Pussate via

Nel mio gruppo di delegati asiatici prevalgono i giovani. Hanno studiato tutti in contesti internazionali e parlano un inglese perfetto. Mi ricordo di quando seguivo delegazioni asiatiche una decina di anni fa e mi veniva il latte alle ginocchia per l’impossibilità di comunicare. E adesso invece è tutt’altra musica.

I due più simpatici del gruppo sono il signor Benjamin, francese di nascita emigrato in Laos e il signor Lee, singaporese educato nel Regno Unito. Dopo il primo infinito giorno di fiera rientriamo finalmente in hotel, saranno le nove di sera. Il signor Benjamin ci dice che lui andrà al cinema e ci invita.

Al cinema? E come ti può venire in mente?

Così ci spiega che dove vive lui, a Vientiane, i cinema non ci sono e ogni volta che va all’estero la sua prima priorità è andare al cinema, qualunque cosa diano. Il signor Lee si vuole aggregare. Io e la rossa rifiutiamo l’invito e comunichiamo che invece andremo a Pat Pong.

Ma Pat Pong è pericolosa, fa il signor Benjamin. Due donne sole, poi. Tocca accompagnarvi. Il signor Lee non sa cosa sia Pat Pong ma si fida del signor Benjamin e concorda sul fatto che se è pericolosa dobbiamo essere accompagnate. Noi non ci avremmo proprio voglia di essere accompagnate, ma per la ragion di Stato ci tocca accettare.

Così andiamo a Pat Pong.

Io ci sono già stata a Pat Pong, in una serata che non dimenticherò mai. Ero con un gruppo di olandesi, tedeschi e altri nordici, che avevamo incontrato per caso e che stavano là per una specie di operazione umanitaria sulle baby prostitute. Così li seguimmo in una specie di casa di appuntamenti dove loro facevano le interviste alle ragazzine e ne uscì una cosa straziante: tutte aspettavano il Principe Azzurro, l’americano che un giorno sarebbe venuto a riscattarle dalla situazione e nel frattempo si davano da fare. Erano allegre, per niente amareggiate. Smessi i costumini da lavoro e tolto il trucco erano poco più che bambine. Io avevo ventidue anni e al loro cospetto mi sentivo vecchissima e giovanissima allo stesso tempo.

Così volevo vedere cos’era diventata Pat Pong.

Appena arriviamo ci assalgono, per portarci in uno di quei locali dove ci sono le pussy tuttofare. Un menu variegato, pussy che giocano a ping pong, che aprono bottiglie, che fumano, che spengono candele, che mangiano con le bacchette, che tirano le frecce con l’arco. Più una serie di pussy dalle prestazioni indecifrabili.

No e no, noi le pussy non le vogliamo vedere.

No e no, dicono i signori Benjamin e Lee. Soprattutto il signor Lee. E così perdiamo una mezz’oretta tra le bancarelle mentre i venditori di pussy ci circondano da ogni parte e noi strenuamente e  gentilmente li respingiamo. E respingiamo i venditori di borsette, di magliette, i trans che ci adescano indifferentemente se siamo maschi o femmine. Respingiamo tutti sempre gentilmente. Ogni tanto scatto una foto e va bene così.

Poi però fa caldo, e pensiamo che una birra ci stia bene.

Manco riusciamo a dire beer che una nuova ondata di pussyvendoli ci attacca per proporci una birra in un posto che sanno loro. Serio, serissimo, dove non ci sono pussy e niente e stiamo in grazia di Dio.

Per non trovarci in difficoltà contrattiamo prima di entrare il prezzo della birra, 40 bath, circa un euro e venti, ed entriamo.

Nel locale ci siamo solo noi: io, la rossa, il signor Lee e il signor Benjamin.

Al centro del locale un palco pieno di pali con una decina di fanciulline che tentano una lap dance assai stentata. Sono giovani e magroline. Per i primi sei o sette minuti va tutto bene, ci portano la birra fredda fredda e stiamo a posto. Ma dura poco. Si avvicina la maitresse, una cinquantenne ridanciana e ci chiede se vogliamo una ragazza al tavolo a farci compagnia.

Non non la vogliamo, senza capire che era una domanda retorica.

Sicché la ragazzetta arriva, si presenta e si accomoda tra gli uomini e le donne. Passano due minuti di convenevoli, chi songh’io e chi sei tu, come ti chiami e di dove sei e poi esordisce: me la offrite una birra? E possiamo mai dire di no? Vabbuo’, pigliammo ‘sta birra.

Mo’ il problema della birra della signorina è che non si paga con i soldi, ma con una specie di fiche che la medesima custodisce dentro al reggipetto. All’improvviso le si cioncano le mani, per cui qualcuno la deve pigliare ‘sta fiche. Io e la rossa ci distraiamo cercando una sigaretta in borsa, il signor Lee interroga il vuoto alla sua sinistra, la ragazza si scoccia di tanta attesa, piglia la mano del signor Benjamin – da questo momento in poi ribattezzato ufficialmente Malaussène – e la infila nel fondo della coppa a cercare la fiche. Poi, tutta contenta per il fatto di averla trovata, ricambia con una bella manata sulle parti basse.

In contemporanea e per istinto il signor Lee prende le sue proprie, di mani, e se le piazza sul davanti, a mo’ di protezione.

Due minuti di calma.

Si avvicina un’altra volta la maitresse e ci chiede a me e la rossa, se i nostri mariti stanno in difficoltà.

I nostri mariti?

Signora mia, ma se quelli erano i nostri mariti, già stavano castrati da cinque minuti.

E accompagno il tutto col gesto, per essere sicura che la signora abbia capito il fatto.

Ahhh, si risolleva la signora, non sono i vostri mariti? Vabbè, allora vi mando una ragazza pure a voi?

Manco ha finito di dirlo che arriva un’altra che vuole pure lei la birra.

Un’altra volta tutto il fatto della fiche, un’altra volta Malaussène spiccia la questione.

La ragazza ci vede poco interessate e allora ci propone una serie di possibilità: vogliamo una cosa a due, a tre, a cinque, a duecento?

Il signor Lee è pietrificato, io mi ricordo che ne sono responsabile in qualche modo e decidiamo che è ora di andarcene. Nel tuk tuk di ritorno ci tiene, ci tiene moltissimo a spiegarci che lui in un posto così non ci era mai stato, che non è proprio cosa sua. Ma noi ci crediamo, signor Lee, stavate tutto imbalsamato, un signore cinese bello comm’a vvoi tra l’altro non si era mai visto, un metro e novanta di cinese con una voce baritonale, forbito e formale come un inglese nobile.

Ecco, dice il signor Lee, sollevato dall’aver recuperato la sua reputazione di serio uomo d’affari.

E pensare che volevano andare al cinema a vedersi Fast and Furious.11218101_10206892147967274_6524497084967950378_o

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