Atto di dolore

Non si dovrebbe tornare mai, sul luogo del delitto. Mai. Mai mai.

Ché le atmosfere riportano alla ricerca dell’indizio, della prova, dell’accusa e degli inutili tentativi di difesa. Perché si aprono le vecchie ferite e si cerca di occultarle nuovamente. Eppure si sa, che le ferite guariscono solo se esposte alla luce e al sole, mentre se vengono coperte suppurano, si infettano e di nuovo rinviano l’infezione a tutto il corpo.

Natale è una ferita aperta e quest’anno più che mai, un reumatismo che fa dolere tutto, è il luogo dei vuoti e delle assenze incolmabili, dei buchi che non saranno mai più riempiti perché, per quanto se ne dica, gli esseri umani sono irrimpiazzabili, nel bene e nel male.

In realtà non è il Natale: sono le vicinanze, a sottolineare le assenze.

Sento dolori antichi misti a rancori senza fine. Laddove il dolore potrebbe spontaneamente regredire, se solo volesse, il rancore è la sua benzina sul fuoco, la bestia nera che del dolore si alimenta e cresce: il rancore ci mangia e ci consuma come mai prima. Vorrei placarlo, in qualche modo, foss’anche con un sacrificio profondo e antico, ma pare che nulla valga, nulla serva.

Offro il mio corpo, che tutto somatizza e restituisce, perché sia fatta una tua volontà, una qualsiasi delle tue volontà che ci liberi dal male che pesca nel ricordo. Tento abbracci che non riscaldano, ingoio lacrime e vomito rabbia e avanzi di cene e dispiaceri. Mi dico che il corpo è il solo che sa, è il solo che possa sfogare e liberarci e farci nuovi, ma questo nuovo non arriva mai. O quando timidamente si affaccia siamo pronti a invecchiarlo di nuovo, con rughe posticce che sembrano vere e di cui dimentichiamo la natura fasulla.

Ci nutriamo di sensi di colpa e del dovere, abbiamo poi digestioni difficili, risale alla gola il bolo indigesto degli errori di cui tanto siamo golosi.

Altrove, in altre case, qualcuno sta peggio di noi: finiamo per invidiare quei dolori che li cementano insieme, privi di acrimonia. Abbiamo un senso della parola che sfugge al controllo e un senso dell’azione mal direzionata, abbiamo parole che sfidano e colpiscono al centro del cuore, vendette che nascono sofisticate e lungo la strada si primitivizzano.

Come se servisse a qualcosa, come se avesse un fine che invece non riusciamo a trovare. Una tragedia senza catarsi, uno spettacolo che infinite volte si ripete lasciando lo spettatore incredulo e incapace di comprendere.

Si torna a volte sul luogo del delitto per rivivere l’esperienza e superare il trauma, per dirsi che questa volta andrà meglio, per sperimentarsi in una nuova lezione. E si impara sempre così poco. Brindiamo con calici colmi di acque dell’oblio e nuovamente ricominciamo, come fosse la prima volta. Tendiamo trappole in cui noi stessi cadiamo. Abbiamo fame, una fame di amore che ci assilla e che non sappiamo placare e una vita intera che non riusciamo a perdonare.

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5 Risposte to “Atto di dolore”

  1. flounder Says:


    Va bene lasciala dormire
    lei adesso non può sentire
    no tu non le parlare
    perché non sente più questo cuore
    vento pure tu non dire
    lei ora non può sentire
    dorme dorme e non vuole
    non le piace più questo cuore

    Quattro venti ed io sono sola
    mie note senza fortuna
    lasciala dormire ancora
    lasciala morire prima
    quest’anima senza l’amore
    no tu non glielo dare
    passa tempo e non parlare
    passa tempo e non le dire niente

    Tanto tu lo sai
    quello che vorrei
    che succedesse a noi
    sentirti ancora qua
    solo se vuoi
    nina se ci stai
    a tornare con me

    E tu se vuoi il mio cuore sta qui
    basta che chiudi gli occhi e poi
    vedrai che lo troverai
    canto e penso insieme a te
    sospiri e lacrime
    io che non ho più amore
    eri tu il mio bene

    Vento lasciami impazzire
    lei ora non mi può amare
    lasciami soffrire sola
    lasciami dimenticare il prima possibile
    quest’anima vuole me
    no tu lasciala fare
    passa tempo e non parlare
    passa tempo e non le dire niente
    lasciala prendere quello che vuole
    sola sola devo restare
    lascia che diventi il sole
    io al buio devo rimanere
    ora tu non ti fermare
    lei ora non mi può amare
    passa tempo e non parlare
    passa tempo e non le dire niente

    Tanto tu sai
    quello che vorrei
    che succedesse a noi
    averti ancora qua
    solo se vuoi
    nina se ci stai
    a tornare con me
    e tu se vuoi tornare indietro, sai
    basta che chiudi gli occhi e poi
    vedrai che mi troverai

    Canto e penso insieme a te
    sospiri e lacrime
    io che non ho più l’amore
    eri tu il mio bene

    Canto e penso insieme a te
    sospiri e lacrime

  2. lisa Says:

    Egr. Sig.ra Flounder,
    io credo seriamente che mi stia trasformando in lei.
    Non per autocitarmi col mio novello blog da (finta) ggiòvanedioggi, ma insomma, lei da qualunque parte del mondo sia oggi, mi istiga, mi pungola, mi sfruculia, mi avvolge e poi mi lascia con un cesto di ricci in testa, con una sigaretta, con qualche reuma – ancora niente figli, ma le branchie quelle prima come geco, poi come anfibia, mi sono spuntate da mo’.
    Chieda alle nostre comuni conoscenze, ché mi hanno visto e sanno, sanno pure troppo.

    Ecco.

    :))

  3. lisa Says:

    nemmeno io mi capisco, né pretendo che gli altri lo facciano (anche se devo ammettere che sarebbe bello): anzi, vedo intorno a me più facce perplesse che altro. e dàgli torto. 🙂

    (lei mi pingola coi suoi scritti, vieppiù con l’ultimo paragrafo del post di cui sopra.
    io invece sono a Firenze, fa freddo e ho pure il ciclo :-/
    congiunzione astrale: pessima!)

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