Archive for luglio 2015

La vera storia di Kepler 452b, che nessuno vi racconterà mai e che a me me l’ha raccontata un amico di un amico di mio cugino.

luglio 27, 2015

Dopo le prime quarantott’ore di entusiasmo e slancio per la scoperta di un nuovo pianeta, in tutto e per tutto simile alla Terra e distante 140mila anni luce, sulla NASA scende il silenzio.

E’ un silenzio spesso, obbligato, un silenzio carico di imbarazzo che ruota, a mo’ di satellite orfano, intorno all’opportunità o meno di rivelare il nome dello scienziato autore della scoperta.

Dalla NASA partono dispacci cifrati indirizzati all’ESA, a Roscosmos, a Jasa. Si interpella l’Agenzia Spaziale Italiana, l’Indian Space Research Organization e non si sa, non si sa in alcun modo come uscire dall’impasse.

La verità è che lo scopritore del pianeta non è esattamente uno scienziato. E neppure un ricercatore.

Sembrerebbe un giovane autodidatta che è riuscito a determinare sia l’esistenza del pianeta, sia la distanza geografica dalla Terra, e i calcoli della NASA non hanno fatto altro che avvalorare quanto rivelato dal giovane in maniera del tutto empirica.

Di fatto Giuseppe Ceccomarini – questo è il nome dello scopritore di Kepler 452b, originario dei Castelli romani, non è del tutto sconosciuto al mondo della ricerca aerospaziale: nel 2007, grazie a un contratto a tempo determinato, seguito da ulteriori sei mesi di lavoro al nero, è stato impiegato presso il CIRA di Pomigliano d’Arco come uomo delle pulizie, grazie ai buoni uffici di un cugino che al tempo lavorava come portaborse di un assessore regionale.

Il CIRA non smentisce e non conferma, per quella storia dei contributi non versati. Vorrebbero gridare al mondo: sì, lo scienziatino è nostro, lo abbiamo educato noi, ma poi non ci farebbero una bella figura nel mondo. E allora stanno zitti e rosicano.

Pare poi – è il Ceccomarini a rivelarlo nel corso di un’intervista informale con Charles F. Bolden e John Grunsfeld, assistito da un interprete, giacché il suo inglese è maldestro e farfugliato – che sempre grazie al cugino portaborse, per una storia che non sta lì a dettagliare, sia emigrato in America con la speranza di un lavoro, e sia finito a fare le pulizie, insieme a un gruppo di ispanici assunti con un’agenzia interinale, nientepopodimeno che al Quartier Generale della NASA, dove con estremo zelo e professionalità, vuota cestini, spolvera scrivanie, pulisce i bagni e, quando non c’è nessuno, si attarda a guardare incantato mappamondi, modellini e a giocare con i computer accesi.

Poi, per il resto tace.

O meglio: tace sulla genesi della scoperta, sulle sue intuizioni, sulle tecniche fotometriche ed elettroscopiche utilizzate, ma non manca di rivelare particolari dettagliatissimi sulla vita nel nuovo pianeta.

Racconta di palazzi simili ai nostri, mari e corsi d’acqua. Di una forma piuttosto evoluta di civiltà, molto simile alla terrestre, che ci permetterebbe facilmente di adattarci. Fornisce dettagli minuti, precisi, che le stesse agenzie spaziali di tutto il mondo non sono in grado di verificare con i loro mezzi e alle quali tuttavia credono, per analogia con quanto appurato fino a quel momento dopo la rivelazione di Ceccomarini.

Intanto il Quartier Generale della NASA è assediato da giornalisti provenienti da tutto il pianeta: telegiornali, testate principali e secondarie, studenti che redigono il giornalino della scuola, ricercatori. Tutti hanno una lunghissima lista di domande, ma il portavoce è reticente. Più che altro – ma questo non lo dice, non può dirlo – pendono tutti dalle labbra del Ceccomarini, che se non dice le cose come stanno, e non le dice dall’inizio alla fine, lascerà tutti con un palmo di naso. Così dice che al momento la notizia è coperta da silenzio stampa, da segreto professionale e che man mano aggiorneranno i palinsesti.

La folla si divide: metà esulta, metà insulta.

I primi sono quelli fiduciosi nella scienza, nel progresso della tecnica, nell’aldilà, nelle tabelle nutrizionali e nel concetto di amore eterno; i secondi sono i soliti guastafeste che contestano per principio, un manipolo di complottisti, rari estremisti di destra e di sinistra e la dirigenza dell’Amministrazione fiscale, che teme che tutti possano partire e lasciare i debiti insoluti sulla Terra.

