paziente. Oppure, con le braccia incrociate sul petto e le mani sugli omeri, gli fa fare sempre lo stesso movimento di pat-pat, a mani alternate o insieme, per almeno trenta secondi.

Dopo pochissime sedute il paziente ha superato il trauma, con risultati di stabile rimozione del pensiero ossessivo, del sintomo invalidante, dell’ansia o di quel che sia, per un periodo di almeno tre anni. Lo stanno sperimentando sulle vittime del terremoto de L’Aquila, di san Giuliano, dell’Emilia, sulle mamme cui muoiono i figli davanti agli occhi falciati da automobilisti sbronzi, sugli stupri, sui superstiti di grandi catastrofi. Pare che funzioni pure per i lutti, i tradimenti e gli abbandoni, che sono considerati pari merito come fonti primarie di disturbo da stress postraumatico e messi al secondo posto nelle cause di disagio psicologico di grandi e piccini. Credo che al primo posto ci siano guerre e calamità naturali.

Mo’, detta così, pare una stronzata. Snap snap, tap tap.

E invece.

Invece il fatto sta tutto nel rapporto tra amigdala e ippocampo.

L’amigdala immagazina le emozioni, l’ippocampo fotografa la realtà. Il risultato è che qualunque cosa ci accada, inserito in una storia personale, contaminato dal condizionamento socio ambientale e da vari altri fattori, produce uno schema definito, in cui al ripetersi di determinate circostanze, si attivano delle reazioni emotive automatiche che conducono a risposte sempre uguali. In pratica: l’ippocampo registra l’informazione, l’amigdala la riconosce e le lega la molecola di ricordo positivo o negativo ed insieme forniscono ai lobi frontali lo schema di azione/reazione. Come il fatto del cane di Pavlov. Ora, la normale terapia cognitivo-comportamentale tende a rompere lo schema, a ricognitivizzare il problema e a introdurre una risposta alternativa.

Pare che sia stata trovata una porticina segreta tra ippocampo e amigdala, ma piccola piccola, minuscola, che può essere aperta o chiusa per impedire il rapido passaggio di informazioni tra i due e di conseguenza rompere lo schema fatale che conduce alla reazione irriflessa, che sia la paura di guidare dopo un incidente o l’abboffata compulsiva.

Nel momento in cui al paziente viene chiesto di esporre il trauma, c’è un momento preciso, che credo si desuma dal movimento oculare, o non so da che, in cui lo schiocchio simmetrico o asimmetrico delle dita, delle mani o di qualunque oggetto che produce un rumore ritmico, interrompe la connessione automatica tra ippocampo e amigdala e, di conseguenza, il flusso di dati ai lobi. Come un piccolo choc sottotono, che devia la reazione appresa. Anzi, più che deviarla, la inibisce, lasciando campo aperto a una nuova possibilità di azione.

Che poi mi faccio mandare l’articolo che ha pubblicato su Science e approfondiamo ancora più tecnicamente.

Ora, l’antropologa che è in me si diverte moltissimo, perché in realtà le neuroscienze non fanno altro che trovare una spiegazione a modalità già esistenti nelle culture. Lo zen, per esempio, quando il maestro ti dà una mazzata in testa o ti suona all’orecchio il gong mentre stai entrando in un flusso che tu credi essere meditativo, mentre invece è solo riepilogativo dei soliti modi di concentrazione e la mazzata ti tira fuori dal circolo.

Il Paternoster ogni cinque Avemarie del rosario, che introduce un ritmo recitativo nuovo e una diversa respirazione alla trance precedente.

Come scrivono alcuni scienziati già da anni, Dio esisterà sempre perché il cervello umano è concepito per creare Dio. La preghiera non è solo l’esercizio vacuo del desiderare ciò che è già in nostro potere, come diceva saggiamente la buonanima di Elias Canetti, ma anche una delle modalità espressive del cervello umano, che attraverso questo tipo di esercizio conferma la plasticità delle sue strutture e le consolida. E quando dico preghiera, è un fatto ampio, mi riferisco alla ritualità tutta.

Tutta questa cosa degli schiocchi è ovviamente documentata da elettrodi posti sulla testa del paziente che registrano le onde, prima, durante e dopo, le mettono a confronto con le onde di chi, a pari condizioni traumatiche, si sottopone a psicoterapie tradizionali, e a loro volta si paragonano con le onde del sonno, per capire come un cervello dormiente trattato in un modo o nell’altro continui a lavorare sulla falsariga solita o sulle nuove modalità, anche quando subcosciente.

Insomma, una cosa seria.

