L’uomo che aveva perduto il libretto di istruzioni. A mio padre, che non amava leggere le mie storie.

Che poi, ad un osservatore attento, sarebbe stato del tutto evidente, fin dalle primissime ore del mattino, che quella giornata aveva qualcosa che non andava.

E non per colpa degli uccellini che cinguettavano più festosi del solito, e nemmeno per il sole che era sorto, coerentemente con l’approssimarsi della primavera, circa trentasette secondi prima del giorno precedente. Per quanto trentasette secondi costituiscano uno spazio temporale del tutto ragguardevole, indipendentemente da ciò che si creda: è il tempo di una soffiata di naso, del girare lo zucchero nella tazza del caffè, del mettere in moto l’auto e innestare la prima. Trentasette secondi che possono essere liberatori, decisivi, che ti cambiano il prima dal dopo.

Ma non furono i trentasette secondi a sottolineare la stranezza della giornata incipiente, quanto il fatto che il risveglio aveva in sé qualcosa di irreale: nessuna memoria del giorno precedente, alcuna memoria del da farsi quotidiano: una sorta di parentesi sospesa tra attimi inattingibili.

E adesso?, si chiese l’uomo, mettendosi a sedere dal lato opposto del letto rispetto al quale era solito muovere il primo piede, il sinistro. E adesso?, si chiese nuovamente, passando davanti allo specchio del bagno e accarezzandosi la guancia lievemente rasposa. Ma poco. Come se nella notte anche la barba si fosse rifiutata di spuntare a dovere e lo lasciasse indeciso circa l’obbligo di seguire il rituale mattutino della rasatura.

Col gesto abituale dell’uomo beneducato alzò la tavoletta del water, poi la riabbassò. Poi la alzò nuovamente, chiedendosi il perché della sequenza di gesti che, in quell’esatto momento, gli risultavano totalmente privi di significato.

Della sera precedente portava un vago, vaghissimo ricordo. Come un cerchio alla testa, ma non fastidioso. O meglio, ricordava nei dettagli la serata fino a un certo punto: da lì in poi qualcosa si confondeva, si intorbidiva. Come se a partire da un dato momento si fosse distratto. Ecco, distratto era forse la parola esatta. Anche se, a voler essere più precisi, non avrebbe saputo dire da cosa si fosse essenzialmente distratto.

Il diciassette agosto del duemilatrè gli era capitato qualcosa di simile, questo lo ricordava bene, ma quella volta lo sgomento lo aveva rapidamente rimesso in carreggiata. Adesso non c’era sgomento, solo un lieve stordimento e un senso di perplessità.

Poi, con un’illuminazione improvvisa, ebbe chiara la situazione: il libretto, aveva perduto il libretto di istruzioni. Lo aveva perduto come si perde  un ombrello quando smette di piovere, un paio di occhiali al tramonto o il tempo quando non lo si considera importante: con quel senso di incombente leggerezza alla quale non si può opporre nulla. Un accadimento inevitabile.

Ma dove? Dove era accaduto? E Soprattutto come?

Si sforzò di ripercorrere a ritroso le mosse della serata trascorsa, punto per punto. Doveva essere stato in quel breve momento in cui, aperta la portiera dell’auto per riporre con cura un oggetto sotto il sedile anteriore, doveva essere scivolato via.

Sarebbe balzato in auto per tornare sul luogo dell’accaduto, se solo avesse trovato le chiavi. Le chiavi, le stramaledettissime chiavi che avevano il loro posto preciso, precisissimo, nello svuotatasche posizionato di fianco alla lampada del soggiorno e che ora non c’erano. Non c’erano, no.

E in mancanza di libretto di istruzioni vorrei veder voi, a ritrovare le chiavi dell’auto. Potrebbero essere ovunque.

