Cosa unisce i seguenti vocaboli: patata, cozza, butterfly e passerina?

Ora io sto per scrivere una cosa che susciterà come commento un enorme: sééééé, non ci credo, non può essere. Che infatti è quello che ho pensato pure io, quando me l’hanno detto. Poi però mi hanno fornito la spiegazione scientificissima, e mi so’ stata.

Che io, quando mi trovo seduta a tavola con uno psichiatra, un genetista o un neuroscienziato, non sia mai iddio che questi aprono bocca sul loro lavoro o sulle loro ricerche, che è la fine: inizio a fare domande e non la finisco più. Che i poverini vorrebbero pure cenare in santa pace, ma io lo so, lo so, che l’anima dello scienziato è tale che una volta sollecitato sul suo ambito di ricerca, non gli pare vero che ti possa spiegare a te, ignorante e neofita ancorché interessatissima, tutto questo gomitolo concettuale per cui spende i giorni e le notti, e allora ti perdona pure il fatto che nel frattempo la pasta si fa fredda o servono il dolce mentre ancora tieni il piatto precedente tutto pieno.

Perché lo scienziato è narcisista, ci sta poco ‘a fa’.

E per avere a che fare con i narcisisti le metodologie sono poche e semplicissime. Un poco più complesse nel caso in cui te li volessi fidanzare, sposare o farti amare, ma questo mo’ è un altro argomento e non c’entra.

Insomma, questo amico qua che di formazione è medico, di mestiere fa il neuroscienziato e passa la vita un poco al Cnr, un poco dentro alla piramide del Nepal, un poco in Svezia, un poco in Giappone, un poco qua e un poco là, è uno di quelli che se qualche anno fa tu gli chiedevi cosa pensasse delle psicoterapie, se ci credesse o le ritenesse efficaci, nella migliore delle ipotesi, ti guardava con una sorta di compatimento.

E poi, a un certo punto, come san Paolo fulminato sulla via di Damasco, ecco che si imbatte in una cosa che combina una ERP con una  ERP. Che lo scienziato narcisista a un certo punto dice ERP, senza aggiungere altro, pensando che tu non sai cos’ è una ERP, né in un senso né nell’altro, e allora i casi sono due: o fai finta che hai capito e si passa a parlare di vacanze e figli, oppure chiedi che cos’è, e anche là lo scenario plausibile si biforca: o te lo spiega terra terra e poi si scoccia, o ti arronza direttamente e passa al secondo piatto.

Ahhhh, ma io invece lo sapevo di mio che cos’era l’ERP, a me non mi arronzi, mio caro. Mo’ mi spieghi, mi spieghi bene perché te ne devi andare un momento dall’altro capo del mondo passando per il Marocco e tornando dall’Australia a preoccuparti di questa cosa che è una psicoterapia e che dunque tu dovresti ripudiare.

E insomma, pare che qua si sta sperimentando un nuovo protocollo terapeutico che sostituirà le normali terapie cognitivo-comportamentali, attraverso questa metodologia del tutto innovativa, che consiste in esposizioni al problema – e fin qua niente di che – azioni di previsione e costruzione delle nuove risposte – e pure qua, con risultati a volte soddisfacenti, a volte molto meno, pure ci si arriva – e, udite udite, con dei semplici meccanismi fisici, che intervenendo in un momento preciso dell’elaborazione cognitiva del trauma e dell’elaborazione della nuova risposta, interrompono il meccanismo solito che genera ansia, panico, terrore, stress post-traumatico, disturbo alimentare, disturbo ossessivo-compulsivo (e poche altre cose, in verità) in un modo del tutto incredibile.

Molto semplicisticamente detto, il dottore si mette davanti al paziente e, mentre lui parla e rievoca il trauma, gli schiocca le dita davanti agli occhi, in modo simmetrico, destra e sinistra o tutte e due insieme. Oppure: sempre mentre parla, gli fa battere le mani sulle cosce, simmetricamente o asimmetricamente, monolaterale o bilaterale, questo mo’ è un fatto che decide il medico in base a una serie di cose che vede passare sulla faccia del paziente. Oppure, con le braccia incrociate sul petto e le mani sugli omeri, gli fa fare sempre lo stesso movimento di pat-pat, a mani alternate o insieme, per almeno trenta secondi.

