Womb Poetry

Scanzonata e vera. Mi mette di buon umore: Marisa Porello, poetessa dell’utero.

Io poi all’utero ci sono affezionata, come potrebbe essere altrimenti? E’ un organo attivo, che ti fa compagnia vivacemente per molti anni, con cui c’è tutto un rapporto di odio/amore. Non ne puoi fare a meno, ma ci litighi spesso. Uguale alla mamma, per certi versi. Un organo che anche quando funziona bene, è ingombrante, invadente, iperpresente. Un organo potentissimo, uno a volte lo dice, ma lo dice così, come a darlo per scontato, frase fatta femminista. Poi invece ci ripensa un attimo e proprio si commuove, di averci un utero. E di tutto quello che col suo utero ci ha fatto. E anche di quel che ci ha fatto suo malgrado.

Che poi forse viene un momento in cui l’utero deve andare in pensione, ma non gli va, non gli va davvero. Recalcitra. Come quelli che hanno fatto gavetta in un posto e poi da cottimisti sono diventati Dirigenti e fino all’ultimo sanno il fatto loro, che tu a mandarli in pensione li uccidi. Devono fare i consulenti, invece. Ecco, questa è una possibilità: prendere un utero che smette di lavorare a tempo pieno e incaricarlo della consulenza esterna. Attività di formazione e counseling, per esempio. Non era questo il ruolo delle donne anziane, una volta?

In alcuni momenti dell’esistenza l’utero si confonde, si scoordina. Grida, piange.

Vorrei scrivere anch’io delle cose sull’utero, ci penso da giorni. Settimane, ormai. Ho un utero offeso, impermalito, che reclama attenzione. Ipersensibile, dispiaciuto, in protesta. Forse dovrei includerlo in un nuovo progetto di creazione, qualcosa che non si aspetterebbe. Forse dovrei parlarci, affrontare l’argomento con franchezza. Lo porto in giro, a passeggio, a scattare foto, a visionare appartamenti, a contemplare bellezza dall’alto di colline, gli annuncio che presto partiremo: per le vacanze, il lavoro, varie ed eventuali. Forse non gli è piaciuto il trasloco, l’aria, le frequentazioni. Forse vuole restare al Sud, ed è il suo modo per dirmi: separiamoci, ormai siamo adulte, che ognuna vada per la sua strada. O forse non capisco niente, ed è soltanto la sua ebbrezza per la nuova vita. Come se fosse sbronzo, confuso ma felice. Entusiasticamente proliferativo. Iperespressivo.

Forse, se ci parlasse un uomo – vis-à-vis, da moltissimo vicino – perverrebbero a un accordo. Capitolerebbe, disposto a miti consigli. Forse, però. In realtà non lo so. Forse gli uomini sono troppo pragmatici e parlano con gli uteri solo quando possono tirarci fuori qualcosa di concreto. Non lo so, sono perplessa.

Rileggo una poesia di Marisa, si intitola Silenzio. Che gli uteri fanno così, a volte s’azzittiscono, a volte parlano troppo. Sono uterini.

Il mio Utero c’è ancora,
ma è silenzioso.
Non dice più la sua
su ogni cosa,
non è presente alle cene
non va ai vernissage
né alle prime a teatro.
Il mio Utero è vivo ancora
ma non mi sfinisce più
con le sue filosofie
con i suoi ragionamenti
con i suoi discorsi.
Non mi punisce
non mi tormenta
non grida a squarciagola.
È come se fosse diventato grande
e se ne fosse andato di casa.
Mi ignora e nemmeno
alla domenica si fa vivo.
Dovrei esserne contenta.
Invece, a volte,
sento la sua mancanza.

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2 Risposte to “Womb Poetry”

  1. flounder Says:

    (ognuno ha gli ormoni che si merita. questo, mi sento di dire)

    (…) Past intimate experiences are all recorded in the cellular memories of the womb – unless the womb is cleared and released of old energetic cords, patterns, and imprints. Without a clear womb, energies from old relationships may cloud and complicate subsequent relationships for years. Women – clear thy womb! (…)

  2. flounder Says:

    Alla fine uno si può raccontare tutte le balle che crede, ma il corpo ha la meglio. Obbedisce a una verità profonda, che comprende tutte le omissioni, esclude tutti gli inganni e restituisce la dimensione esatta delle situazioni.
    Come una fotografia scattata con la reflex, senza gli abbellimenti del fotoritocco e le correzioni ex-post, il corpo racconta la sua verità nei sogni, nelle malattie, in quegli stati anomali genericamente etichettati come disfunzionali.
    Inutile illudersi che a furia di indossare una maschera e negarsi la persistenza di uno stato d’animo, si possa omettere il dato e abituare il corpo alla nuova situazione.
    La femminilità alberga in formule sottili e non è data una volta per tutte.
    Si può perdere la fiducia nella propria femminilità, è questo. E poi perdere di conseguenza le caratteristiche funzionali dell’essere donna.
    Dopo un lutto, un aborto, un tradimento, un abbandono, una crisi profonda, un qualsiasi shock emotivo. Qualcosa che ci separa dalla creazione e dalla capacità di procreazione, un improvviso isolamento dal flusso e dal ciclo vitale.
    Poi fingere che sia tutto in ordine e provare ad andare avanti. Crederci pure, che tutto sia in ordine.
    Ma se non lo è, il corpo non mente, ha la meglio. Ti avvisa che il problema, lungi dall’essere risolto, è incombente. Che non basteranno un rossetto e tacchi alti, né un nuovo colore di capelli o una civetteria insistita e fuori posto.
    Il corpo ti mette ceppi ai piedi e ti impone una riflessione e un cambiamento. Accende spie, attira l’attenzione, si impone con tutti i mezzi a sua disposizione.

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