Voglio dire: a casa mia sono ovunque e in nessun luogo, per quanto ci si sforzi di dar loro una precisa cittadinanza. E invece spuntano dopo affannose ricerche dai luoghi più impensati: la tasca interna di una borsa, o sfuggite nelle cuciture di un cappotto dalla fodera lisa. O poggiate in cucina, di fianco all’ultimo bicchiere di acqua bevuto prima di dormire. Una volta addirittura nel frigorifero. Chissà come ci erano capitate, nel frigorifero.

Di fatto talvolta mi assale il sospetto che gli oggetti vivano di vita propria e che senza un preciso libretto di istruzioni il Caos occupi tutti gli spazi. Questo l’ho imparato da mio padre, che sistemava i suoi post-it ovunque e raccoglieva con cura le annate di Motociclismo legandole con elastici di colore diverso e poi compilando un foglietto per ciascuna annata che riassumeva, sinteticamente, l’indice degli articoli e le schede tecniche, per poterle ritrovare all’occorrenza.

Questo l’ho imparato da mia madre, che però bluffava: ha finto tutta la vita di mantenere l’ordine, ma solo perché c’era lui a farle da spalla, da rete di contenimento. E quando lui è sparito, andato via, sepolto col suo libretto di istruzioni, lei ha incontrato il Caos lungamente temuto, e non sono riusciti a diventare grandi amici.

Col Caos o ci sei amico o ci sei nemico, non è che ci sono vie di mezzo. Il Caos non ti compiace e non ti fa piaceri gratis, non è che si rimette in riga solo perché sei simpatico o hai un bel sorriso. Il Caos procede dritto per la sua strada. Vabbè, dritto è un modo di dire. Procede, ecco. A volte nemmeno: a volte si ritira a sorpresa, come le tartarughe nei carapaci e ti lascia con un palmo di naso.

Mia madre non lo sapeva, per tutta la vita si era affidata alle capacità di domatore di mio padre, che ammansiva il Caos come si farebbe con le bestie feroci al circo: un esercizio e una piccola ricompensa, una frustata e una carezza, uno sguardo truce e una parola suadente. Mio padre aveva combattuto il Caos per tutta la vita: poi ne era uscito sconfitto. Il Caos si era impadronito del suo corpo con una proliferazione cellulare incontrollata.

Lì ho imparato che si tratta di una battaglia persa, che il Caos ha la meglio su tutto e che talvolta conviene assecondarlo, lasciarsi scompigliare i capelli e i pensieri e stare a vedere che succede.

Ma questa è solo la mia personale visione delle cose e in questo momento devo ricordarmi che sono l’osservatrice di un’altra storia, sto guardando l’uomo che aveva perso il libretto di istruzioni, lo osservo come dall’aldiqua di uno spesso vetro antiproiettile senza poter fare segni con le mani, senza potergli dire che io so dove sono le sue chiavi, da qui posso vederle, ma non posso aiutarlo perché altrimenti la storia si inceppa e invece deve andare avanti. Per quanto non possiamo assolutamente prevedere quale direzione deciderà di prendere.

Le chiavi, le chiavi dell’auto erano nella tasca destra del giaccone. Questo fu facile, come fu facile ritrovare l’auto parcheggiata al solito posto e ripercorrere la strada a ritroso per tornare al punto esatto in cui lo smarrimento doveva essere avvenuto.

Solo che, una volta arrivato a destinazione, del libretto di istruzioni nessuna traccia.

E se qualcuno lo avesse rubato? Se qualcuno glielo avesse sottratto per dare ordine alla propria vita? Adesso, in qualche parte della città, qualcuno, al suo posto, stava felicemente radendosi il viso, ripiegando con cura gli abiti dismessi dalla sera precedente, ripercorrendo mentalmente gli impegni di lavoro. A sue spese, tutto a sue spese.