Dopo pochissime sedute il paziente ha superato il trauma, con risultati di stabile rimozione del pensiero ossessivo, del sintomo invalidante, dell’ansia o di quel che sia, per un periodo di almeno tre anni. Lo stanno sperimentando sulle vittime del terremoto de L’Aquila, di san Giuliano, dell’Emilia, sulle mamme cui muoiono i figli davanti agli occhi falciati da automobilisti sbronzi, sugli stupri, sui superstiti di grandi catastrofi. Pare che funzioni pure per i lutti, i tradimenti e gli abbandoni, che sono considerati pari merito come fonti primarie di disturbo da stress postraumatico e messi al secondo posto nelle cause di disagio psicologico di grandi e piccini. Credo che al primo posto ci siano guerre e calamità naturali.

Mo’, detta così, pare una stronzata. Snap snap, tap tap.

E invece.

Invece il fatto sta tutto nel rapporto tra amigdala e ippocampo.

L’amigdala immagazina le emozioni, l’ippocampo fotografa la realtà. Il risultato è che qualunque cosa ci accada, inserito in una storia personale, contaminato dal condizionamento socio ambientale e da vari altri fattori, produce uno schema definito, in cui al ripetersi di determinate circostanze, si attivano delle reazioni emotive automatiche che conducono a risposte sempre uguali. In pratica: l’ippocampo registra l’informazione, l’amigdala la riconosce e le lega la molecola di ricordo positivo o negativo ed insieme forniscono ai lobi frontali lo schema di azione/reazione. Come il fatto del cane di Pavlov. Ora, la normale terapia cognitivo-comportamentale tende a rompere lo schema, a ricognitivizzare il problema e a introdurre una risposta alternativa.

Pare che sia stata trovata una porticina segreta tra ippocampo e amigdala, ma piccola piccola, minuscola, che può essere aperta o chiusa per impedire il rapido passaggio di informazioni tra i due e di conseguenza rompere lo schema fatale che conduce alla reazione irriflessa, che sia la paura di guidare dopo un incidente o l’abboffata compulsiva.

Nel momento in cui al paziente viene chiesto di esporre il trauma, c’è un momento preciso, che credo si desuma dal movimento oculare, o non so da che, in cui lo schiocchio simmetrico o asimmetrico delle dita, delle mani o di qualunque oggetto che produce un rumore ritmico, interrompe la connessione automatica tra ippocampo e amigdala e, di conseguenza, il flusso di dati ai lobi. Come un piccolo choc sottotono, che devia la reazione appresa. Anzi, più che deviarla, la inibisce, lasciando campo aperto a una nuova possibilità di azione.

Che poi mi faccio mandare l’articolo che ha pubblicato su Science e approfondiamo ancora più tecnicamente.

Ora, l’antropologa che è in me si diverte moltissimo, perché in realtà le neuroscienze non fanno altro che trovare una spiegazione a modalità già esistenti nelle culture. Lo zen, per esempio, quando il maestro ti dà una mazzata in testa o ti suona all’orecchio il gong mentre stai entrando in un flusso che tu credi essere meditativo, mentre invece è solo riepilogativo dei soliti modi di concentrazione e la mazzata ti tira fuori dal circolo.

Il Paternoster ogni cinque Avemarie del rosario, che introduce un ritmo recitativo nuovo e una diversa respirazione alla trance precedente.

Come scrivono alcuni scienziati già da anni, Dio esisterà sempre perché il cervello umano è concepito per creare Dio. La preghiera non è solo l’esercizio vacuo del desiderare ciò che è già in nostro potere, come diceva saggiamente la buonanima di Elias Canetti, ma anche una delle modalità espressive del cervello umano, che attraverso questo tipo di esercizio conferma la plasticità delle sue strutture e le consolida. E quando dico preghiera, è un fatto ampio, mi riferisco alla ritualità tutta.

Tutta questa cosa degli schiocchi è ovviamente documentata da elettrodi posti sulla testa del paziente che registrano le onde, prima, durante e dopo, le mettono a confronto con le onde di chi, a pari condizioni traumatiche, si sottopone a psicoterapie tradizionali, e a loro volta si paragonano con le onde del sonno, per capire come un cervello dormiente trattato in un modo o nell’altro continui a lavorare sulla falsariga solita o sulle nuove modalità, anche quando subcosciente.

