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Amnios

aprile 23, 2015

E’ passato un anno, un anno esatto.

I miei quarantasette anni li ho festeggiati nell’acqua, a Viterbo, alle terme. Sembravo così felice quel giorno. Così mi sentivo e così mi pare, riguardando le fotografie che mi ritraggono spaparanzata a mollo. E invece dentro c’era un male, un male soffocante, qualcosa che mi marciva dentro, come una suppurazione. Qualcosa che doveva disperatamente essere portato alla luce per guarire.

E’ passato un anno e sto preparando la valigia per andare alle terme. sempre a Viterbo, ma in un altro posto. Mi pare quasi uno scherzo del destino. Giuro, non volevo, ma è successo, e a questo punto credo non per caso. Credo sia il modo, uno dei modi possibili per farmi marcare le differenze, le distanze, per indurmi a paragoni e farmi riflettere.

Sono contenta, mi trovo sempre più spesso a dirlo e a pensarlo. Non so esattamente di cosa, non c’è niente in particolare. Anzi, se proprio dovessi analizzarlo, direi che apparentemente non c’è niente di cui essere contenti. Attraverso un momento di difficoltà economica decisamente impegnativo, sono sempre di corsa, ho duemila responsabilità personali e professionali, arrivo alla sera senza forze ed è subito mattina. Ma la contentezza – ho capito – alberga altrove. E’ uno stato senza rimedio, esattamente come certe infelicità.

In quest’anno ho imparato la cosa più importante della mia vita, ossia che fino a ieri avevo confuso la privazione con la disciplina, l’automortificazione con la disciplina, il rigore insensato con la disciplina.  Pensavo dunque di essere una creatura disciplinata, invece ero una creatura deprivata.

E come tutti gli esseri privi di qualcosa, andavo in compensazione. Cercavo fuori, in qualcun altro, quello che avrei dovuto trovare dentro di me. Disperandomi per non trovarlo, dopo aver cercato a lungo nel posto sbagliato. Arrabbiandomi per non trovarlo, dopo aver scavato a fondo nel posto più inutile. Inventandolo, pur di non rassegnarmi all’idea che proprio non ci fosse nulla.

Sembrava che non avessi eccessi eclatanti – del resto non sono bulimica, non mi drogo, non ho comportamenti sessuali promiscui, ho smesso di fumare un pacchetto di sigarette al giorno, non bevo superalcolici e ultimamente nemmeno più la birra che mi viene la gastrite, non guido spericolatamente, non faccio shopping compulsivo, non passo più le ore a navigare in rete – in effetti non avevo eccessi eclatanti, non ho eccessi eclatanti. Ma il limite, tutti i limiti che uno forzatamente e dolorosamente si impone, sono solo l’altro lato dell’eccesso, una costrizione e non una scelta.

Ho difficoltà a spiegarlo, vorrei riuscirci così come l’ho compreso io, ma mi vengono solo banalità. Insomma, la privazione è l’altra faccia dell’eccesso, la disciplina è l’altra faccia della scelta. Più semplice di così non so dirlo, anche se sembra scemo.

E’ come il fatto delle diete. Le restrizioni estreme, dopo anni di stravizi, dopo un po’ scatenano le abbuffate, in un circolo vizioso senza fine. E’ la mancanza della via di mezzo.

Le vie di mezzo sono difficilissime, ci vuole equilibrio, che è il modo di operare della disciplina.

Ecco, forse sono contenta perché inizio a disciplinarmi senza più mortificarmi.

Domani, nell’acqua calda, nasco per la quarantottesima volta.