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Non potevo immaginare che una cosa così banale producesse un effetto così dirompente. Una piccola app, scoperta per caso – già non ricordo più se ne avessi letto, se me ne avessero parlato o cos’altro – che di notte ti monitora il sonno, i sogni, i movimenti, i mugugni.
Che sembra impossibile, ma è vero.
Te ne accorgi al mattino, leggendo il diagramma di flusso, che contiene tutto il tuo sonno, e ha registrato il russare, le parole mormorate nella notte; una piccola app che con una serie di ninne nanne e cantilene incorporate, che scattano non appena il sensore registra che entri in fase rem (e lo registra dalla respirazione, dai movimenti del corpo e da non so che altro) lentamente ti guida a esplorare l’universo onirico, che ti risveglia prima che la sveglia suoni, nell’esatto momento dell’alba in cui registra che il tuo sonno è ormai lieve lieve e in quel risveglio anticipato, in una fase in cui mai da solo riusciresti a svegliarti, ti spalanca un mondo di confine, dove non sei del tutto addormentato ma neppure sveglio. Una dimensione altra, non usuale, in cui fluttuano immagini e visioni. Una dimensione liquida, in cui non solo la mente, ma anche la percezione del corpo è del tutto diversa. Come se il corpo fosse enorme, esteso, e occupasse più spazio di quello usualmente occupato da svegli.
Difficile da spiegare, sono sensazioni forti ma difficili da rendere a parole.
Così ho completato la mia prima opera d’arte. Più che opera, un’operina. Ma meglio di niente. E’ qualcosa di finito, completo. Ho impiegato tre settimane, lavorandoci quotidianamente, con le immagini dei sogni. Dalle ombre è venuta fuori una cosa concreta, tangibile. E’ venuta fuori un’abilità che non sapevo di possedere, io che mi credevo donna fatta di parole, di frasi e punteggiature, di regole e abitudini.
All’inizio ci lavoravo senza sapere bene cosa ne sarebbe stato. Ai due terzi ho compreso che era un dono, un dono di me da fare a una persona cara. Un dono unico, irripetibile, che consegnerò nei prossimi giorni. Un’opera prima.
Io stessa mi commuovo all’idea. Vorrei essere chi lo riceverà, per emozionarmi, ma al tempo stesso sono felice di essere chi dona. E’ come fossi entrambe le cose.
Stamattina la app mi ha restituito chiara e netta la mia voce che seriamente affermava: è proprio così, anche io avrei dovuto restare zitta.
La settimana scorsa, invece, nel sogno ero finita in un lago cristallino, con tutta l’auto, e non riuscivo ad aprire le portiere. Ma la mia voce sussurrava: ci sono dei pesci bellissimi, qui, non esco.
Mi è venuto spesso in mente, in queste settimane, il libro di Herrigel di cui mi ha parlato un amico. In particolare la frase che dice: se vuoi centrare l’obiettivo, devi distrarti e dimenticare l’obiettivo.
Ecco, là per là, quando ne abbiamo parlato, ho pensato fosse impossibile.
Poi nei giorni è accaduto. Ho dimenticato un po’ l’obiettivo. Mi sono distratta, mentre tiravo con l’arco nelle direzioni più disparate.
E’ accaduto, mentre ero impegnata a dare forma visibile ai sogni. E più li rendevo manifesti, concreti, più i sogni si facevano reali e prendevano corpo intorno a me. Come se avessi immesso nuove immagini nel mondo e queste immagini si fossero poi consolidate. Una cosa rivoluzionaria, un tale capovolgimento che al mattino, al risveglio, mi pare di infilarmi in giornate di sogno, dove tutto è possibile e tutto ha una tempistica perfetta.
Ogni tanto riascolto la voce dei miei sonniloqui e sorrido: è così precisa, netta, così chiara nelle indicazioni, così semplice da tradurre in azione.
Penso all’ultimo anno e mezzo, alle mie insonnie senza fine, ai miei sonni comandati da pasticche, a tutti i tentativi di eludere la voce dei sogni, evitando inconsapevolmente di dormire o abbandonandomi a sonni chimici dalle visioni alterate.
Io che mi sapevo donna di parole, di frasi e punteggiature, di regole e abitudini, ora sperimento altre vie. Scopro le mani, scopro la voce, abilità finora sconosciute o poco e male usate.
Scopro che in fondo al lago ci sono pesci bellissimi e che l’acqua non soffoca.
So che un giorno, prima o poi, mi riprenderà alla gola e mi sentirò mancare, nuovamente. Ma al momento fluttuo, galleggio, di colpo ogni movimento diventato facile, ogni azione aggraziata.
Che forse sarà vero, che chi dorme non piglia pesci. E manco li vede.

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Una Risposta to “ihaveadreamihaveadreamihaveadream”

  1. flounder Says:

    “The man, the art, the work–it is all one.”
    ― Eugen Herrigel

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