Insomma, una cosa seria.

Le aree cerebrali attivate dai movimenti delle mani sono le stesse che vengono attivate durante la psicoterapia tradizionale, ma con il vantaggio che nella ERP i risultati sono più immediati, stabili e si passa attraverso il passaggio segreto, cosa che la parola non riesce a fare se non in lunghissimi tempi di elaborazione, e nemmeno sempre.

Resta l’enigma del titolo del post.

Poi lo spiego un’altra volta. Ma quella cosa là, quella che tutti avete immaginato, non c’entra affatto. Sono le vostre connessioni tra ippocampo e amigdala a fare brutti scherzi. Snap snap.

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9 Risposte to “Cosa unisce i seguenti vocaboli: patata, cozza, butterfly e passerina?”

  1. mp Says:

    Ben raccontato, molto brillante. Dal contenuto invece ricevo la stessa impressione che ebbi quando seppi delle tecniche di bendaggio gastrico: perplessità.

  2. flounder Says:

    mi sembrano due cose completamente diverse. di fatto qui stiamo parlando di teorie che per la prima volta stanno venendo applicate, ma sulle quali ci sono già una cinquantina di anni di studio.
    qui ci sono due articoli: il primo parla in generale della riformulazione della memoria attraverso immagini o vocaboli “stimolo”: http://en.wikipedia.org/wiki/Difference_due_to_Memory

    il secondo è più preciso e parla della lateralizzazione e dei processi cognitivi che si attivano col movimento, che è esattamente ciò di cui scrivevo: http://en.wikipedia.org/wiki/Lateralized_readiness_potential

    ma non è una roba miracolosa. sono studi. il bendaggio gastrico non funziona proprio perché forse non tiene conto di tutto questo. credo.

  3. flounder Says:

    e pure questo, abbondiamo :-):
    http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC3016705/

    “Event-related potentials (ERPs) are very small voltages generated in the brain structures in response to specific events or stimuli (Blackwood and Muir, 1990). They are EEG changes that are time locked to sensory, motor or cognitive events that provide safe and noninvasive approach to study psychophysiological correlates of mental processes. Event-related potentials can be elicited by a wide variety of sensory, cognitive or motor events. They are thought to reflect the summed activity of postsynaptic potentials produced when a large number of similarly oriented cortical pyramidal neurons (in the order of thousands or millions) fire in synchrony while processing information (Peterson et al., 1995). ERPs in humans can be divided into 2 categories. The early waves, or components peaking roughly within the first 100 milliseconds after stimulus, are termed ‘sensory’ or ‘exogenous’ as they depend largely on the physical parameters of the stimulus. In contrast, ERPs generated in later parts reflect the manner in which the subject evaluates the stimulus and are termed ‘cognitive’ or ‘endogenous’ ERPs as they examine information processing. The waveforms are described according to latency and amplitude.”

  4. pes Says:

    Dio, me lo suonassero a volte un bel gong.

  5. flounder Says:

    Ah, ma io mi sono scaricata un’app programmabile. Con la campana tibetana. Non ti dico nelle riunioni di lavoro.

  6. t. Says:

    E darmi una sberla da sola quando mi rendo conto che una “parola magica” detta in una normale conversazione mi fa raccontare per l’ennesima volta all’ennesima vittima la triste storia della mia triste vita, può funzionare?

  7. flounder Says:

    secondo me no. ma è un’idea personalissima.

  8. mp Says:

    Non discuto. Fosse pure il frutto di cento anni di ricerche, resterebbe comunque una scorciatoia. In una dimensione in cui il cammino è la vera meta, le scorciatoie magari portano risultati immediati, più difficilmente soluzioni stabili

  9. flounder Says:

    A me per la verità interessava la parte neuroscientifica, molto più della psicoterapeutica. La chimica e gli impulsi elettrici. Le proprietá inesplorate. Poi sul fatto della scorciatoia son d’accordo. Che sia medica o autogenerata. Per dire: alcol e sesso come autocura per l’ansia. Bendaggi gastrici per la bulimia. Non funziona.

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