Archive for gennaio 2015

L’uomo che aveva perduto il libretto di istruzioni. A mio padre, che non amava leggere le mie storie.

gennaio 31, 2015

Che poi, ad un osservatore attento, sarebbe stato del tutto evidente, fin dalle primissime ore del mattino, che quella giornata aveva qualcosa che non andava.

E non per colpa degli uccellini che cinguettavano più festosi del solito, e nemmeno per il sole che era sorto, coerentemente con l’approssimarsi della primavera, circa trentasette secondi prima del giorno precedente. Per quanto trentasette secondi costituiscano uno spazio temporale del tutto ragguardevole, indipendentemente da ciò che si creda: è il tempo di una soffiata di naso, del girare lo zucchero nella tazza del caffè, del mettere in moto l’auto e innestare la prima. Trentasette secondi che possono essere liberatori, decisivi, che ti cambiano il prima dal dopo.

Ma non furono i trentasette secondi a sottolineare la stranezza della giornata incipiente, quanto il fatto che il risveglio aveva in sé qualcosa di irreale: nessuna memoria del giorno precedente, alcuna memoria del da farsi quotidiano: una sorta di parentesi sospesa tra attimi inattingibili.

E adesso?, si chiese l’uomo, mettendosi a sedere dal lato opposto del letto rispetto al quale era solito muovere il primo piede, il sinistro. E adesso?, si chiese nuovamente, passando davanti allo specchio del bagno e accarezzandosi la guancia lievemente rasposa. Ma poco. Come se nella notte anche la barba si fosse rifiutata di spuntare a dovere e lo lasciasse indeciso circa l’obbligo di seguire il rituale mattutino della rasatura.

Col gesto abituale dell’uomo beneducato alzò la tavoletta del water, poi la riabbassò. Poi la alzò nuovamente, chiedendosi il perché della sequenza di gesti che, in quell’esatto momento, gli risultavano totalmente privi di significato.

Della sera precedente portava un vago, vaghissimo ricordo. Come un cerchio alla testa, ma non fastidioso. O meglio, ricordava nei dettagli la serata fino a un certo punto: da lì in poi qualcosa si confondeva, si intorbidiva. Come se a partire da un dato momento si fosse distratto. Ecco, distratto era forse la parola esatta. Anche se, a voler essere più precisi, non avrebbe saputo dire da cosa si fosse essenzialmente distratto.

Il diciassette agosto del duemilatrè gli era capitato qualcosa di simile, questo lo ricordava bene, ma quella volta lo sgomento lo aveva rapidamente rimesso in carreggiata. Adesso non c’era sgomento, solo un lieve stordimento e un senso di perplessità.

Poi, con un’illuminazione improvvisa, ebbe chiara la situazione: il libretto, aveva perduto il libretto di istruzioni. Lo aveva perduto come si perde  un ombrello quando smette di piovere, un paio di occhiali al tramonto o il tempo quando non lo si considera importante: con quel senso di incombente leggerezza alla quale non si può opporre nulla. Un accadimento inevitabile.

Ma dove? Dove era accaduto? E Soprattutto come?

Si sforzò di ripercorrere a ritroso le mosse della serata trascorsa, punto per punto. Doveva essere stato in quel breve momento in cui, aperta la portiera dell’auto per riporre con cura un oggetto sotto il sedile anteriore, doveva essere scivolato via.

Sarebbe balzato in auto per tornare sul luogo dell’accaduto, se solo avesse trovato le chiavi. Le chiavi, le stramaledettissime chiavi che avevano il loro posto preciso, precisissimo, nello svuotatasche posizionato di fianco alla lampada del soggiorno e che ora non c’erano. Non c’erano, no.

E in mancanza di libretto di istruzioni vorrei veder voi, a ritrovare le chiavi dell’auto. Potrebbero essere ovunque.

Voglio dire: a casa mia sono ovunque e in nessun luogo, per quanto ci si sforzi di dar loro una precisa cittadinanza. E invece spuntano dopo affannose ricerche dai luoghi più impensati: la tasca interna di una borsa, o sfuggite nelle cuciture di un cappotto dalla fodera lisa. O poggiate in cucina, di fianco all’ultimo bicchiere di acqua bevuto prima di dormire. Una volta addirittura nel frigorifero. Chissà come ci erano capitate, nel frigorifero.