Le aree cerebrali attivate dai movimenti delle mani sono le stesse che vengono attivate durante la psicoterapia tradizionale, ma con il vantaggio che nella ERP i risultati sono più immediati, stabili e si passa attraverso il passaggio segreto, cosa che la parola non riesce a fare se non in lunghissimi tempi di elaborazione, e nemmeno sempre.

Resta l’enigma del titolo del post.

Poi lo spiego un’altra volta. Ma quella cosa là, quella che tutti avete immaginato, non c’entra affatto. Sono le vostre connessioni tra ippocampo e amigdala a fare brutti scherzi. Snap snap.

Bluffer zone

maggio 19, 2013

Lasso di cuore, donna di picche.

Chi gioca su molti fronti non ha di fronte nessuno.

Casa è dove lasci un assegno.

maggio 18, 2013

Monolocali, bilocali, trilocali, duplex, durex, poliflex, eminflex, dura lex sed lex. Un livello, doppio livello, soppalcato, controsoffittato, sgarrupato. Soffitte, abbaini, sottotetti, cantine, garage, caveau. In compound, in cortina, in parco, grattacielo, villa, porzione di, una fetta, giusto un assaggino, indipendente, panoramico, ortopantomografico, libero e bello. Atri, davanzali, terrazze, balconate, inferriate, balaustre, seminterrati, unico proprietario Barbablù. Portieri, custodi, vigilantes, squadristi, gladiatori, toy boy. Residenziale, signorile, popolare, centralissimo, silenzioso, doppio affaccio, triplo affaccio con doppio scappellamento a destra, senza finestre, luminoso a giorni alterni, deprimente tra febbraio e aprile, dirimpettaia compiacente. Referenziatissimi, busta paga, no fumatori, solo a donne bionde, niente bambini picciosi, solo a studenti con la media del trenta no lauree umanistiche. Guaina, reggicalze, solaio, solarium, doppi infissi, grate, zanzariere, acquari condominiali, no iguane. Sei più sei, quattro più quattro di Nora Orlandi, uso foresteria, pied-à-terre, due più due rinnovabile, sei per otto quarantotto e mi sposo a panzarotto. Adiacenze metro, stazioni, aeroporti, lunapark, sale giochi, club privé e parrocchie Avventiste. Parquet, modanatura, piastrella, rivestimenti, sanitari, divisori, sospensori. Metrature, centimetrature, catasto, planimetrie, assonometrie, ineffabili geometrie. Tabelle, gabelle, millesimi, brut. Ottima esposizione, vero affare, in locazione, nuda proprietà, per intenditori, unico nel suo genere, maschile, femminile o neutro. Possibilità di ricavare uno sgabuzzino, una sala fumatori, una palestra, un bed and breakfast, un bordello di lusso, un alcunché. Finemente ristrutturato, da ripulire, solo da attintare, impianti da rifare, elevati standard, lastricato, marmorizzato, pavimenti in cotto, crudo o mortadella con pistacchi. Certificazione energetica, statica, dinamica, un po’ e un po’. Ipoteche, controversie, perizie.

Psichiatriche. Al rogito.

Un po’ a senso. Un po’ di senso.

maggio 14, 2013

Dell’udito non mi è mai interessato molto, dev’essere per quello che capisco fischi per fiaschi e mi lascio abbindolare da qualunque cosa mi venga sussurrata all’orecchio.  Come una presbiopia dell’ascolto, una malattia che mi fa comprendere le cose  nella distanza ma quando mi si parla troppo vicino non capisco più niente. Specie se da molto vicino. Ancor più se vicinissimo. Come si chiamerà? Ipoacusia da contatto? Sordità prossimale?

Il gusto ce l’ho. Anche quando non sembra. Sono golosa, tutto porto alle labbra, tutto assaggio. Nella bocca annido il Libro della Conoscenza del Tutto, ospito l’Enciclopedia Britannica della Memoria e del Ricordo, il Postal Market dei Sapori e dei Saperi.

L’olfatto, sviluppatissimo. Come un cane da tartufi. Pure peggio, ahimé. Diffido di chi vuol cancellare i propri olezzi. Sento l’odore dei terremoti, dei non detti, della paura, delle menzogne. Sarà forse a compensazione della mancanza di udito.  Mi sveglia al mattino l’odore del mondo, prima ancora della luce e del suono.

Da oggi vado ad allenare l’occhio. Che si sa, vuole la sua parte.

Ancorché io il ruolo da protagonista l’offrirei al tatto. Alla pelle, il più sensibile dei miei organi di senso. Al derma, mio precettore cutaneo.

Percorsi segreti

maggio 11, 2013

Percorsi segreti