Archive for maggio 2015

Pussate via

maggio 27, 2015

Nel mio gruppo di delegati asiatici prevalgono i giovani. Hanno studiato tutti in contesti internazionali e parlano un inglese perfetto. Mi ricordo di quando seguivo delegazioni asiatiche una decina di anni fa e mi veniva il latte alle ginocchia per l’impossibilità di comunicare. E adesso invece è tutt’altra musica.

I due più simpatici del gruppo sono il signor Benjamin, francese di nascita emigrato in Laos e il signor Lee, singaporese educato nel Regno Unito. Dopo il primo infinito giorno di fiera rientriamo finalmente in hotel, saranno le nove di sera. Il signor Benjamin ci dice che lui andrà al cinema e ci invita.

Al cinema? E come ti può venire in mente?

Così ci spiega che dove vive lui, a Vientiane, i cinema non ci sono e ogni volta che va all’estero la sua prima priorità è andare al cinema, qualunque cosa diano. Il signor Lee si vuole aggregare. Io e la rossa rifiutiamo l’invito e comunichiamo che invece andremo a Pat Pong.

Ma Pat Pong è pericolosa, fa il signor Benjamin. Due donne sole, poi. Tocca accompagnarvi. Il signor Lee non sa cosa sia Pat Pong ma si fida del signor Benjamin e concorda sul fatto che se è pericolosa dobbiamo essere accompagnate. Noi non ci avremmo proprio voglia di essere accompagnate, ma per la ragion di Stato ci tocca accettare.

Così andiamo a Pat Pong.

Io ci sono già stata a Pat Pong, in una serata che non dimenticherò mai. Ero con un gruppo di olandesi, tedeschi e altri nordici, che avevamo incontrato per caso e che stavano là per una specie di operazione umanitaria sulle baby prostitute. Così li seguimmo in una specie di casa di appuntamenti dove loro facevano le interviste alle ragazzine e ne uscì una cosa straziante: tutte aspettavano il Principe Azzurro, l’americano che un giorno sarebbe venuto a riscattarle dalla situazione e nel frattempo si davano da fare. Erano allegre, per niente amareggiate. Smessi i costumini da lavoro e tolto il trucco erano poco più che bambine. Io avevo ventidue anni e al loro cospetto mi sentivo vecchissima e giovanissima allo stesso tempo.

Così volevo vedere cos’era diventata Pat Pong.

Appena arriviamo ci assalgono, per portarci in uno di quei locali dove ci sono le pussy tuttofare. Un menu variegato, pussy che giocano a ping pong, che aprono bottiglie, che fumano, che spengono candele, che mangiano con le bacchette, che tirano le frecce con l’arco. Più una serie di pussy dalle prestazioni indecifrabili.

No e no, noi le pussy non le vogliamo vedere.

No e no, dicono i signori Benjamin e Lee. Soprattutto il signor Lee. E così perdiamo una mezz’oretta tra le bancarelle mentre i venditori di pussy ci circondano da ogni parte e noi strenuamente e  gentilmente li respingiamo. E respingiamo i venditori di borsette, di magliette, i trans che ci adescano indifferentemente se siamo maschi o femmine. Respingiamo tutti sempre gentilmente. Ogni tanto scatto una foto e va bene così.

Poi però fa caldo, e pensiamo che una birra ci stia bene.

Manco riusciamo a dire beer che una nuova ondata di pussyvendoli ci attacca per proporci una birra in un posto che sanno loro. Serio, serissimo, dove non ci sono pussy e niente e stiamo in grazia di Dio.

Per non trovarci in difficoltà contrattiamo prima di entrare il prezzo della birra, 40 bath, circa un euro e venti, ed entriamo.

Nel locale ci siamo solo noi: io, la rossa, il signor Lee e il signor Benjamin.

Al centro del locale un palco pieno di pali con una decina di fanciulline che tentano una lap dance assai stentata. Sono giovani e magroline. Per i primi sei o sette minuti va tutto bene, ci portano la birra fredda fredda e stiamo a posto. Ma dura poco. Si avvicina la maitresse, una cinquantenne ridanciana e ci chiede se vogliamo una ragazza al tavolo a farci compagnia.

Non non la vogliamo, senza capire che era una domanda retorica.

