Asia, io forse non ti amo più. E non so nemmeno se possiamo rimanere amici.

Gli amori, tutti i grandi amori, vanno sondati alla prova dei fatti.

Non sempre avviene, l’amore è cieco, sordo e non conosce ragioni, non è meritocratico.

Così era il mio amore per l’Asia: immenso, incondizionato, senza confini.

Io amavo l’Asia e lei amava me.

Punto.

Di lei tolleravo e comprendevo ogni difetto: i suoi odori densi di primo mattino, l’alito caldo e avvolgente al risveglio. A volte pesante, ma nell’amore c’è anche questo prezzo da pagare.

Di lei amavo i sorrisi e quella semplicità talvolta essenziale, altre da raggiungere dopo una ricerca.

La sciatteria quotidiana che in lei mi appariva vezzo, rimando a quel Caos che non avevo voglia né modo di consentirmi e che in lei mi appagava e mi compensava.

L’amavo. Semplicemente. Come si ama il diverso e il necessario.

Adesso non ne sono più certa.

L’altro giorno le ho detto: Asia, io forse non ti amo più e non so nemmeno se possiamo restare amici.

Gliel’ho detto in modo duro, secco, mentre dentro di me morivo per la fine. Come sempre si muore un poco quando finisce un amore che ci ha dato tanto e non è più in grado di nutrirci: non se ne accetta il trapasso.

Ma era inevitabile, ho pensato dopo ventiquattr’ore di permanenza a Bangkok.

Dopo venticinque anni dal nostro ultimo incontro non la riconoscevo più.

Per un momento mi sono detta che anche io dovevo essere cambiata, nel tempo, e che forse era lei pure a non riconoscermi. Ci eravamo rese sconosciute l’una all’altra.

Tutto, tutto di lei mi è sembrato nuovo: le strade, i negozi, i mezzi di trasporto, la gente.

La vecchia città che conoscevo relegata a un margine, e al suo posto una città nuova, sfavillante. Un lungo skywalk ad attraversarla per tenersi lontano dal traffico, dallo smog, dalle difficoltà di attraversamento delle grandi arterie stradali sempre troppo congestionate.

Si era messa il vestito bello, si era fatta il lifting.

Era diventata più alta, per via di quei tacchi a zeppa di cemento che la tengono al di sopra del piano terrestre, si era truccata.

Non avevamo niente più da dirci, ho pensato dopo due giorni.

L’ho confermato nei giorni a seguire.

Solo l’ultimo giorno, abbassando lo sguardo da una delle fermate della metro sopraelevata, mi è parso di intravedere, in un guizzo improvviso, qualcosa che mi era familiare.

Sono scesa subito per dirigermi nella direzione dello sguardo.

Più giù la città si restringeva, riprendeva la forma di vicoli e piccoli canali sormontati da ponticelli minuscoli. Intorno solo case piccolissime e nessuno straniero.

La gente camminava lenta, era proprio prima del tramonto.

Lì mi sono fermata fino a che ha fatto buio, chiacchierando con tutti, scattando foto di immensi sorrisi, ritrovando alcuni brandelli del vecchio amore.

E’ qui che sei?, ho chiesto allora. E’ qui che ti sei ritirata e vivi?

Ha sorriso con il capo inclinato e lo sguardo obliquo.

Perché ti sei nascosta?, le ho chiesto ancora.

Mi è sembrato che rispondesse: per non sparire, perché se mi vedono e mi trovano mi cancelleranno tutta.

Non uscirai più di qui?, le ho chiesto con un misto di gioia per averla ritrovata e di tristezza per il piccolo spazio che in tutta serenità occupava.

E mi è sembrato che rispondesse un no sommesso, troppo neutro per essere decifrato nel sentimento che l’accompagnava.

Noi non possiamo più amarci, in queste condizioni. Te ne rendi conto?, le ho chiesto. Poi ho aggiunto: ma ti penserò sempre, hai fatto parte di me per così tanto tempo, serbi tra i miei ricordi più belli.

All’angolo di strada una ninfea fioriva inattesa.

L’ho salutata senza lacrime, le avevo piante tutte nel pomeriggio.

Ma questo lo racconto nei prossimi giorni.

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3 Risposte to “Asia, io forse non ti amo più. E non so nemmeno se possiamo rimanere amici.”

  1. roberto Says:

    maronn me fai chiagnere, tra cancello e maddaloni

  2. roberto Says:

    ..e comm è bell ‘stu bolg nuov-nuov

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