Di fatto talvolta mi assale il sospetto che gli oggetti vivano di vita propria e che senza un preciso libretto di istruzioni il Caos occupi tutti gli spazi. Questo l’ho imparato da mio padre, che sistemava i suoi post-it ovunque e raccoglieva con cura le annate di Motociclismo legandole con elastici di colore diverso e poi compilando un foglietto per ciascuna annata che riassumeva, sinteticamente, l’indice degli articoli e le schede tecniche, per poterle ritrovare all’occorrenza.

Questo l’ho imparato da mia madre, che però bluffava: ha finto tutta la vita di mantenere l’ordine, ma solo perché c’era lui a farle da spalla, da rete di contenimento. E quando lui è sparito, andato via, sepolto col suo libretto di istruzioni, lei ha incontrato il Caos lungamente temuto, e non sono riusciti a diventare grandi amici.

Col Caos o ci sei amico o ci sei nemico, non è che ci sono vie di mezzo. Il Caos non ti compiace e non ti fa piaceri gratis, non è che si rimette in riga solo perché sei simpatico o hai un bel sorriso. Il Caos procede dritto per la sua strada. Vabbè, dritto è un modo di dire. Procede, ecco. A volte nemmeno: a volte si ritira a sorpresa, come le tartarughe nei carapaci e ti lascia con un palmo di naso.

Mia madre non lo sapeva, per tutta la vita si era affidata alle capacità di domatore di mio padre, che ammansiva il Caos come si farebbe con le bestie feroci al circo: un esercizio e una piccola ricompensa, una frustata e una carezza, uno sguardo truce e una parola suadente. Mio padre aveva combattuto il Caos per tutta la vita: poi ne era uscito sconfitto. Il Caos si era impadronito del suo corpo con una proliferazione cellulare incontrollata.

Lì ho imparato che si tratta di una battaglia persa, che il Caos ha la meglio su tutto e che talvolta conviene assecondarlo, lasciarsi scompigliare i capelli e i pensieri e stare a vedere che succede.

Ma questa è solo la mia personale visione delle cose e in questo momento devo ricordarmi che sono l’osservatrice di un’altra storia, sto guardando l’uomo che aveva perso il libretto di istruzioni, lo osservo come dall’aldiqua di uno spesso vetro antiproiettile senza poter fare segni con le mani, senza potergli dire che io so dove sono le sue chiavi, da qui posso vederle, ma non posso aiutarlo perché altrimenti la storia si inceppa e invece deve andare avanti. Per quanto non possiamo assolutamente prevedere quale direzione deciderà di prendere.

Le chiavi, le chiavi dell’auto erano nella tasca destra del giaccone. Questo fu facile, come fu facile ritrovare l’auto parcheggiata al solito posto e ripercorrere la strada a ritroso per tornare al punto esatto in cui lo smarrimento doveva essere avvenuto.

Solo che, una volta arrivato a destinazione, del libretto di istruzioni nessuna traccia.

E se qualcuno lo avesse rubato? Se qualcuno glielo avesse sottratto per dare ordine alla propria vita? Adesso, in qualche parte della città, qualcuno, al suo posto, stava felicemente radendosi il viso, ripiegando con cura gli abiti dismessi dalla sera precedente, ripercorrendo mentalmente gli impegni di lavoro. A sue spese, tutto a sue spese.

Immaginava la faccia del fortunato che, avendo trovato nottetempo un bel libretto di istruzioni, così preciso e dettagliato, fosse rientrato a casa in preda dapprima a semplice curiosità e poi preso da euforia incontrollabile nel trovare improvvisamente il modo di raccogliere i propri calzini sparpagliati per casa, svegliarsi in tempo, arrivare puntuale agli appuntamenti, nutrirsi in modo bilanciato e magari anche fare sport tre volte alla settimana dalle sei alle sette del pomeriggio. In questo preciso momento, in un luogo imprecisato della stessa città, qualcuno stava beneficiando del suo libretto di istruzioni per avere una vita migliore, che poi era la sua, di vita. Un furto di identità, una cattiveria terribile. Questo si diceva, l’uomo che aveva perduto il libretto di istruzioni.

Lo so, lo so che devo limitarmi a raccontare la storia, ma non posso impedirmi di essere partecipe della vicenda. Vorrei dirgli, ad esempio, che quest’idea è bislacca, perché i libretti di istruzioni funzionano solo con i legittimi proprietari e, messi nelle mani di qualcun altro, risultano illeggibili come geroglifici, totalmente indecifrabili e incomprensibili, come testi esoterici o scritti in lingue morte e dimenticate. E invece il narratore ha il delicato e odiosissimo compito di doversi attenere alla natura dei fatti senza poterli alterare o modificare a suo piacimento. Perché altrimenti sarebbe uno scrittore di fantasia, un poeta. Invece il narratore ha il compito di descrivere esattamente, sequenza per sequenza, cosa accade, senza poter fornire suggerimenti o indicazioni di sorta. E un poco si dispiace. Il narratore, se potesse, cambierebbe il finale a suo piacimento, sposterebbe una scena o un dettaglio.