Sicché la ragazzetta arriva, si presenta e si accomoda tra gli uomini e le donne. Passano due minuti di convenevoli, chi songh’io e chi sei tu, come ti chiami e di dove sei e poi esordisce: me la offrite una birra? E possiamo mai dire di no? Vabbuo’, pigliammo ‘sta birra.

Mo’ il problema della birra della signorina è che non si paga con i soldi, ma con una specie di fiche che la medesima custodisce dentro al reggipetto. All’improvviso le si cioncano le mani, per cui qualcuno la deve pigliare ‘sta fiche. Io e la rossa ci distraiamo cercando una sigaretta in borsa, il signor Lee interroga il vuoto alla sua sinistra, la ragazza si scoccia di tanta attesa, piglia la mano del signor Benjamin – da questo momento in poi ribattezzato ufficialmente Malaussène – e la infila nel fondo della coppa a cercare la fiche. Poi, tutta contenta per il fatto di averla trovata, ricambia con una bella manata sulle parti basse.

In contemporanea e per istinto il signor Lee prende le sue proprie, di mani, e se le piazza sul davanti, a mo’ di protezione.

Due minuti di calma.

Si avvicina un’altra volta la maitresse e ci chiede a me e la rossa, se i nostri mariti stanno in difficoltà.

I nostri mariti?

Signora mia, ma se quelli erano i nostri mariti, già stavano castrati da cinque minuti.

E accompagno il tutto col gesto, per essere sicura che la signora abbia capito il fatto.

Ahhh, si risolleva la signora, non sono i vostri mariti? Vabbè, allora vi mando una ragazza pure a voi?

Manco ha finito di dirlo che arriva un’altra che vuole pure lei la birra.

Un’altra volta tutto il fatto della fiche, un’altra volta Malaussène spiccia la questione.

La ragazza ci vede poco interessate e allora ci propone una serie di possibilità: vogliamo una cosa a due, a tre, a cinque, a duecento?

Il signor Lee è pietrificato, io mi ricordo che ne sono responsabile in qualche modo e decidiamo che è ora di andarcene. Nel tuk tuk di ritorno ci tiene, ci tiene moltissimo a spiegarci che lui in un posto così non ci era mai stato, che non è proprio cosa sua. Ma noi ci crediamo, signor Lee, stavate tutto imbalsamato, un signore cinese bello comm’a vvoi tra l’altro non si era mai visto, un metro e novanta di cinese con una voce baritonale, forbito e formale come un inglese nobile.

Ecco, dice il signor Lee, sollevato dall’aver recuperato la sua reputazione di serio uomo d’affari.

E pensare che volevano andare al cinema a vedersi Fast and Furious.11218101_10206892147967274_6524497084967950378_o

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Asia, io forse non ti amo più. E non so nemmeno se possiamo rimanere amici.

maggio 26, 2015

Gli amori, tutti i grandi amori, vanno sondati alla prova dei fatti.

Non sempre avviene, l’amore è cieco, sordo e non conosce ragioni, non è meritocratico.

Così era il mio amore per l’Asia: immenso, incondizionato, senza confini.

Io amavo l’Asia e lei amava me.

Punto.

Di lei tolleravo e comprendevo ogni difetto: i suoi odori densi di primo mattino, l’alito caldo e avvolgente al risveglio. A volte pesante, ma nell’amore c’è anche questo prezzo da pagare.

Di lei amavo i sorrisi e quella semplicità talvolta essenziale, altre da raggiungere dopo una ricerca.

La sciatteria quotidiana che in lei mi appariva vezzo, rimando a quel Caos che non avevo voglia né modo di consentirmi e che in lei mi appagava e mi compensava.

L’amavo. Semplicemente. Come si ama il diverso e il necessario.

Adesso non ne sono più certa.

L’altro giorno le ho detto: Asia, io forse non ti amo più e non so nemmeno se possiamo restare amici.

Gliel’ho detto in modo duro, secco, mentre dentro di me morivo per la fine. Come sempre si muore un poco quando finisce un amore che ci ha dato tanto e non è più in grado di nutrirci: non se ne accetta il trapasso.

Ma era inevitabile, ho pensato dopo ventiquattr’ore di permanenza a Bangkok.

