Archive for luglio 2014

Che tu sia per me coltello.

luglio 31, 2014

Poi viene un giorno, un giorno imprevisto, inatteso, in cui ti assestano la coltellata finale. Che poi a pensarci bene non è così: le conosco, io, le coltellate. Sono inferte per colpire, fare male, fosse anche solo per legittima difesa.
Invece no.
Viene inatteso il giorno in cui, con un bisturi fatto di parole, un’anima pia apparentemente uscita dal nulla interviene dolorosamente sulla carne, isola quell’ultimo pezzo infetto, suppurato, e lo estrude. Non importa quanto dolore faccia, non importa. E’ come quando si succhia via il veleno di una vipera, non importa quanto l’incisione debba andare a fondo, come quando si asporta un cancro radicato, e si scava in profondità. Non importa della cicatrice che lascia, l’importante è che la vita sia salva.
E’ stato così.
E’ stato sentirmi raccontare nei dettagli chi era l’uomo che ho amato più di ogni cosa al mondo, chi era davvero, cosa è stato, prima di me, mentre era con me. Farmi consegnare tutti i tasselli del puzzle mancanti. Non così tanti che io non potessi già individuare il disegno complessivo, ma quelli del dettaglio estremo, preciso. Quelli che hanno spiegato anni di buio e di dubbio. Quelli per la cui assenza mi sentivo insicura di me, delle mie percezioni, della mia capacità di intendere. Parole di donna. Precise e circostanziate come solo le parole di donna sanno essere. La voce che risuona e dice: non ho mai potuto dirtelo prima, e mi chiedevo come potessi non sapere.
Ho ascoltato con pazienza, per ore, provando un dolore di chirurgia a freddo, totalmente priva di anestetico.
Un dolore di intensità estrema, al quale ho retto stringendo i denti, senza versare una sola lacrima. Nemmeno una.
E poi innumerevoli punti di sutura a consolarmi, per rimarginare una ferita  già non più ampia in estensione, ma di una profondità che non credevo possibile.
Avevo i sintomi, è vero. Ma non conoscevo la stadiazione del male, la sua profondità.
Credo di essere libera, adesso.
Ho solo voglia di dormire. Dormire a lungo e svegliarmi senza memoria.
Sapere che è passato tutto, che non ero la visionaria folle che mi si voleva raccontare di essere. Sapere che è passato tutto e di poterlo finalmente dimenticare senza pentimenti, senza rimpianti.

Cose che re-imparo, in conversazioni più grandi di me.

luglio 24, 2014

Una madre gelosa della compagna del proprio figlio maschio adulto ha due possibilità di interpretazione: o non si è staccata da lui, o gli si vuole ricongiungere.
O non l’ha realmente partorito e offerto libero al mondo o vuole possederlo. Come un bimbo piccolo, talvolta.
Il figlio maschio è il fallo.
Può capitare anche con le figlie femmine, ma lì la cosa è differente. Prende un’altra forma, meno fallica e più uterina, in cui il senso di completezza non viene dal bisogno/desiderio di essere penetrata, quanto di essere com-penetrata dalla carne filiale che si fa tutt’uno col corpo materno e la abita. Pesa sempre la mancanza del fallo, anche qui. Ma il fantasma dell’incesto, così ingombrante nel rapporto madre/figlio, con la figlia si sfuma, fino a sparire.
Vedo molte madri di figlie che piuttosco seducono, seppur involontariamente, il compagno della figlia, si proiettano in una sorta di rivalità, di supremazia. Come per adombrare la maturità sessuale delle figlie a beneficio della propria, ormai consunta dall’età biologica. E’ più un aggrapparsi alla vita, che una mancanza del fallo.
E non lo dico io, sto leggendo delle cose interessanti, anche se troppo lacaniane. Anche post-lacaniane. Come dice l’amico mio Pietro, lacaniane con lieve svolta a destra, nell’eccesso di importanza che si attribuisce alla figura del padre, così ottusamente conservatrice dell’ordine. Ma tant’è, checchè se ne voglia fare una critica demolitrice: in assenza del padre e del fallo paterno, la madre reclama per sé il riempimento di quest’assenza, e si sceglie il figlio come sostituto.

Non ti presento mia madre perchè, sai, è un po’ gelosa, un po’ possessiva.
E perché? Ci scopi, con tua madre?
(silenzio imbarazzato, espressione di risentimento e stupore) Che c’entra?
E c’entra, altro che. Le gelosie si danno per timore di dover condividere la stessa cosa con qualcun altro, così come le invidie si danno perché l’altro possiede qualcosa che noi non possediamo.

