Archive for dicembre 2014

Atto di dolore

dicembre 28, 2014

Non si dovrebbe tornare mai, sul luogo del delitto. Mai. Mai mai.

Ché le atmosfere riportano alla ricerca dell’indizio, della prova, dell’accusa e degli inutili tentativi di difesa. Perché si aprono le vecchie ferite e si cerca di occultarle nuovamente. Eppure si sa, che le ferite guariscono solo se esposte alla luce e al sole, mentre se vengono coperte suppurano, si infettano e di nuovo rinviano l’infezione a tutto il corpo.

Natale è una ferita aperta e quest’anno più che mai, un reumatismo che fa dolere tutto, è il luogo dei vuoti e delle assenze incolmabili, dei buchi che non saranno mai più riempiti perché, per quanto se ne dica, gli esseri umani sono irrimpiazzabili, nel bene e nel male.

In realtà non è il Natale: sono le vicinanze, a sottolineare le assenze.

Sento dolori antichi misti a rancori senza fine. Laddove il dolore potrebbe spontaneamente regredire, se solo volesse, il rancore è la sua benzina sul fuoco, la bestia nera che del dolore si alimenta e cresce: il rancore ci mangia e ci consuma come mai prima. Vorrei placarlo, in qualche modo, foss’anche con un sacrificio profondo e antico, ma pare che nulla valga, nulla serva.

Offro il mio corpo, che tutto somatizza e restituisce, perché sia fatta una tua volontà, una qualsiasi delle tue volontà che ci liberi dal male che pesca nel ricordo. Tento abbracci che non riscaldano, ingoio lacrime e vomito rabbia e avanzi di cene e dispiaceri. Mi dico che il corpo è il solo che sa, è il solo che possa sfogare e liberarci e farci nuovi, ma questo nuovo non arriva mai. O quando timidamente si affaccia siamo pronti a invecchiarlo di nuovo, con rughe posticce che sembrano vere e di cui dimentichiamo la natura fasulla.

Ci nutriamo di sensi di colpa e del dovere, abbiamo poi digestioni difficili, risale alla gola il bolo indigesto degli errori di cui tanto siamo golosi.

Altrove, in altre case, qualcuno sta peggio di noi: finiamo per invidiare quei dolori che li cementano insieme, privi di acrimonia. Abbiamo un senso della parola che sfugge al controllo e un senso dell’azione mal direzionata, abbiamo parole che sfidano e colpiscono al centro del cuore, vendette che nascono sofisticate e lungo la strada si primitivizzano.

Come se servisse a qualcosa, come se avesse un fine che invece non riusciamo a trovare. Una tragedia senza catarsi, uno spettacolo che infinite volte si ripete lasciando lo spettatore incredulo e incapace di comprendere.

Si torna a volte sul luogo del delitto per rivivere l’esperienza e superare il trauma, per dirsi che questa volta andrà meglio, per sperimentarsi in una nuova lezione. E si impara sempre così poco. Brindiamo con calici colmi di acque dell’oblio e nuovamente ricominciamo, come fosse la prima volta. Tendiamo trappole in cui noi stessi cadiamo. Abbiamo fame, una fame di amore che ci assilla e che non sappiamo placare e una vita intera che non riusciamo a perdonare.

(…)

dicembre 25, 2014

Graffia, in certi giorni, l’anima.
Come cocci di vetro.
Come sale sulle ferite delle assenze.

In a time lapse

dicembre 18, 2014

Ogni tirocinio che si rispetti ha le sue verifiche intermedie, gli esami di fine periodo.

A me è toccato questa settimana. Stanotte, tutta la notte, dopo il concerto di ieri sera che non mi è bastato – non mi è bastato, no – ho riascoltato questo pezzo. L’album si intitola “Al rallentatore”. Ho dovuto cercare la traduzione, non sapevo significasse questo, ed è sicuramente la cosa di cui avevo più bisogno: rallentare, ripercorrere alla moviola quest’ultimo anno. Sono maniaca di liste e bilanci, questo lo so da sempre. Il bilancio è una sosta, una cesura, un soppesare ciò che si è imparato e ciò che si crede resti da sapere. Che poi non è mai ciò che realmente occorre: gli apprendimenti avvengono per balzi, su terreni accidentati che uno non immaginerebbe di percorrere.

Ci si prepara sempre, mentalmente, ad affrontare difficoltà che sono già note. Perché è più facile ipotizzare soluzioni. E perché le difficoltà ignote sono troppo oltre l’immaginazione. E quand’anche vengano sfiorate in un sogno, in un’intuizione momentanea, alla prova concreta dei fatti sono sempre altro.

