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E comunque nutrire il pianeta è una boutade, questo sì.

giugno 27, 2015

A questa Expo ti stanchi ancora prima di entrare.

Devi arrivare presto presto per metterti in fila ai cancelli che aprono alle dieci. Noi siamo arrivati alle nove e un quarto e già ci stava la fila e decine di scolaresche e un sole di pazzi.

Poi finalmente passi i tornelli e chiedi se ci sta un deposito bagagli, ma quello non ci sta per ragioni di sicurezza. Quindi se hai una valigia di dieci chili, te la devi trascinare tutto il tempo e ogni volta che stacchi la mano dal trolley per fare una fetente di foto, allacciarti la scarpa o bere un sorso d’acqua si allertano tutti e ti circondano e ti chiedono: ma questa valigia è la tua? Tu dici si e ci rimetti la mano sopra e quelli si acquietano, come se non fosse che la puoi far esplodere lo stesso dopo due minuti.

A questa Expo ci stanno: carabinieri, poliziotti, servizio d’ordine, parà con una divisa bellissima, volontari, pompieri. Tutti gentilissimi, ma nessuno sa niente, se non che devi guardare le mappe interattive o andare al centro informazioni, dove ti danno una mappa cartacea. Che però mentre la consulti, devi lasciare un momento la valigia e ricomincia il fatto di prima. Allora dicì: vabbuò, vado a zonzo, non fa niente.

Per entrare c’è una passerella sopraelevata lunghissima, tipo un chilometro. Più il chilometro di prima, dal parcheggio per arrivare ai cancelli.

E vabbè, entriamo.

All’inizio un poco di spaesamento: che faccio? Vado a destra o vado a sinistra? Il cardo o il decumano? Il Mozambico o l’Iran?

Poi di fatto la cosa si risolve in modo pragmatico: vado dove non ci stanno le file, o sono piccole piccole, e dove ci sta l’ascensore, che la valigia da dieci chili con l’anca martoriata non me la posso carriare.

Io mo’ già non mi ricordo più esattamente quello che ho visto, perché poi, nel frattempo che passi da un padiglione all’altro, succedono cose: la banda musicale di Salisburgo che suona, il corpo di ballo marocchino di là, i volontari dei padiglioni che ti acchiappano per farti entrare da loro, manco guadagnassero un euro a visitatore.

Vabbè, vado al Cile.

Venga signora, è uno dei padiglioni più belli.

Dicono tutti così, ma questi avevano ragione: quello del Cile è bellissimo, una super tecnologia touch e visuale che passi un quarto d’ora incantato.

E ma pure quello del Marocco, che riproduce i microclimi, le gole del Todra, il caldo sahariano, il freschetto dell’Atlante e gli odori del mercato delle medine.

Poi, per la par condicio, mi sono fatta pure i piccolini: africani vari, haitiani, sudamericani. Tristarelli assai: ti prestavano un vestitino tipico per farti i selfie e tutte le adolescenti se li facevano. Eppure, per un momento, mi è sembrato che il razzismo si combatta anche così, con questi piccoli gesti.

Al Congo e all’Angola però c’era bella musica.

La Russia ha un padiglione a due piani: quello sotto tutta tecnologia, che per darti un bicchiere d’acqua, attivano un alambicco grande quanto una stanza, e quello di sopra, dove avevano cacciato il peggio del peggio del kitsch di tutti i tempi. E la gente faceva la fila per il bicchiere d’acqua e le lucine dell’alambicco.

Il Giappone aveva un’ora e mezza di fila da fare, tutta ordinata, e mi sono detta che non era cosa. Che alla fin fine quelli che mai potevano fare, se non un poco di ikebana e due cosarelle che già le sapevo?

Idem il Kazakhstan, che quest’anno si porta assai e pure ci voleva un’ora e mezza e chissà cosa c’era mai dentro. Ma tanto di kazaki ne avevo avuto la settimana piena e stavamo bene così. Però ci sono rimasta male, lo confesso, che ormai mi ero tutta fidanzata col centro Asia e volevo sposarne la filosofia, velo in capa compreso.

Al padiglione italiano una fila esagerata, ci volevano almeno due ore. Ma quel che sconcerta, è che era composta al 90% di italiani. Che se non ci stanno prima di tutto gli spaghetti, a nutrire il pianeta, non se ne parla proprio.

La Germania tiene un padiglione tanto, esagerato. Non li ho proprio presi in considerazione, ‘sti crucchi biondi biondi e me ne sono andata direttamente nel Qatar, che avevano gli uomini e gli occhi più belli di tutta la baracca. E poi il Kuwait e l’Oman, gli Emirati, che oggi stavo tutta filoislamica e gli asiatici non li volevo proprio vedere.

Quando dopo cinque ore senza mai fermarmi mi sono accorta che non stavo nemmeno a un quarto della visita, mi è preso lo sconforto.

Ho detto: un altro paio e basta.

Allora sono andata in Azerbaijan, che hanno fatto una cosa bellissima, tutta a sfondo musicale, con corolle di tulipani multicolori che le sfiori e cantano, suonano, pigolano, e alberi interattivi dove invece dei frutti nascono schermi con i visi della gente comune che fa grande il Paese. Bello, bellissimo.

Volevo vederne di più, lo giuro. Ma nel frattempo masse informi di famiglie con criaturi stremati e picciosi, pezzi di carne adolescente urlanti, vecchietti cattivissimi e spericolati messi su motorini elettrici per agevolare la mobilità, avevano invaso tutto.

Ho visto cose, un sacco di cose, tantissime che già non me le ricordo più: l’Ungheria, l’Estonia, la Turchia, l’Iran. Ed era sempre solo l’inizio.

Allora ho fermato un paio di tizi con un badge di ordinanza: vi prego, fatemi uscire di qua, datemi un taxi. Ma il taxi era a due chilometri. E là ho pensato che sarei morta. In realtà era già da due giorni che lo ripetevo, che sarei morta: per mancanza di sonno, per eccesso di cibo, per tot motivi, ma non morivo mai e allora mi sono detta che se ce la facevo anche questa volta, ero immortale.

In taxi, diretta all’aeroporto, mi sono chiesta se quest’Expo mi era piaciuto e non mi sono saputa rispondere.

Più si che no, in verità.

Tutte quelle altre domande sull’opportunità, il senso, l’indotto, non me le sono fatte e nemmeno me le farò.

Mi sentivo come quel giorno che avevo portato mia figlia a Eurodisney e mi ero divertita. Poi a un certo punto avrei passato Paperino e Biancaneve per le armi.

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