In a time lapse

Ogni tirocinio che si rispetti ha le sue verifiche intermedie, gli esami di fine periodo.

A me è toccato questa settimana. Stanotte, tutta la notte, dopo il concerto di ieri sera che non mi è bastato – non mi è bastato, no – ho riascoltato questo pezzo. L’album si intitola “Al rallentatore”. Ho dovuto cercare la traduzione, non sapevo significasse questo, ed è sicuramente la cosa di cui avevo più bisogno: rallentare, ripercorrere alla moviola quest’ultimo anno. Sono maniaca di liste e bilanci, questo lo so da sempre. Il bilancio è una sosta, una cesura, un soppesare ciò che si è imparato e ciò che si crede resti da sapere. Che poi non è mai ciò che realmente occorre: gli apprendimenti avvengono per balzi, su terreni accidentati che uno non immaginerebbe di percorrere.

Ci si prepara sempre, mentalmente, ad affrontare difficoltà che sono già note. Perché è più facile ipotizzare soluzioni. E perché le difficoltà ignote sono troppo oltre l’immaginazione. E quand’anche vengano sfiorate in un sogno, in un’intuizione momentanea, alla prova concreta dei fatti sono sempre altro.

Il mio esame intermedio – che di fine corso è troppo pretenzioso – è una dissertazione dal titolo: la scienza del dolore.

Guardo la platea e il mio interrogatore con aria smarrita e deglutisco. Poi provo a sostenere che il dolore non si muove nella scienza. Al massimo vaga e trova senso in una metafisica.

Ma il mio esaminatore non mi permette di tergiversare: faccia la candidata appello a tutte le sue conoscenze scientifiche, acquisite per studio o per prassi, e ci tratteggi le linee guida di una scienza del dolore.

La platea attende e dentro di me ho un’unica certezza: che se si sa e conosce qualcosa, verrà fuori. Se non si sa, non c’è verso.

Inizio dalla geologia, spiego come il dolore si muova alla stregua dell’acqua, infiltrandosi nelle parti molli del terreno psichico e scavando fiumi sotterranei, fino a creare un paesaggio carsico. O come sappia anche irrompere attraverso le rocce solide, creando spaccature che nel tempo disegneranno altre forme o che si trasformeranno in venature in cui cristallizzano i sedimenti dolorosi, sì che osservando un cuore roccioso, da vicino, se ne coglie la stratificazione, ammirandone a un tempo la bellezza. Parlo poi di come, similmente all’acqua, anche il dolore proceda per stillicidi, piccoli accumuli quotidiani che nel tempo formano stalattiti e stalagmiti, dure e delicate a un tempo. E di come la fantasia umana riesca a scorgere nei carbonati di dolore immagini fiabesche con cui evadere dalla pena e di come il tempo lentamente muti le forme e di come all’allungarsi della stalattite, questa diventi più puntuta e a un tempo più fragile e sia possibile distruggerla, liberandosi dalle concrezioni.

Proceda, chiede l’esaminatore. Ci prospetti adesso una geometria del dolore. Enunci qualche teorema.

In una relazione amorosa – inizio – il dolore costruito sull’ipotenusa è uguale alla somma dei dolori portati addosso dai due partner per anni. Poi mi fermo e aggiungo che questo è valido solo nelle geometrie euclidee. In quelle non-euclidee può essere maggiore o minore. Maggiore quando la relazione è una gabbia angusta, minore quando si attribuisce all’ipotenusa un valore x compreso tra una o più relazioni fuori dalla misura dei due cateti, anche se questo si verifica solo nel caso in cui i due cateti abbiano misure diverse, con uno sbilanciamento a favore di uno dei due partner. Poi mi fermo di nuovo, la geometria non è mai stata il mio forte. Amavo la chimica, io.

L’esaminatore sorride e parte con la prima domanda: il dolore – secondo lei – si situa nel campo della chimica organica o inorganica?

Istintivamente risponderei che afferisce all’organica, al campo della vita. Ma non affretto, ho come la sensazione che sia una domanda trabocchetto. Poi ci provo: a un primo esame diremmo che il dolore si inserisce in una chimica organica, in quanto strettamente collegato a processi vitali; a una più approfondita analisi, tuttavia, il dolore risulta causato da un blocco e una paralisi delle possibilità vitali, tanto a livello fisico, si pensi ai muscoli, tanto a livello psichico, se si comprende che in quel caso è frutto delle scarse possibilità di immaginazione che da soli ci si concede. E dunque, limitandoci alla scarsità dei composti ottenibili dal dolore o alle loro similitudini, si può valutare l’ipotesi di essere nel campo dell’inorganico: il dolore come mancanza di vita.

La platea sembra trattenere il respiro.

Proseguo spiegando il caso dei legami  covalenti e della fissità delle forme determinata dall’esigenza di minor dispendio fisico possibile. Mi sento raccontare cose mai dette né pensate, nozioni che albergano in qualche parte di me che non credo di aver mai conosciuto a fondo.

Vengo interrotta sul più bello per discettare di una fisica del dolore. Io la fisica non riuscivo a capirla: l’inerzia, i vettori, i piani inclinati. La fisica mi perde. Penso ad archi, frecce, traiettorie, penso alla balistica. Mi vengono in mente solo armi, scivolo poco a poco in una medicina del dolore, nella sua farmacologia.

L’esame si conclude dopo quasi due ore e non comporta valutazioni o giudizi.

L’esaminatore sorride e credo di sapere cosa stia pensando, ma non ne sono del tutto certa. Il cuore ha smesso di battere all’impazzata, quella morsa allo stomaco – paura – si è allentata: adesso sento solo un’immensa malinconia, un senso di resa.

Se esiste un Dio, oltre tutto ciò, in questo momento non ho più bisogno di muovermi o parlare. Non ho bisogno di spiegazioni né di altre dimostrazioni, che siano da offrire o ricevere. La scienza del dolore è inesatta e imperfetta come tutte le altre e la metafisica ne è solo insignificante placebo. Faccio fatica a ripetere quel che ho capito, ma sorrido. E la platea si distrae da me e torna alla musica. In a time lapse.

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Una Risposta to “In a time lapse”

  1. lisa Says:

    no via, a un po’ me fai paura – dico davvero eh.
    mi è spuntata una capa piena di riccioli tant’, tra un po’ divento il tuo clone, però un po’ più grezzotta.

    per esperienza molto, anzi parecchio recente direi che: le difficoltà ignote e solo immaginate sono ben oltre la realtà, che si ferma prima, prima ma moooolto, prima.
    tipo che vai a vedere una mostra dopo un incontro rimandato da 21 anni, e poi ti trovi a metà scale della metro con una lingua in bocca e pensi “ganzo”. finisce dopo 2 minuti e pensi “ma ganzo davvero”
    poi ti metti a sedere, perché la metro arriva tra 1 minuto, sai quante cose ti succedono in un minuto?
    ecco, intanto mettiamoci a sedere e prova a guardarmi negli occhi senza chiedermi scusa. solo allora, sentirò quel retrogusto di cipollina fresca che mi piace tanto.

    mio vecchio, caro, marinaio dalle maglie a righe e dai parrucchini invisibili, uomo magnetico dalle cicatrici invisibili.
    ché ogni città che va, tanto poi rimane sempre a casa. della mamma.

    😀

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