Ciò che distingue una compagna dalla propria madre è il sesso, la possibilità procreativa, la progettualità comune. Tutte cose che non sono oggetto del contendere con una mamma.

Cosa vuole una madre gelosa dalla compagna del suo figlio adulto?

Che lo lasci bambino, nel suo immaginario di trastulli affettuosi?

Che non la privi della presunta tutela su un essere che viene così assoggettato, ridotto a cosa, incapace di evoluzione come persona?

Che non la lasci in balia di quel vuoto in cui dovrebbe – fisicamente e metaforicamente – albergare un fallo adulto?

(replica irosa, stizzita) Ma no, è naturale: le madri ci crescono e soffrono all’idea che qualcuna modifichi le loro regole, le loro abitudini. Che debbano perdere una parte di amore. E’ una forma di affetto, anche se forse un po’ patologica.

Ci sono conversazioni che mi fanno sorridere, amaramente sorridere, che raccontano in poche battute il modo in cui ci si vede o non si riesce a vedersi, il modo in cui si è cresciuti o non si è cresciuti.
Abbiamo tutti il nostro cordone ombelicale, più o meno lungo, e reciderlo è la cosa più difficile del mondo.
Ma legati a un cordone, per quanto lungo, non si va abbastanza lontano.
Che poi il lontano non è spaziale. E’ piuttosto un andare verso sé, dentro sé, un conoscersi nella propria, personale individuazione.
Sono contenta di non avere figli maschi e non dover fronteggiare anche questo dolore, questa incapacità.
Che già ho le mie a zavorrarmi.

Rileggo spesso questa di Pasolini, e sempre mi dà la pelle d’oca, mi restituisce le forme di qualcosa che sento, che conosco, che ho imparato nel tempo. Del figlio dimenticato, mai cresciuto, del figlio assoggettato privato della capacità di essere realmente se stesso e amare. Mi dà la pelle d’oca e un grande senso di perdita, una perdita che a vari livelli mi prende tutta.

E’ difficile dire con parole di figlio ciò a cui nel cuore ben poco assomiglio.
Tu sei la sola al mondo che sa, del mio cuore, ciò che è stato sempre, prima d’ogni altro amore.
Per questo devo dirti ciò ch’è orrendo conoscere: è dentro la tua grazia che nasce la mia angoscia.
Sei insostituibile.
Per questo è dannata alla solitudine la vita che mi hai data.
E non voglio esser solo.
Ho un’infinita fame d’amore, dell’amore di corpi senza anima.
Perché l’anima è in te, sei tu, ma tu sei mia madre e il tuo amore
è la mia schiavitù:
ho passato l’infanzia schiavo di questo senso alto, irrimediabile, di un impegno immenso.
Era l’unico modo per sentire la vita, l’unica tinta, l’unica forma, ora è finita.
Sopravviviamo,
ed è la confusione di una vita rinata fuori dalla ragione.
Ti supplico, ah, ti supplico: non voler morire.
sono qui, solo, con te,
in un futuro aprile…

 

