2015. Un augurio di felicità.

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Sembra che Petra sia gemellata con Matera.

E in effetti la somiglianza ci sta. Anche nel nome: entrambe evocano le rocce, la materia, i pieni e i vuoti. Petra è l’ultimo posto dove, mesi fa, avrei pensato di passare il primo giorno dell’anno.

Mi è capitata tra capo e collo, come un dono inaspettato che ho accettato senza nemmeno grandi entusiasmi.

Non perché non mi interessi, tutt’altro, ma perché l’idea di Petra era confinata in un altro disegno, faceva parte di luoghi che avrei visitato in altri momenti della mia vita o che avrei voluto condividere in lunghe, silenziose e faticose camminate di ore, ascoltando i silenzi e i respiri reciproci.

E invece è arrivata così, da un luogo inaspettato. E io l’ho presa, in un giorno in cui l’unica cosa plausibile da farsi era infilarsi, testa sotto le coperte, luce spenta, senza dar retta a nessuno.

Ma il Destino ha più fantasia dei nostri umori, e a volte conviene assecondarlo.

Ci sono entrata di primo mattino, a Petra. Saranno state le sette.

Mi ha accolto una luce rosata che rimbalzava sulle rocce e alcuni beduini che mi hanno proposto cavalli, asini, carrozze e cammelli per superare il primo tratto.

Ho detto di no a tutti: avevo bisogno di camminare, intabarrata nel mio piumino fino a che il movimento non mi avesse fatto salire la temperatura.

Nel Siq alcuni di loro avevano in mano delle scopette di palma e spazzavano la strada principale, spolveravano le rocce, come fosse stata casa loro.

Non sapevo ancora che davvero quella era stata la loro casa e che per alcuni continuasse ad esserlo, nonostante l’ordinanza di sgombero avvenuta alcuni decenni prima.

Petra ha un percorso principale, lungo otto chilometri, che parte dagli ottocento metri sul livello del mare e culmina ad oltre milletrecento metri.

La strada sale leggermente e diventa faticosissima dopo una buona metà, quando la terra inizia a sbriciolarsi e si fa sabbia. E poi torna roccia, ma a quel punto la salita è impervia.

E dal percorso principale si dipartono moltissimi sentieri che portano in altre cavità nascoste, dietro rocce nascoste da quello stesso punto di vista.

Ci si potrebbero passare giorni, perdersi, lasciarsi dimenticare lì dentro, assommarsi alla solitudine della necropoli e diventare invisibili.

E’ impossibile raccontare Petra: uno svelamento continuo, una continua variazione di forme.

C’è silenzio.

Un vecchio, seduto in terra con il suo nipotino, suona la rababa.

Immerso in profondità, suona per se stesso. Non c’è una platea, ma solo le rocce a restituirgli l’eco della musica. E alle sue spalle io.

Mi viene da far pipì spesso, deve essere il freddo.

In una delle mie soste, nell’uscita frettolosa dal bagno, caracollo su una signora bionda, di un’apparente sessantina d’anni. Tra un sorry e un altro iniziamo a chiacchierare: si chiama Marguerite, è di origine neozelandese, ma molto, molto tempo fa, è stata una turista come me. E dentro Petra ha incontrato un beduino che le ha chiesto per scherzo se volesse passare la notte in una caverna.

E sempre per scherzo lei ha accettato.

Poi lo ha sposato.

Sono stati sposati per quasi trent’anni, e per la maggior parte di questi ha vissuto a Petra, in due stanze scavate nella roccia, senza elettricità né riscaldamento. Qui ha dato alla luce due dei suoi tre figli.

Poi l’ordinanza di sgombero, poi la morte del marito.

Adesso ha messo su una cooperativa di donne beduine che realizzano splendidi gioielli in argento, completamente diversi da tutti i souvenir in circolazione.

Non ne acquisto nessuno, ma sono ebbra delle sue parole, golosa.

Le faccio tantissime domande.

Di tutti gli auguri del primo giorno dell’anno il suo è il più bello.

La lunga chiacchierata, complici la quiete, il silenzio e quella benevola disposizione d’animo che ci prende allorquando siamo soli, in un luogo sconosciuto e conciliante a un tempo e ci permette di abbandonarci con curiosità e fiducia al caso, agli incontri fortuiti.

Quando le ho detto che la sua storia era incredibile, mi ha risposto che tutte le storie sono incredibili per qualcun altro, per chi non le vive. Perché le paure sono soggettive, come il pericolo. Perché non lo sai mai, ma spesso si trova la felicità in ciò che si teme e la morte in ciò che si brama.

E mi ha augurato di cercare in fondo alla paura, sempre, per vederci la felicità.

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