Les fleurs du bien

Trecentosessantacinque giorni.

E non c’è giorno, uno solo, in cui non ti abbia pensato. Come ho pensato a mio padre, in questi anni. Col senso della perdita inevitabile e irreversibile, col senso del rimpianto, con quello della liberazione, con un dolore sordo, con un sorriso, con il rimorso, con rabbia, con affetto, con dispiacere, talvolta con leggerezza, di passaggio, per evocazione, per caso, per abitudine, per mancanza, nel bene e nel male, per confronto, per pigrizia, per voglia di condividere, per dirmi di lasciar andare e di dimenticare.

La primavera è una stagione strana, si rifiorisce e si vive in parallelo. Io vivo in parallelo e so di non essere la sola. Ricordo i giorni e li confronto, li peso su una bilancia immaginaria, li viviseziono e poi passo a quello dopo.

Un anno fa ho fatto una promessa: che non avrei usato nessuno per tamponare la perdita, che non l’avrei mai più fatto in vita mia. Che non mi sarei fatta sedurre da canti di sirene, che avrei chiuso tutte le porte finché non avessi avuto la certezza di non abusare di qualcuno, di non usarlo come riempitivo.

Ho mantenuto la promessa e oggi so abbracciare di nuovo. Ho accumulato un capitale di tenerezza e lo dilapido contenta. Ci sono, ci sono tutta. Come non ero mai stata prima, dove non ero mai stata prima.

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Una Risposta to “Les fleurs du bien”

  1. flounder Says:

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