Il mio esame intermedio – che di fine corso è troppo pretenzioso – è una dissertazione dal titolo: la scienza del dolore.

Guardo la platea e il mio interrogatore con aria smarrita e deglutisco. Poi provo a sostenere che il dolore non si muove nella scienza. Al massimo vaga e trova senso in una metafisica.

Ma il mio esaminatore non mi permette di tergiversare: faccia la candidata appello a tutte le sue conoscenze scientifiche, acquisite per studio o per prassi, e ci tratteggi le linee guida di una scienza del dolore.

La platea attende e dentro di me ho un’unica certezza: che se si sa e conosce qualcosa, verrà fuori. Se non si sa, non c’è verso.

Inizio dalla geologia, spiego come il dolore si muova alla stregua dell’acqua, infiltrandosi nelle parti molli del terreno psichico e scavando fiumi sotterranei, fino a creare un paesaggio carsico. O come sappia anche irrompere attraverso le rocce solide, creando spaccature che nel tempo disegneranno altre forme o che si trasformeranno in venature in cui cristallizzano i sedimenti dolorosi, sì che osservando un cuore roccioso, da vicino, se ne coglie la stratificazione, ammirandone a un tempo la bellezza. Parlo poi di come, similmente all’acqua, anche il dolore proceda per stillicidi, piccoli accumuli quotidiani che nel tempo formano stalattiti e stalagmiti, dure e delicate a un tempo. E di come la fantasia umana riesca a scorgere nei carbonati di dolore immagini fiabesche con cui evadere dalla pena e di come il tempo lentamente muti le forme e di come all’allungarsi della stalattite, questa diventi più puntuta e a un tempo più fragile e sia possibile distruggerla, liberandosi dalle concrezioni.

Proceda, chiede l’esaminatore. Ci prospetti adesso una geometria del dolore. Enunci qualche teorema.

In una relazione amorosa – inizio – il dolore costruito sull’ipotenusa è uguale alla somma dei dolori portati addosso dai due partner per anni. Poi mi fermo e aggiungo che questo è valido solo nelle geometrie euclidee. In quelle non-euclidee può essere maggiore o minore. Maggiore quando la relazione è una gabbia angusta, minore quando si attribuisce all’ipotenusa un valore x compreso tra una o più relazioni fuori dalla misura dei due cateti, anche se questo si verifica solo nel caso in cui i due cateti abbiano misure diverse, con uno sbilanciamento a favore di uno dei due partner. Poi mi fermo di nuovo, la geometria non è mai stata il mio forte. Amavo la chimica, io.

L’esaminatore sorride e parte con la prima domanda: il dolore – secondo lei – si situa nel campo della chimica organica o inorganica?

Istintivamente risponderei che afferisce all’organica, al campo della vita. Ma non affretto, ho come la sensazione che sia una domanda trabocchetto. Poi ci provo: a un primo esame diremmo che il dolore si inserisce in una chimica organica, in quanto strettamente collegato a processi vitali; a una più approfondita analisi, tuttavia, il dolore risulta causato da un blocco e una paralisi delle possibilità vitali, tanto a livello fisico, si pensi ai muscoli, tanto a livello psichico, se si comprende che in quel caso è frutto delle scarse possibilità di immaginazione che da soli ci si concede. E dunque, limitandoci alla scarsità dei composti ottenibili dal dolore o alle loro similitudini, si può valutare l’ipotesi di essere nel campo dell’inorganico: il dolore come mancanza di vita.

La platea sembra trattenere il respiro.

Proseguo spiegando il caso dei legami  covalenti e della fissità delle forme determinata dall’esigenza di minor dispendio fisico possibile. Mi sento raccontare cose mai dette né pensate, nozioni che albergano in qualche parte di me che non credo di aver mai conosciuto a fondo.

Vengo interrotta sul più bello per discettare di una fisica del dolore. Io la fisica non riuscivo a capirla: l’inerzia, i vettori, i piani inclinati. La fisica mi perde. Penso ad archi, frecce, traiettorie, penso alla balistica. Mi vengono in mente solo armi, scivolo poco a poco in una medicina del dolore, nella sua farmacologia.

L’esame si conclude dopo quasi due ore e non comporta valutazioni o giudizi.

L’esaminatore sorride e credo di sapere cosa stia pensando, ma non ne sono del tutto certa. Il cuore ha smesso di battere all’impazzata, quella morsa allo stomaco – paura – si è allentata: adesso sento solo un’immensa malinconia, un senso di resa.

