Archive for agosto 2014

Ti porterò un regalo al mio ritorno/Un cucchiaio, un bottone, un vestito/ Forse niente.

agosto 5, 2014

Dopo le settimane ho cominciato a contare i giorni. Poi le ore. Tra poco i minuti.
Poi smetterò di contare e mi tufferò in una vacanza lunga, che me la sono meritata tutta.
E toccherò sponde diverse, e mari e popoli. E Nord e Sud, ed Est.
Per un bel po’ mi dimenticherò di me e soprattutto dell’Ovest, del crepuscolo, di tutti i crepuscoli, dentro e fuori di me. Dei tramonti delle cose.
Ho voglia di albe e risvegli, di nascite, inizi, slanci.
Scriveva Faciolince che Oriente empieza en el Cairo.
Per me Oriente è iniziato qui, ad est del mio cuore.
Ho cambiato la mia posizione nel letto.
Prima dormivo tutta rannicchiata a destra, lasciando lo spazio quasi del tutto vuoto. Minuscola e immobile.
Adesso sono al centro esatto, con un solo cuscino, a far da padrona.
Grottesco.
A far da padrona di qualcosa che era già mio.
Mi viene in mente la storia di quel sovrano che tutta la vita vivrà in un angoletto del castello per aver ascoltato un cattivo consigliere. Fino al giorno in cui qualcosa di esterno lo costringe ad abbandonare il suo rifugio per scoprire che la guerra non c’era mai stata, ed era solo il cattivo consigliere ad averlo relegato per vivere da signore al suo posto.
Così mi sono ripresa il castello e adesso ho un solo cuscino, al centro del letto.
Sono passata dall’Oriente al Sud del mio letto. Dalle segrete ai saloni.
Dall’essere metà, emisfero incompiuto, in attesa di essere colmata, ad essere globo che sa ritirare le acque per fare spazio ad altre terre.
Non più relegata. Padrona dello spazio e dei cuscini, che imparo a elargire come un dono.

Veleggio verso Nord, verso una terra più fredda, di razionalità che mi sostiene e mi libera.

Ho voglia di vacanze, di partire da Est, soggiornare al Nord e tornare al mio Mezzogiorno interno con una sporta di nuovi ricordi e sensi. Con tante lingue che si mischiano e tra tutte riascoltare nuovamente la mia.
Forse manderò cartoline. Forse no.

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Il cinico è uno che conosce il prezzo di tutto, e il valore di nulla. Oscar Wilde.

agosto 4, 2014

Il cinismo è una brutta malattia, forse la più brutta di tutte. Perché non ha un decorso con guarigione, ma si avvita su se stessa, in circolo. Si cronicizza.

E’ come un serpente, più che un serpente un uroboro, senza principio né fine. Ti avvolge tra le spire e ti stritola, ti riempie quotidianamente di veleno.

I sintomi del cinismo, anche quando sapientemente occultati, sono tanti: la difficoltà a immedesimarsi nei sentimenti, propri e altrui, la distruzione di ogni possibilità di appartenenza, l’appiattimento delle sfumature, l’assenza di scopo. E poi un’invidia corrosiva, malcelata. E’ disprezzo profondo di ciò che non si riesce a ottenere, giudizio marcato e negativo travestito da valutazione sensata. E’ nichilismo. E’ l’ideale abbattuto e sconfitto, la parodia del sentimento, l’omicidio del senso di umanità.

Ce ne sono altri, che vengono fuori anche quando si cerca di rappresentare il contrario.

La mancanza di tenerezza, l’assenza di passioni profonde, l’impossibilità di condividere a un livello diverso dalla mera superficie.

E ancora, la necessità di consumo rapido e immediato, di ciò che è a portata di mano: siano sensazioni, oggetti o persone.

Il cinismo è una macchina divorante, che mangia contemporaneamente ciò che trova all’esterno e ciò che alberga all’interno di se stessi. Come quelle macchine che distruggono documenti, riduce tutto in fibre sfilacciate, in trame illeggibili.

Il cinismo sa essere elegante sarcasmo, raffinata eloquenza, supremazia intellettuale. Sa essere charme, seduzione, maschera appropriata. Apparentemente è uno sguardo intrepido sul reale. Di fatto, evita la realtà per non fronteggiarla.

Ma è un guscio vuoto, dal rumore sordo.

E’ difficile spaccarlo, perché nel tempo la corteccia si fa forte di sé, e il continuo esercizio rende quasi invulnerabile: sigilla tutte le crepe e gli spiragli di apertura con un materiale più adesivo e impermeabile del silicone.

Ad oggi, non credo che esistano solventi in grado di produrre fratture capaci di modificare lo stato delle cose. Forse una perdita improvvisa, dolorosa. Un rivolgimento a centoottanta gradi della propria esistenza.

Ma non un rivolgimento in bene.

Il bene rafforza il cinismo, è la minaccia maggiormente temuta. Il bene rappresenta il tempo perso,  le occasioni mancate, la perduta realizzazione, lo sguardo triste su se stessi, l’accettazione. Il mancato bene è l’humus che ha nutrito il cinismo per anni, prima che esplodesse in malattia.

Il cinismo dichiara di voler raggiungere la felicità, ma questa si situa al di fuori del percorso ricorsivo delle sue modalità e resta inattingibile, surrogata da parvenze di bene che nel tempo producono nuove intossicazioni.

Forse solo un male maggiore del cinismo stesso può insinuarsi tra le sue spire e far leva per spaccare tutto, per cambiare non solo la pelle, ma l’intero apparato muscolo-scheletrico di questo mostro affamato.

Ma forse. Qualcuno mi dice che occorre un atto di volontà e che è la volontà la prima cosa ad essere consumata dal cinismo. E’ un serpente che muove solo in un senso e non può tornare indietro, a ripercorrere un percorso inverso.

Ho paura, del cinismo.

Sembra essere la peggiore delle prigioni possibili.