Dopo una serie di riscontri con i colleghi di tutto il mondo, e sicuri del fatto che il Ceccomarini non voglia dire altro perché aspira a una posizione di prestigio e preminenza in seno a un organismo di ricerca, viene proposta dapprima l’attribuzione di una laurea honoris causa. Poi un PhD, poi un incarico da ricercatore dove lui vorrà (al CIRA si fregano le mani, immaginando che voglia tornare a Pomigliano, dove nei sei mesi coltivò una relazione con Assunta Gravante, aiuto pasticciera presso la Pasticceria Antignani; l’ESA, dal canto suo, è sicura che il Ceccomarini deciderà di dare lustro alla loro sede, più vicina a casa e alle amicizie di gioventù, nonché in ragione della possibilità di riconquista di Francesca Gentili, fidanzata storica residente ad Ariccia, che lo lasciò a causa della sua spiantatezza e si fidanzò con un parrucchiere di Ardea, Luigi Lanzi, specializzato in extension e con clientela finanche romana; la NASA è certa che il Ceccomarini sceglierà gli Stati Uniti,  terra promessa di ogni self made man che si rispetti e rincara l’offerta con una serie di benefit, inclusa una polizza di assistenza sanitaria, da estendere a tutti i congiunti fino al terzo grado di parentela, inclusi gli affini).

Ma il Ceccomarini non ne ha idea, non gli interessa niente. Lui nemmeno pensava di ritrovarsi in questo casino. In realtà stava facendo altro, una cosa sua, e poi aveva scarabocchiato degli appunti. Ma nemmeno appunti, ad essere precisi. Un disegno sbozzato e delle cifre.

Sì, è vero, c’erano due sfere, nel disegno, una più grande e una più piccola, e la distanza tra le due, misurata in scala, assomma esattamente ai centoquarantamila anni luce. Negli appunti, redatti quasi come un rebus, ci sono una plafoniera (la luce) e le seguenti cifre 14 00 00  – 2015.

Poi, poco più sotto, è disegnato un riquadro. Un riquadro che assomiglia a una porta socchiusa, ma molto approssimativo. E di fianco uno scarabocchio indecifrabile.

E qui gli scienziati sono certi che il Ceccomarini abbia in corso una ricerca segreta sulla soglia spazio-temporale e i buchi neri e che non voglia rivelare niente a nessuno per orgoglio. O per paura. O perché lavora per conto dei servizi segreti russi sotto le mentite spoglie di un italiano che fa le pulizie nei cessi della NASA.

Ma la cosa che più inquieta gli scienziati è il ritrovamento degli appunti, che non sono redatti in modo sistematico su fogli di carta o su file criptati, ma tracciati con un pennarello indelebile all’interno di uno dei bagni usati dal personale femminile, dietro la porta.

Ore 14 in punto. 14.00.00

Da dietro la porta socchiusa del bagno il Ceccomarini spia la bionda Pamela Brighton che va a rifarsi il trucco sotto la luce sparata della plafoniera del bagno. Fa caldo, Pamela si sfila la camicetta per darsi una sciacquata alle ascelle. Non indossa reggiseno e due grandi tette, lievemente asimmetriche, si aprono alla vista del Ceccomarini, che per timore di essere scoperto, resta chiuso nel bagno, sempre con la porta socchiusa dalla quale riesce a spiare, e come un primitivo disegna con dovizia il mondo esterno sulla parete della sua caverna nascondiglio.

Gli scappa un colpo di tosse che fa sobbalzare Pamela.

L’ultima cosa che ricorda è il pube riccioluto di lei, che scarabocchia sulla parete e poi sviene. O così crede.

Quando rinviene è solo, discinto, le braghe calate, steso a terra nel bagno delle donne e circondato da altri inservienti e da due infermieri. Apre gli occhi e, nel suo maldestro inglese l’unica cosa che riesce a sussurrare, indicando la parete del bagno e il disegno, è: Paradise, the New Land. Poi sviene di nuovo.

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Tu-ttuuuuu, tu-ttuuuu….

luglio 19, 2015

Ora, facendo un passo indietro nella memoria, nel ricordo di quelle che pensavamo fossero solo canzonette e col senno di poi, non possiamo negare che eravamo stati avvisati: la faccenda era annunciata, preconizzata, era sotto i nostri occhi.

C’era stato un Buonasera dottore, a spiegarci quanto la telefonata improvvisa potesse essere imbarazzante e molesta. Poi Dalla, profeta d’altri tempi, che ci aveva aggiunto un: telefonami tra vent’anni, io adesso non so cosa dirti, amore non so risponderti e non ho voglia di capirti. E infine, il passaggio chiave, quello definitivo, la cesura tra una società a tradizione orale e una a tradizione scritta, era stato sancito da Nino Buonocore nella strofa esemplare in cui viene annunciato il manifesto dell’epoca che sarebbe seguita:

Scrivimi quando il vento avrà spogliato gli alberi

gli altri sono andati al cinema, ma tu vuoi restare sola

poca voglia di parlare, e allora scrivimi (…)

e se non avrai da dire niente di particolare

non ti devi preoccupare io saprò capire

A me basta di sapere che mi pensi anche un minuto

perché io so accontentarmi anche di un semplice saluto

ci vuole poco per sentirsi più vicini

Ma noi niente, eravamo troppo concentrati sul passaggio dal gettone alla scheda telefonica e ai timidi esordi di telefoni portatili in automobile, per poter leggere tra le righe quanto, nel volgere di un ventennio scarso, sarebbe accaduto, rivoluzionando il nostro modo di comunicare e rendendoci, di fatto, incapaci di comunicare.