Ma ecco che il nostro protagonista ha un’idea che lo riscuote: potrebbe riscrivere il libretto di istruzioni, ad esempio.

La verità è che in questo momento non ha del tutto la coscienza del fatto che, a pagina diciotto del suo libretto, c’era un piccolo paragrafo in cui era spiegato dettagliatamente come comportarsi in caso di perdita dello stesso, e che probabilmente, seguendo le istruzioni, lui deve, deve aver fatto una copia del suo piccolo manuale, e che come si vede nei film gialli, ha poi imparato a memoria il tutto e mangiato le pagine, una a una, per custodirle dentro se stesso, il luogo più segreto e complicato che si possa immaginare. Ma è che non se lo ricorda, perché se  lo ricordasse il problema sarebbe definitivamente risolto.

Così, assalito da un impeto decisionale, decide di tornare a casa e mettersi a scrivere, ammesso che trovi l’ispirazione o il filo conduttore.

Le prime quattro pagine procedono spedite. Dalla quinta iniziano i dubbi.

Così inizia a fantasticare, a perdersi in dettagli inconcepibili che lo fanno sorridere. E più sorride, meno riesce a scrivere. L’ora di pranzo si approssima senza preavviso. Lo stomaco ha da dire la sua, senza che alcuna prescrizione scritta possa contestarlo. Il frigorifero è semivuoto, fatte salve due buste di salumi sottovuoto. Così le apre e mangia con le mani. La pagina cinque è scritta solo a metà e sulla parte bianca il fondo di una tazza di caffè ha impresso cerchi marroni che si sovrappongono e formano intersezioni astratte e bellissime.

Osserva i cerchi e alza lo sguardo verso la finestra.

Per un attimo i nostri sguardi si incrociano, attraverso il vetro. Come un’immagine antica, inconsistente.

Mi asciugo una piccola lacrima, senza essere vista. Poi volto le spalle e vado via.

Mi tolgo quel vestito neutro da narratrice e decido non dare un finale a questa storia.

Disegno col rossetto un bacio sul vetro pulitissimo e trasparente e lascio per terra il mio libretto di istruzioni dove c’è scritto che non si fa.

Lo lascio aperto dove c’è quella sottolineatura rossa e la piccola nota: “tenere a mente, importantissimo”.

Tanto, se pure lo ritrovasse qualcuno, non saprebbe cosa farsene. Questo l’ho già detto.

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Poi dall’Epifania è tutta una strada in discesa. Fino a Pasqua.

gennaio 29, 2015

Non lo sapevo, non lo sapevo fino a che lei non ha dato un nome a questa cosa, non ci ha messo un cappello, un’etichetta, una piccola nota di didascalia.

Sepoltura. Opera compiuta.

Io, banalmente, avrei detto che qualcosa era cambiato, che per la prima volta le mie azioni non erano state reazioni. Ché di reazioni non ne avevo più voglia.

Che finalmente mi ero mossa nel pieno rispetto di una centratura e del “giusto da farsi” per me, a prescindere dalle valutazioni esterne. E che la cosa, tuttavia, non era stata lieve né facile né priva di tormento. Ma tant’è, lo avevo fatto e non me ne pentivo.

Lei ha detto che era una sepoltura, uno scioglimento dall’altro, l’addio definitivo.

Ci ho pensato per due notti e svariati giorni, nel frattempo muovendomi in paesaggi onirici di straordinaria nitidezza, e cani parlanti e simboli funebri e feste popolari. Ho deciso che aveva ragione, e che era finito il tempo di dolersi.

E poi, dopo la sepoltura, per quanto tardiva, la vita rifiorisce d’improvviso. Esplode.

E ha fame e sete. Fame e sete.

Non lo sapevo.

I lutti lunghi sono le incubazioni del nuovo.

Riflessioni post-tecnologiche

gennaio 22, 2015

Voi non ci crederete, e infatti non ci potevo credere manco io, fino a che non è passato per la mia conoscenza pratica: una notizia dirompente. Tipo, tipo che so, il primo uomo sulla Luna o l’invenzione della ruota. Quelle cose che danno il la a una nuova fase del progresso umano.