Dopo venticinque anni dal nostro ultimo incontro non la riconoscevo più.

Per un momento mi sono detta che anche io dovevo essere cambiata, nel tempo, e che forse era lei pure a non riconoscermi. Ci eravamo rese sconosciute l’una all’altra.

Tutto, tutto di lei mi è sembrato nuovo: le strade, i negozi, i mezzi di trasporto, la gente.

La vecchia città che conoscevo relegata a un margine, e al suo posto una città nuova, sfavillante. Un lungo skywalk ad attraversarla per tenersi lontano dal traffico, dallo smog, dalle difficoltà di attraversamento delle grandi arterie stradali sempre troppo congestionate.

Si era messa il vestito bello, si era fatta il lifting.

Era diventata più alta, per via di quei tacchi a zeppa di cemento che la tengono al di sopra del piano terrestre, si era truccata.

Non avevamo niente più da dirci, ho pensato dopo due giorni.

L’ho confermato nei giorni a seguire.

Solo l’ultimo giorno, abbassando lo sguardo da una delle fermate della metro sopraelevata, mi è parso di intravedere, in un guizzo improvviso, qualcosa che mi era familiare.

Sono scesa subito per dirigermi nella direzione dello sguardo.

Più giù la città si restringeva, riprendeva la forma di vicoli e piccoli canali sormontati da ponticelli minuscoli. Intorno solo case piccolissime e nessuno straniero.

La gente camminava lenta, era proprio prima del tramonto.

Lì mi sono fermata fino a che ha fatto buio, chiacchierando con tutti, scattando foto di immensi sorrisi, ritrovando alcuni brandelli del vecchio amore.

E’ qui che sei?, ho chiesto allora. E’ qui che ti sei ritirata e vivi?

Ha sorriso con il capo inclinato e lo sguardo obliquo.

Perché ti sei nascosta?, le ho chiesto ancora.

Mi è sembrato che rispondesse: per non sparire, perché se mi vedono e mi trovano mi cancelleranno tutta.

Non uscirai più di qui?, le ho chiesto con un misto di gioia per averla ritrovata e di tristezza per il piccolo spazio che in tutta serenità occupava.

E mi è sembrato che rispondesse un no sommesso, troppo neutro per essere decifrato nel sentimento che l’accompagnava.

Noi non possiamo più amarci, in queste condizioni. Te ne rendi conto?, le ho chiesto. Poi ho aggiunto: ma ti penserò sempre, hai fatto parte di me per così tanto tempo, serbi tra i miei ricordi più belli.

All’angolo di strada una ninfea fioriva inattesa.

L’ho salutata senza lacrime, le avevo piante tutte nel pomeriggio.

Ma questo lo racconto nei prossimi giorni.

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Les fleurs du bien

maggio 9, 2015

Trecentosessantacinque giorni.

E non c’è giorno, uno solo, in cui non ti abbia pensato. Come ho pensato a mio padre, in questi anni. Col senso della perdita inevitabile e irreversibile, col senso del rimpianto, con quello della liberazione, con un dolore sordo, con un sorriso, con il rimorso, con rabbia, con affetto, con dispiacere, talvolta con leggerezza, di passaggio, per evocazione, per caso, per abitudine, per mancanza, nel bene e nel male, per confronto, per pigrizia, per voglia di condividere, per dirmi di lasciar andare e di dimenticare.

La primavera è una stagione strana, si rifiorisce e si vive in parallelo. Io vivo in parallelo e so di non essere la sola. Ricordo i giorni e li confronto, li peso su una bilancia immaginaria, li viviseziono e poi passo a quello dopo.

Un anno fa ho fatto una promessa: che non avrei usato nessuno per tamponare la perdita, che non l’avrei mai più fatto in vita mia. Che non mi sarei fatta sedurre da canti di sirene, che avrei chiuso tutte le porte finché non avessi avuto la certezza di non abusare di qualcuno, di non usarlo come riempitivo.

Ho mantenuto la promessa e oggi so abbracciare di nuovo. Ho accumulato un capitale di tenerezza e lo dilapido contenta. Ci sono, ci sono tutta. Come non ero mai stata prima, dove non ero mai stata prima.