Lo sguardo dell’altro

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Questa volta ho imparato una cosa nuova, una cosa sullo sguardo, una cosa alla quale non avevo mai prestato attenzione, prima d’ora. Il modo in cui l’osservatore modifica l’osservato lo conoscevo, ma credo che raramente avessi sperimentato il modo in cui l’osservato, a sua volta, modifica l’osservatore.

Viaggio, viaggio per turismo e per lavoro, e sono due sguardi diversi: nel turismo vado vestita come una turista, ho scarponcini, zainetti e felpe riconoscibili, la famosa postura nazionale di cui parla Mauss, quell’habitus corporeo che ci distingue nelle espressioni, nella gestualità, quel modo in cui si riconosce a decine di metri un francese da un tedesco da uno spagnolo. Quando sono vestita da turista il Paese mi si vende, mi si offre come un mercato infinito, mi seduce con diversità esotiche.

Quando viaggio per lavoro mi muovo in non-luoghi pieni di gente come me. Il Paese di fondo non esiste, è contorno, è sfondo appiattito su cui noi ci muoviamo come robottini, dettando leggi che valgono nel contesto in cui siamo, leggi da occidentali.

Questa volta è diverso: viaggio per lavoro in un contesto destrutturato. Niente fiere, ma incontri. E nello spazio tra un incontro e l’altro, tra una riunione e un taxi, vado in giro con la mia macchina fotografica ma senza la divisa turistica. Ho stivali da passeggio, una gonna che sfiora il ginocchio, un foulard e orecchini di perla, un rossetto rosso, un cappottino fresco lana, una borsetta da signora.

E il Paese mi guarda con un occhio diverso e mi assimila. Per strada la gente mi parla in arabo invece che in inglese. Dopo due giorni finalmente ne capisco la ragione: è l’abito che fa il monaco. Nessuno mi assale, nessuno vuol vendermi nulla. Attraverso la strada secondo il costume locale, che poi è lo stesso costume mediterraneo: sgusciare in mezzo a interminabili e congestionate file di auto, mentre gli inglesi e i tedeschi sono ancora sul marciapiede, attendendo un semaforo verde che non li aiuterà mai. Arrivo all’altro marciapiede e qualcuno mi dice qualcosa in arabo, con un sorriso. Come se capissi. Ci provo solo un giorno, a indossare i panni della turista, e la modalità cambia istantaneamente. Di colpo capisco che tutto quello che ho visto fino ad oggi non è ciò che realmente è: la scoperta mi entusiasma e mi intristisce a un tempo. Comincio a supporre che possa valere per tutto, non solo per i viaggi.

Mi colpisce la potenza di una rivelazione in fondo ovvia e banale. ma è sempre così: le cose, anche quando passano per il filo della ragione, non vengono comprese fino a che non si insertano nel corpo, nell’azione, nel movimento. In una dinamica differente che le mostra e le svela.

Mi sono detta che la Giordania è un paese diversamente arabo.

Non è vero, è solo un paese arabo che mi guarda diversamente e mi consente di farsi guardare da un’angolazione finora sconosciuta. Come un gioco di rimandi e di specchi che non avevo mai considerato.

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Una Risposta to “Lo sguardo dell’altro”

  1. t. Says:

    Nei primi anni ’80, quando di italiano non mi pareva di avere nulla “in me” e su di me non più di quanto non ne avesse una qualsiasi (?) giovane donna ungherese – jeans, maglietta, sandali, tracolla… – a ogni 100 metri sulle strade di Budapest qualcuno mi fermava per offrirmi il cambio nero di lire. Mi fai pensare che a quei professionisti bastava osservare lo sguardo, il passo…, che evidentemente erano “della straniera”. Anche se a domanda diretta tutt’oggi risponderei che sono un’ungherese che vive in Italia, e qui mi innervosisce sentirmi definire “di origine ungherese”. Ovunque straniera, dunque? 🙂

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