Ebbene, senza tirarla troppo per le lunghe, ho scoperto che c’è gente che si conosce dal vivo, senza aver mai chattato prima, senza essersi incontrata in un blog, in un social network. Gente che non è manco iscritta al social network, che non ha whatsup, che si sfotte pure di mandare un sms e quindi usa il telefono per parlarti e per invitarti a prendere una birra senza averti googlato, senza aver sbirciato nelle tue foto profilo. Gente che ti incontra in modo fortuito in un posto pieno di altri umani, ti si presenta, ti chiacchiera e poi affronta il rischio di uscire un altro giorno con te senza aver studiato prima, senza sapere nulla di te, che alla fine della serata poi ti saluta e chiede: quando ci rivediamo?

Ma gli scienziati, dico, gli scienziati lo stanno studiando questo fenomeno?

2015. Un augurio di felicità.

gennaio 16, 2015

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Sembra che Petra sia gemellata con Matera.

E in effetti la somiglianza ci sta. Anche nel nome: entrambe evocano le rocce, la materia, i pieni e i vuoti. Petra è l’ultimo posto dove, mesi fa, avrei pensato di passare il primo giorno dell’anno.

Mi è capitata tra capo e collo, come un dono inaspettato che ho accettato senza nemmeno grandi entusiasmi.

Non perché non mi interessi, tutt’altro, ma perché l’idea di Petra era confinata in un altro disegno, faceva parte di luoghi che avrei visitato in altri momenti della mia vita o che avrei voluto condividere in lunghe, silenziose e faticose camminate di ore, ascoltando i silenzi e i respiri reciproci.

E invece è arrivata così, da un luogo inaspettato. E io l’ho presa, in un giorno in cui l’unica cosa plausibile da farsi era infilarsi, testa sotto le coperte, luce spenta, senza dar retta a nessuno.

Ma il Destino ha più fantasia dei nostri umori, e a volte conviene assecondarlo.

Ci sono entrata di primo mattino, a Petra. Saranno state le sette.

Mi ha accolto una luce rosata che rimbalzava sulle rocce e alcuni beduini che mi hanno proposto cavalli, asini, carrozze e cammelli per superare il primo tratto.

Ho detto di no a tutti: avevo bisogno di camminare, intabarrata nel mio piumino fino a che il movimento non mi avesse fatto salire la temperatura.

Nel Siq alcuni di loro avevano in mano delle scopette di palma e spazzavano la strada principale, spolveravano le rocce, come fosse stata casa loro.

Non sapevo ancora che davvero quella era stata la loro casa e che per alcuni continuasse ad esserlo, nonostante l’ordinanza di sgombero avvenuta alcuni decenni prima.

Petra ha un percorso principale, lungo otto chilometri, che parte dagli ottocento metri sul livello del mare e culmina ad oltre milletrecento metri.

La strada sale leggermente e diventa faticosissima dopo una buona metà, quando la terra inizia a sbriciolarsi e si fa sabbia. E poi torna roccia, ma a quel punto la salita è impervia.

E dal percorso principale si dipartono moltissimi sentieri che portano in altre cavità nascoste, dietro rocce nascoste da quello stesso punto di vista.

Ci si potrebbero passare giorni, perdersi, lasciarsi dimenticare lì dentro, assommarsi alla solitudine della necropoli e diventare invisibili.

E’ impossibile raccontare Petra: uno svelamento continuo, una continua variazione di forme.

C’è silenzio.

Un vecchio, seduto in terra con il suo nipotino, suona la rababa.

Immerso in profondità, suona per se stesso. Non c’è una platea, ma solo le rocce a restituirgli l’eco della musica. E alle sue spalle io.

Mi viene da far pipì spesso, deve essere il freddo.

In una delle mie soste, nell’uscita frettolosa dal bagno, caracollo su una signora bionda, di un’apparente sessantina d’anni. Tra un sorry e un altro iniziamo a chiacchierare: si chiama Marguerite, è di origine neozelandese, ma molto, molto tempo fa, è stata una turista come me. E dentro Petra ha incontrato un beduino che le ha chiesto per scherzo se volesse passare la notte in una caverna.

E sempre per scherzo lei ha accettato.

Poi lo ha sposato.

Sono stati sposati per quasi trent’anni, e per la maggior parte di questi ha vissuto a Petra, in due stanze scavate nella roccia, senza elettricità né riscaldamento. Qui ha dato alla luce due dei suoi tre figli.