Se esiste un Dio, oltre tutto ciò, in questo momento non ho più bisogno di muovermi o parlare. Non ho bisogno di spiegazioni né di altre dimostrazioni, che siano da offrire o ricevere. La scienza del dolore è inesatta e imperfetta come tutte le altre e la metafisica ne è solo insignificante placebo. Faccio fatica a ripetere quel che ho capito, ma sorrido. E la platea si distrae da me e torna alla musica. In a time lapse.

Guardando più a Nord

dicembre 15, 2014

Che poi non so come succedono queste cose: all’improvviso, da che soffrivo il freddo, mi sono scoperta felice nel freddo, a camminare col vento gelido che mi sferzava le guance fino a farle lacrimare. Un freddo vero, Amburgo, non quel freddo che intendiamo noi terroni quando nello spostarci da Napoli a Firenze cominciamo a invocare il paese del sole.

Amburgo mi ha fatto piacere la Germania. Più di Colonia, più di Berlino. Sarà quel tono imperativo anche nei saluti misto a un’accoglienza festosa, sarà che  non mi pareva vero di essere in vacanza, una vera vacanza, e avere del tempo tutto per me, da assaporare tra un caffè da passeggio, un wurstel, frittini di ogni tipo e gluhwine. Una vacanza vera, non un tempo rubato al lavoro.

Mi sono piaciuti i musei, che in Germania sono più belli che altrove: accoglienti, pieni di bambini presi da mille attività, con degli apparati didattici che ne esci migliore, più vicina all’umanità.

Il giorno ad Amburgo arriva a giorno inoltrato, a cose fatte, quando i destini sono in parte tracciati: il giorno inizia nel buio assoluto e si rivela piano piano, quando tutto è ormai in movimento da ore. Il giorno sono le marine di Caspar David Friedrich e le nature morte di Max Beckmann, è la città nuova, sui canali, così simile a Dublino e così melomane. Il giorno è Blankenese, elegantissimo villaggio di pescatori. Troppo romantico per non desiderare che sia giorno e notte, per risvegliarsi sul pelo dell’acqua, in quest’alba che non arriva mai.

Il giorno sono le botteghe di Sternschanze e i murales e i grandi mercati di alberi di Natale da cui la gente viene via col suo trofeo pesantissimo.

Il giorno sono Karla e Boris, silenziosissimi e ospitali, in una casa in cui ogni oggetto è una storia che si racconta. E’ Herr Rossi, che importa solo vino italiano e non pronuncia una sola parola che sia una che non sia tedesco. E’ il parrucchiere sotto casa, che tinge i capelli di mille colori, sono le biciclette anche alle quattro del mattino, nel gelo e nel silenzio assoluti. E’ l’artista che vive in una casa senza acqua né corrente e il sabato espone le sue tele al Flea Market di St.Pauli. Il giorno sono i laghi e le barche e le gallerie sfavillanti e i riflessi della chiesa di San Michele e del sole nei grattacieli.

La notte per converso scende presto, e la sensazione esatta è quella di uno spazio di poche ore in cui godere della luce, il che richiede una pianificazione esatta e accurata delle attività diurne e notturne. Forse è per questo che si godono la vita: sanno che è concentrata, brevissima.

La notte è Reperbahn e le sue luci rosse, gli ubriachi loquaci della stazione centrale, Kim il coreano che mi adotta subito come cliente fissa e sorride con i suoi occhi a mandorla e il suo inglese gentile e le sue tante birre. Che per una volta tanto non bado al puzzo di fritto, tanto è buona la sua cucina di latte di cocco e kimchi che toglie il fiato. La notte sono i mercatini di Natale di luci, giostre e gente che chiacchiera, chiacchiera, chiacchiera, tra l’ennesimo punsch e le candele tremolanti. La notte è la musica classica in metropolitana. La notte è la metropolitana tutta la notte.

Si amano i luoghi come le stagioni e il tempo dell’essere: in alcuni momenti ci si sente sudamericani, in altri mediterranei, in altri profondamente orientali. Questa volta sono andata incontro al Nord e mi sono lasciata prendere, sfidando un abbraccio in superficie freddo e nel profondo accogliente. Amburgo è una somma di sorrisi che vengono da ogni dove: sguardi turchi, nasi greci, biondezze da passeggio, lingue che si mischiano e si incrociano insieme alle centinaia di lucchetti coi cuoricini sparsi un po’ ovunque, sulle centinaia di ponti che collegano ogni parte della città. E’ una città di cuori che vanno e vengono, di addii e nuovi incontri.

Ad Amburgo fai una passeggiata a Landungsbrucken, prendi un panino con la sarda e bacia il primo che passa, mi hanno insegnato.

Perché?

Perché baciare è bellissimo, e con quel retrogusto di sarda diventa più selvaggio.

Storie di marinai.