Immaginava la faccia del fortunato che, avendo trovato nottetempo un bel libretto di istruzioni, così preciso e dettagliato, fosse rientrato a casa in preda dapprima a semplice curiosità e poi preso da euforia incontrollabile nel trovare improvvisamente il modo di raccogliere i propri calzini sparpagliati per casa, svegliarsi in tempo, arrivare puntuale agli appuntamenti, nutrirsi in modo bilanciato e magari anche fare sport tre volte alla settimana dalle sei alle sette del pomeriggio. In questo preciso momento, in un luogo imprecisato della stessa città, qualcuno stava beneficiando del suo libretto di istruzioni per avere una vita migliore, che poi era la sua, di vita. Un furto di identità, una cattiveria terribile. Questo si diceva, l’uomo che aveva perduto il libretto di istruzioni.

Lo so, lo so che devo limitarmi a raccontare la storia, ma non posso impedirmi di essere partecipe della vicenda. Vorrei dirgli, ad esempio, che quest’idea è bislacca, perché i libretti di istruzioni funzionano solo con i legittimi proprietari e, messi nelle mani di qualcun altro, risultano illeggibili come geroglifici, totalmente indecifrabili e incomprensibili, come testi esoterici o scritti in lingue morte e dimenticate. E invece il narratore ha il delicato e odiosissimo compito di doversi attenere alla natura dei fatti senza poterli alterare o modificare a suo piacimento. Perché altrimenti sarebbe uno scrittore di fantasia, un poeta. Invece il narratore ha il compito di descrivere esattamente, sequenza per sequenza, cosa accade, senza poter fornire suggerimenti o indicazioni di sorta. E un poco si dispiace. Il narratore, se potesse, cambierebbe il finale a suo piacimento, sposterebbe una scena o un dettaglio.

Ma ecco che il nostro protagonista ha un’idea che lo riscuote: potrebbe riscrivere il libretto di istruzioni, ad esempio.

La verità è che in questo momento non ha del tutto la coscienza del fatto che, a pagina diciotto del suo libretto, c’era un piccolo paragrafo in cui era spiegato dettagliatamente come comportarsi in caso di perdita dello stesso, e che probabilmente, seguendo le istruzioni, lui deve, deve aver fatto una copia del suo piccolo manuale, e che come si vede nei film gialli, ha poi imparato a memoria il tutto e mangiato le pagine, una a una, per custodirle dentro se stesso, il luogo più segreto e complicato che si possa immaginare. Ma è che non se lo ricorda, perché se  lo ricordasse il problema sarebbe definitivamente risolto.

Così, assalito da un impeto decisionale, decide di tornare a casa e mettersi a scrivere, ammesso che trovi l’ispirazione o il filo conduttore.

Le prime quattro pagine procedono spedite. Dalla quinta iniziano i dubbi.

Così inizia a fantasticare, a perdersi in dettagli inconcepibili che lo fanno sorridere. E più sorride, meno riesce a scrivere. L’ora di pranzo si approssima senza preavviso. Lo stomaco ha da dire la sua, senza che alcuna prescrizione scritta possa contestarlo. Il frigorifero è semivuoto, fatte salve due buste di salumi sottovuoto. Così le apre e mangia con le mani. La pagina cinque è scritta solo a metà e sulla parte bianca il fondo di una tazza di caffè ha impresso cerchi marroni che si sovrappongono e formano intersezioni astratte e bellissime.

Osserva i cerchi e alza lo sguardo verso la finestra.

Per un attimo i nostri sguardi si incrociano, attraverso il vetro. Come un’immagine antica, inconsistente.

Mi asciugo una piccola lacrima, senza essere vista. Poi volto le spalle e vado via.

Mi tolgo quel vestito neutro da narratrice e decido non dare un finale a questa storia.

Disegno col rossetto un bacio sul vetro pulitissimo e trasparente e lascio per terra il mio libretto di istruzioni dove c’è scritto che non si fa.

Lo lascio aperto dove c’è quella sottolineatura rossa e la piccola nota: “tenere a mente, importantissimo”.

Tanto, se pure lo ritrovasse qualcuno, non saprebbe cosa farsene. Questo l’ho già detto.

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