Poi l’ordinanza di sgombero, poi la morte del marito.

Adesso ha messo su una cooperativa di donne beduine che realizzano splendidi gioielli in argento, completamente diversi da tutti i souvenir in circolazione.

Non ne acquisto nessuno, ma sono ebbra delle sue parole, golosa.

Le faccio tantissime domande.

Di tutti gli auguri del primo giorno dell’anno il suo è il più bello.

La lunga chiacchierata, complici la quiete, il silenzio e quella benevola disposizione d’animo che ci prende allorquando siamo soli, in un luogo sconosciuto e conciliante a un tempo e ci permette di abbandonarci con curiosità e fiducia al caso, agli incontri fortuiti.

Quando le ho detto che la sua storia era incredibile, mi ha risposto che tutte le storie sono incredibili per qualcun altro, per chi non le vive. Perché le paure sono soggettive, come il pericolo. Perché non lo sai mai, ma spesso si trova la felicità in ciò che si teme e la morte in ciò che si brama.

E mi ha augurato di cercare in fondo alla paura, sempre, per vederci la felicità.

La lunga strada verso Petra

gennaio 8, 2015

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Abu Mohammad mi prende in carico come fossi qualcosa che si rompe, qualcosa di estremamente delicato. Ha occhi azzurri e capelli corti brizzolati. Un po’ più giovane di me.

Il giorno prima è stato al ponte. Il ponte, come lo chiamano loro, è la strada che porta a Erbil, disseminata di posti di blocco, insidie, imprevisti. E’ tornato tardi, ma questo non gli impedisce di essere alle cinque meno un quarto della mattina del primo dell’anno, puntualissimo, ad aspettare una me altrettanto puntuale, che gli dice Happy New Year, anche se questo non gli significa assolutamente nulla.

Happy New Year mrs Brunelli, risponde. Per lui sono la signora dell’Headquarter e occorrono calma e grazia.

Come fosse mio padre mi chiede se ho con me acqua, il portafogli, il passaporto, le scarpe comode, un cappello per quando entrerò nel vento del deserto.

E poi  partiamo.

Intorno è già luce piena, luce che rimbalza sulle migliaia di case di pietra bianca squadrata, uguali che a Gerusalemme, e si diffonde ovunque. Il cielo è di un azzurro sorprendente, terso, incredibilmente terso. La luna crescente, ma che cresce in modo contrario a come la vediamo crescere nei nostri cieli: a noi è piena sotto e lentamente si arrotonda nella parte superiore. Qui è l’esatto contrario, è tonda tonda sopra e tutto quello che manca è nella metà inferiore.

Non so come si chiami Abu Mohammad, in realtà. Il suo nome significa padre di Mohammad, ma questo non racconta nient’altro: Mohammad potrebbe essere il primogenito come il quinto figlio dopo quattro femmine. I genitori perdono il nome e diventano il padre di e la madre di. Sono cose che ho studiato, tanto tempo fa, ma la loro applicazione riesce sempre a stupirmi. Come se qualcuno mi chiamasse per tutto il resto della mia vita “mamma di Sabrina” e facesse scomparire in questo modo la mia separatezza, il mio pensarmi staccata e autonoma. Questa sorta di patronimico al contrario significa un modo di essere, di stare al mondo, contiene un senso misto di orgoglio e responsabilità.

Abu Mohammad parla un discreto inglese. Mi informa che, in determinati punti della giornata e del nostro viaggio, dovrà fermarsi a pregare e si scusa fin d’ora. Mi dice che loro sono abituati a fumare in auto, durante i tragitti, ma se mi disturba, lui non fumerà al volante.

Gli dico che mi disturba, ma se crede può fermarsi quando vuole per fumare una sigaretta con me, fuori dall’abitacolo. Fissiamo le regole e partiamo, la strada è lunga e i miei desideri smisurati.

Fuori da Amman inizia il rettilineo che ci porta verso sud, un paio di centinaia di chilometri di rettilineo disegnato nella roccia, scavato nella sabbia, asfaltato sul nulla. Ogni tanto mi addormento, è il primo dell’anno e io ho dormito meno di tre ore. Mi risveglia ogni volta la portiera che Abu Mohammed chiude delicatamente per rientrare in auto e l’odore del caffè turco al cardamomo che mi porta in un bicchiere di plastica, insieme a un dolcino. Non ho fame, il giorno prima il signor Tillawi ci ha proposto una riunione di lavoro intorno a un tavolo da pranzo. Gli antipasti si susseguivano come numeri primi, infiniti e divisibili solo per uno e per se stessi. E quando sembravano essere finiti spuntava il resto, culi di pecora arrostiti, kibbeh e carni grigliate. Non ho fame ma accetto i suoi dolcini per compiacerlo. Sono dolcini dolcissimi, grondanti miele e pistacchi. Alle sei e mezza il mio stomaco ha già lavorato a sufficienza e sono contenta di scendere dall’auto e iniziare a camminare.