In principio si era gridato alla libertà, al nuovo miracolo della scienza e della tecnica: basta, con le lunghe attese alle cabine sotto la pioggia battente. Basta, con le telefonate imbarazzanti in cui rispondeva il padre o di lei o la mamma di lui e ci subissava di domande: di colpo la comunicazione telefonica, che fino a quel momento era stata irta di ostacoli, diventava semplice, diretta.

Io per esempio ero cresciuta nella casa di mia nonna dove sul vecchio telefono di bachelite nera troneggiava un lucchetto e per qualunque chiamata bisognava chiedere le chiavi, con riserbo e anche senso di colpa.

Il telefono stava là ed era per le grandi occasioni: annunciare morti, nascite, dettare telegrammi e cose importantissime.

Al di sotto della soglia minima di importante, il lucchetto non si levava, no.

Poi a un certo punto, a cavallo tra la fine degli anni Ottanta e Novanta, mi fidanzai con un ragazzo francese: ci scrivevamo chilometriche e bellissime lettere d’amore e ci telefonavamo rigorosamente dalla cabina sotto casa, una volta alla settimana.

Me lo ricordo come fosse ieri: cinquemila lire di scheda, cinquemila lire faticosamente raggranellate recuperando gli spicci sparsi per casa, i regali di compleanno delle nonne e delle prozie, e certi lavoretti di promotrice nei supermercati, traduzioni e cosarelle varie.

E in quelle cinquemila lire, da usarsi rigorosamente dopo una cert’ora della sera – ve lo ricordate, che la tariffa telefonica variava secondo l’ora o avete dimenticato? – ci doveva entrare tutto. E i vili espedienti di gettoni bucati, inseriti e recuperati col filo per le chiamate urbane? Ma che ne sapete, che ne sapete, voi, generazione cresciuta a pane e Motorola.

Ma vabbè, mo’ non mi fate fare la vecchia zia, che poi mi ricordo che ci ho un’età e mi vengono ben altri scompensi.

Comunque, il fatto è che prima si telefonava, da seduti fermi in un posto, poi nelle camerette, poi in giro per la casa, poi dal garage, poi dall’auto, poi da dove volevi tu, e all’improvviso si è smesso di telefonare.

Che per lungo tempo ho pensato, non senza una certa ingenuità di fondo, che fosse una questione di buona educazione: il mondo è diventato rapido, veloce, i tempi congestionati e la gente si scrive per evitare di cogliere l’altro sotto la doccia, in una riunione condominiale, durante un amplesso, mentre guida o nel corso di una maratona metropolitana.

Tu mandi un messaggio – un sms, poi una mail, poi un WhatsApp, poi un messaggio vocale – e ti fermi là. Se proprio c’è l’urgenza di comunicare per impossibilità a scrivere – e già i messaggi vocali hanno risolto il problema – chiedi timoroso: ti posso telefonare?

E dall’altro capo dell’etere un sorriso o un brivido lungo la schiena: telefonare?

Telefonare è diventato un affare di stato, un fatto intimo, ha quasi una connotazione erotica.

Però, la settimana scorsa, dopo che una persona mi ha telefonato diverse volte senza preannunciarsi con un messaggio scritto, beccandomi in due o tre occasioni in cui ero realmente impegnata, o ero falsamente impegnata – nel senso che volevo dedicarmi ad altro – ho capito all’improvviso che la buona educazione non c’entrava niente e che tutta la questione si giocava sulle due modalità contrapposte di contemporaneità e differita.

Su presenza e surrogati di presenza, come mi ha detto un amico citandomi La Cecla, che manco sapevo che avesse scritto questo fatto qua e che però mi ha dato la misura della cosa.

Non ci telefoniamo più perché non sappiamo essere presenti, non vogliamo essere presenti.

La telefonata esige uno scambio senza indugi. O nel quale gli indugi sono palpabili: un sospiro, un soffio, una lieve esitazione nella risposta. Tutte cose che ci rivelano, ci denudano. La comunicazione scritta prende tempo, anche quando è veloce. Ha un microtempo di reazione che è tutela e soprattutto autotutela: non ci obbliga a dedicare un tempo e la totalità di noi stessi all’altro.

La comunicazione scritta ci permette di fuggire, di essere presenti quando e se lo vogliamo, di eclissarci dietro un turbamento, di schermarci. Ma anche così non siamo soddisfatti: ve lo ricordate il dramma di qualche mese fa sulla doppia spunta blu di whatsapp? Il famigerato: visualizzato, al quale se non segue risposta succede il lutto.

E’ qui l’aporia della modernità, che ci vuole controllori senza essere controllati, presenti e delocalizzati a un tempo, visualizzatori senza l’obbligo di riscontri, visualizzati con l’imperativo categorico di offrire un segno di esistenza immediato, tangibile.

Ma senza telefonare, sarebbe decisamente scortese e invadente.

Sconveniente, aggiungerei.