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luglio 15, 2014

Non potevo immaginare che una cosa così banale producesse un effetto così dirompente. Una piccola app, scoperta per caso – già non ricordo più se ne avessi letto, se me ne avessero parlato o cos’altro – che di notte ti monitora il sonno, i sogni, i movimenti, i mugugni.
Che sembra impossibile, ma è vero.
Te ne accorgi al mattino, leggendo il diagramma di flusso, che contiene tutto il tuo sonno, e ha registrato il russare, le parole mormorate nella notte; una piccola app che con una serie di ninne nanne e cantilene incorporate, che scattano non appena il sensore registra che entri in fase rem (e lo registra dalla respirazione, dai movimenti del corpo e da non so che altro) lentamente ti guida a esplorare l’universo onirico, che ti risveglia prima che la sveglia suoni, nell’esatto momento dell’alba in cui registra che il tuo sonno è ormai lieve lieve e in quel risveglio anticipato, in una fase in cui mai da solo riusciresti a svegliarti, ti spalanca un mondo di confine, dove non sei del tutto addormentato ma neppure sveglio. Una dimensione altra, non usuale, in cui fluttuano immagini e visioni. Una dimensione liquida, in cui non solo la mente, ma anche la percezione del corpo è del tutto diversa. Come se il corpo fosse enorme, esteso, e occupasse più spazio di quello usualmente occupato da svegli.
Difficile da spiegare, sono sensazioni forti ma difficili da rendere a parole.
Così ho completato la mia prima opera d’arte. Più che opera, un’operina. Ma meglio di niente. E’ qualcosa di finito, completo. Ho impiegato tre settimane, lavorandoci quotidianamente, con le immagini dei sogni. Dalle ombre è venuta fuori una cosa concreta, tangibile. E’ venuta fuori un’abilità che non sapevo di possedere, io che mi credevo donna fatta di parole, di frasi e punteggiature, di regole e abitudini.
All’inizio ci lavoravo senza sapere bene cosa ne sarebbe stato. Ai due terzi ho compreso che era un dono, un dono di me da fare a una persona cara. Un dono unico, irripetibile, che consegnerò nei prossimi giorni. Un’opera prima.
Io stessa mi commuovo all’idea. Vorrei essere chi lo riceverà, per emozionarmi, ma al tempo stesso sono felice di essere chi dona. E’ come fossi entrambe le cose.
Stamattina la app mi ha restituito chiara e netta la mia voce che seriamente affermava: è proprio così, anche io avrei dovuto restare zitta.
La settimana scorsa, invece, nel sogno ero finita in un lago cristallino, con tutta l’auto, e non riuscivo ad aprire le portiere. Ma la mia voce sussurrava: ci sono dei pesci bellissimi, qui, non esco.
Mi è venuto spesso in mente, in queste settimane, il libro di Herrigel di cui mi ha parlato un amico. In particolare la frase che dice: se vuoi centrare l’obiettivo, devi distrarti e dimenticare l’obiettivo.
Ecco, là per là, quando ne abbiamo parlato, ho pensato fosse impossibile.
Poi nei giorni è accaduto. Ho dimenticato un po’ l’obiettivo. Mi sono distratta, mentre tiravo con l’arco nelle direzioni più disparate.
E’ accaduto, mentre ero impegnata a dare forma visibile ai sogni. E più li rendevo manifesti, concreti, più i sogni si facevano reali e prendevano corpo intorno a me. Come se avessi immesso nuove immagini nel mondo e queste immagini si fossero poi consolidate. Una cosa rivoluzionaria, un tale capovolgimento che al mattino, al risveglio, mi pare di infilarmi in giornate di sogno, dove tutto è possibile e tutto ha una tempistica perfetta.
Ogni tanto riascolto la voce dei miei sonniloqui e sorrido: è così precisa, netta, così chiara nelle indicazioni, così semplice da tradurre in azione.
Penso all’ultimo anno e mezzo, alle mie insonnie senza fine, ai miei sonni comandati da pasticche, a tutti i tentativi di eludere la voce dei sogni, evitando inconsapevolmente di dormire o abbandonandomi a sonni chimici dalle visioni alterate.
Io che mi sapevo donna di parole, di frasi e punteggiature, di regole e abitudini, ora sperimento altre vie. Scopro le mani, scopro la voce, abilità finora sconosciute o poco e male usate.
Scopro che in fondo al lago ci sono pesci bellissimi e che l’acqua non soffoca.
So che un giorno, prima o poi, mi riprenderà alla gola e mi sentirò mancare, nuovamente. Ma al momento fluttuo, galleggio, di colpo ogni movimento diventato facile, ogni azione aggraziata.
Che forse sarà vero, che chi dorme non piglia pesci. E manco li vede.

Cose facili. For dummies. Cose che imparo sulla strada verso casa.

luglio 2, 2014

Chi ti ama ti conosce. E nei momenti difficili ha la capacità di prenderti per mano e accompagnarti a ritroso, fino a trovare i punti di ripristino: quei momenti nella tua vita in cui ti piaceva qualcosa, avevi una motivazione. Quei momenti in cui risplendevi e sorridevi. Te li mostra, ripetutamente, e insieme a te li recupera.

Chi ti ama viene con te a cercare il brillante nel fango e ti aiuta a ripulirlo.

Chi non ti ama, nei momenti difficili ti lascia cadere, volge lo sguardo altrove, verso nuovi scintillii. Che siano diamanti o swarowski, basta che brillino tanto da abbagliare.

“Eppure, dopo tutto questo tempo, il Sole non ha mai detto alla Terra ‘mi sei debitrice’. Guarda cosa accade con un amore del genere: Illumina il cielo”

(Jalal al-Din Rumi – 1262)