Killing me softly

Devo scrivere, mi dicono che devo scrivere. Tutti i giorni. Come prima, più di prima. Che se uso le parole mie è difficile che ci sia spazio per farmi raccontare dalle parole altrui, per farmi cantare – e lentamente uccidere – dalle parole altrui.

E devo fare altre cose, ho un mare di prescrizioni da seguire. Prescrizioni non lo posso dire, devo dire: cose da fare. E basta.

Per combattere l’horror vacui?, chiedo io.

No, per campare, mi rispondono. Ché devi scrivere, sì, ma devi scrivere facile, se no poi rileggi e ti distrai, ti ipnotizzi con le tue stesse parole.

Mi dicono che sono seducibile e sedotta. Che non devo lasciarmi sedurre. Non con le chiacchiere, quanto meno. Che non mi devo sedurre nemmeno da sola, né farmi surrogare. Surrogare l’ho scritto io, ma è una parola che non posso usare. E’ vietata. Al suo posto devo usare sostituire, Per esempio. Che non devo farmi sostituire da qualcuno nel fare qualcosa, nemmeno a pensarci.

Soprattutto nel pensiero e nella parola. Per l’appunto.

Mi dicono che devo riempire fogli e quaderni e tutti gli spazi possibili. Ogni volta che un pensiero inutile e brutto mi passa per la testa lo devo scrivere e lasciarlo andare, se no quello mette le radici nella testa e mi tormenta. Che devo scriverlo, facile facile, così perde di carica. Vorrei aggiungere mefitica, ma mi deve bastare negativa.

Mi dicono che non devo essere masochista. Masochista l’ho scritto io, ma è vietata pure questa. Che non devo fare cose che mi fanno male, e tengo un elenco lungo lungo, lunghissimo. Cose semplici, che fintanto che uso nomi difficili le continuo a fare. Se invece le chiamo a una a una per nome, facile facile, le smetto subito. Constato che è vero. Constato è vietata, devo dire: mi accorgo che è vero. Anche vero è vietata, porca miseria. Devo dire: mi accorgo che va bene, che funziona. E me ne accorgo perché sto bene mentre lo faccio, né più né meno.

Ho una marea di cose da fare, alcune vanno contro la mia morale. Morale non la posso usare, è astratta. Devo usare abitudine, buon senso, invece della parola morale. Perché la morale non si può cambiare, le abitudini invece sì. Come i calzini, i soprammobili e i cazzi. Non gli uomini, gli uomini è un concetto troppo complesso, ampio e raffinato. I cazzi è la parola che devo usare. Per adesso.

Mi devo disimparare a pensare?, chiedo io.

No, è proprio il momento che impari a pensare. E si può pensare solo se gli oggetti del pensiero sono cose semplici, univoche. Univoche è abbastanza vietata. Meglio dire: senza possibilità di confonderle con qualcos’altro.

Ma dopo un poco che scrivo e parlo così, dovendo stare attenta a tutte le parole e vietandomene la maggior parte, mi passerà la voglia di scrivere e parlare, obietto io.

Dopo un po’ sì, mi viene risposto. Però avrai dei vantaggi che adesso non possiedi e nemmeno immagini.

Mi dicono che questo esercizio ha un tempo, una data di inizio e una di fine. Alcune delle cose che devo fare non mi piacciono proprio, altre mi sembrano facilissime, ma sono certa che siano facili perché ancora non le ho chiamate con il loro nome comune.

Alcune le rimando da molto tempo, anche se hanno un nome facile. Come ballare. Devo ricominciare a farlo, come una medicina. Per ogni cosa che rimando, pago pegno. I pegni sono odiosi, peggiori di ciò che evito. E non esiste modo per barare o bluffare.

Ce ne sono un paio che proprio non riesco nemmeno a pensare, per il momento. Pare che le debba fare senza pensarci.

Ma io non so fare niente, senza pensarci!, provo a protestare.

Mi viene restituita una risata di cuore, di vero cuore. E rido pure io, senza pensarci.

 

 

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