Petra è ancora deserta. Insieme a me un paio di spagnoli e un gruppetto di italiani abbigliati come se fossero i primi scopritori della città nabatea: si fermano all’ingresso per un caffè, io prendo il mio biglietto e mi anticipo nella camminata, per arrivare al Tesoro da sola.

A Roma mi hanno fornito di libri, guide, diari di viaggio. Ho ringraziato ma non ne ho sfogliato neppure uno. Temo lo spoiler, come nei film gialli. Ho voglia di immergermi in solitudine e godermi la sorpresa. Leggerò qualcosa solo dopo, al mio ritorno. Leggerò pochissimo: voglio che il rosa e l’ocra mi invadano gli occhi senza passare per il pensiero. Voglio entrare nell’anno nuovo attraversando una bellezza muta e indicibile.

Lo sguardo dell’altro

gennaio 6, 2015

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Questa volta ho imparato una cosa nuova, una cosa sullo sguardo, una cosa alla quale non avevo mai prestato attenzione, prima d’ora. Il modo in cui l’osservatore modifica l’osservato lo conoscevo, ma credo che raramente avessi sperimentato il modo in cui l’osservato, a sua volta, modifica l’osservatore.

Viaggio, viaggio per turismo e per lavoro, e sono due sguardi diversi: nel turismo vado vestita come una turista, ho scarponcini, zainetti e felpe riconoscibili, la famosa postura nazionale di cui parla Mauss, quell’habitus corporeo che ci distingue nelle espressioni, nella gestualità, quel modo in cui si riconosce a decine di metri un francese da un tedesco da uno spagnolo. Quando sono vestita da turista il Paese mi si vende, mi si offre come un mercato infinito, mi seduce con diversità esotiche.

Quando viaggio per lavoro mi muovo in non-luoghi pieni di gente come me. Il Paese di fondo non esiste, è contorno, è sfondo appiattito su cui noi ci muoviamo come robottini, dettando leggi che valgono nel contesto in cui siamo, leggi da occidentali.

Questa volta è diverso: viaggio per lavoro in un contesto destrutturato. Niente fiere, ma incontri. E nello spazio tra un incontro e l’altro, tra una riunione e un taxi, vado in giro con la mia macchina fotografica ma senza la divisa turistica. Ho stivali da passeggio, una gonna che sfiora il ginocchio, un foulard e orecchini di perla, un rossetto rosso, un cappottino fresco lana, una borsetta da signora.

E il Paese mi guarda con un occhio diverso e mi assimila. Per strada la gente mi parla in arabo invece che in inglese. Dopo due giorni finalmente ne capisco la ragione: è l’abito che fa il monaco. Nessuno mi assale, nessuno vuol vendermi nulla. Attraverso la strada secondo il costume locale, che poi è lo stesso costume mediterraneo: sgusciare in mezzo a interminabili e congestionate file di auto, mentre gli inglesi e i tedeschi sono ancora sul marciapiede, attendendo un semaforo verde che non li aiuterà mai. Arrivo all’altro marciapiede e qualcuno mi dice qualcosa in arabo, con un sorriso. Come se capissi. Ci provo solo un giorno, a indossare i panni della turista, e la modalità cambia istantaneamente. Di colpo capisco che tutto quello che ho visto fino ad oggi non è ciò che realmente è: la scoperta mi entusiasma e mi intristisce a un tempo. Comincio a supporre che possa valere per tutto, non solo per i viaggi.

Mi colpisce la potenza di una rivelazione in fondo ovvia e banale. ma è sempre così: le cose, anche quando passano per il filo della ragione, non vengono comprese fino a che non si insertano nel corpo, nell’azione, nel movimento. In una dinamica differente che le mostra e le svela.

Mi sono detta che la Giordania è un paese diversamente arabo.

Non è vero, è solo un paese arabo che mi guarda diversamente e mi consente di farsi guardare da un’angolazione finora sconosciuta. Come un gioco di rimandi e di specchi che non avevo mai considerato.