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Preoccupazioni

dicembre 20, 2013

Ci plasmavi, ci scavavi. Con quel tuo punteruolo fatto di rabbia e angoscia.

Ci trasformavi in figurine cave che sistematicamente riempivi di preoccupazioni. Sì che quando riuscivamo a sbarazzarcene, a lasciarle defluire, restavamo vuote e traballanti, senza peso, friabili.

Come forme di gesso disabitate e incolori.

Ti pre-occupavi.

Invece di occuparti. Di noi, di te, di qualsiasi cosa che non fosse l’ansia di riempire il vuoto.

Tutto un anticipare il futuro, costruirlo mentalmente, tendergli trappole esatte in cui farlo precipitare perché non tradisse le tue preoccupazioni.

Ché se mai fosse stato diverso, t’avrebbe dato la misura dell’esserti occupata inutilmente, prima del tempo. Di averlo sprecato, il tuo tempo. Di aver girato a vuoto nel vuoto e di affacciarlo improvviso al tuo sguardo.

E invece macinavi paure, a grana grossa, le impastavi con stoppa e cenere, intrise di lacrime e schiuma di saliva agli angoli della bocca e ci imbottivi, ci lasciavi asciugare, seccare nel cuore, restare in piedi nostro malgrado, testimoni di un tempo mai situato esattamente, sempre subito prima, o in un latte versato.

Ancora oggi rimuovo i pezzi, ci provo. Li diluisco con acqua, provo a tirarli via con lo scavino.

Alcuni sono pietre incastonate, irrimediabilmente inscritte nella cerniera che mi separa dal mondo, sedimentate nei miei gesti. Alcune non vengono via se non sgretolando tutto il resto, producendo crepe e fratture.

Quest’insana abitudine a riempirsi dall’esterno, quale che sia la fonte, a stipare tutto il possibile al fondo di cavità inesplorate per non sondarne profondità e dimensioni.

Ci preoccupiamo, mentre il tempo passa sprezzante e ci aggrappiamo a qualcosa di esterno, con le unghie, per non scivolarci dove non sappiamo, dove troveremmo un presente già pieno di sé, senza alcuna necessità di nutrirsi di altrove.

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