Il cinico è uno che conosce il prezzo di tutto, e il valore di nulla. Oscar Wilde.

Il cinismo è una brutta malattia, forse la più brutta di tutte. Perché non ha un decorso con guarigione, ma si avvita su se stessa, in circolo. Si cronicizza.

E’ come un serpente, più che un serpente un uroboro, senza principio né fine. Ti avvolge tra le spire e ti stritola, ti riempie quotidianamente di veleno.

I sintomi del cinismo, anche quando sapientemente occultati, sono tanti: la difficoltà a immedesimarsi nei sentimenti, propri e altrui, la distruzione di ogni possibilità di appartenenza, l’appiattimento delle sfumature, l’assenza di scopo. E poi un’invidia corrosiva, malcelata. E’ disprezzo profondo di ciò che non si riesce a ottenere, giudizio marcato e negativo travestito da valutazione sensata. E’ nichilismo. E’ l’ideale abbattuto e sconfitto, la parodia del sentimento, l’omicidio del senso di umanità.

Ce ne sono altri, che vengono fuori anche quando si cerca di rappresentare il contrario.

La mancanza di tenerezza, l’assenza di passioni profonde, l’impossibilità di condividere a un livello diverso dalla mera superficie.

E ancora, la necessità di consumo rapido e immediato, di ciò che è a portata di mano: siano sensazioni, oggetti o persone.

Il cinismo è una macchina divorante, che mangia contemporaneamente ciò che trova all’esterno e ciò che alberga all’interno di se stessi. Come quelle macchine che distruggono documenti, riduce tutto in fibre sfilacciate, in trame illeggibili.

Il cinismo sa essere elegante sarcasmo, raffinata eloquenza, supremazia intellettuale. Sa essere charme, seduzione, maschera appropriata. Apparentemente è uno sguardo intrepido sul reale. Di fatto, evita la realtà per non fronteggiarla.

Ma è un guscio vuoto, dal rumore sordo.

E’ difficile spaccarlo, perché nel tempo la corteccia si fa forte di sé, e il continuo esercizio rende quasi invulnerabile: sigilla tutte le crepe e gli spiragli di apertura con un materiale più adesivo e impermeabile del silicone.

Ad oggi, non credo che esistano solventi in grado di produrre fratture capaci di modificare lo stato delle cose. Forse una perdita improvvisa, dolorosa. Un rivolgimento a centoottanta gradi della propria esistenza.

Ma non un rivolgimento in bene.

Il bene rafforza il cinismo, è la minaccia maggiormente temuta. Il bene rappresenta il tempo perso,  le occasioni mancate, la perduta realizzazione, lo sguardo triste su se stessi, l’accettazione. Il mancato bene è l’humus che ha nutrito il cinismo per anni, prima che esplodesse in malattia.

Il cinismo dichiara di voler raggiungere la felicità, ma questa si situa al di fuori del percorso ricorsivo delle sue modalità e resta inattingibile, surrogata da parvenze di bene che nel tempo producono nuove intossicazioni.

Forse solo un male maggiore del cinismo stesso può insinuarsi tra le sue spire e far leva per spaccare tutto, per cambiare non solo la pelle, ma l’intero apparato muscolo-scheletrico di questo mostro affamato.

Ma forse. Qualcuno mi dice che occorre un atto di volontà e che è la volontà la prima cosa ad essere consumata dal cinismo. E’ un serpente che muove solo in un senso e non può tornare indietro, a ripercorrere un percorso inverso.

Ho paura, del cinismo.

Sembra essere la peggiore delle prigioni possibili.

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