Archive for agosto 2015

Segredos

agosto 30, 2015

o desejo

In quel preciso momento l’uomo si disse:
che cosa non darei per la gioia
di stare al tuo fianco in Islanda
sotto il gran giorno immobile
e condividere l’adesso
come si condivide la musica
o il sapore di un frutto.
In quel preciso momento
l’uomo stava accanto a lei in Islanda.

(Borges)

Sono tornata a Lisbona.

Lo desideravo da anni, e in modo insistente, quasi doloroso, dopo aver visto, qualche anno fa, le foto di Daniel Pedrogam al cimitero di Prazeres.

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Di Lisbona portavo ricordi confusi, pur essendoci stata già tre volte. Ma tutte e tre le volte – come pure questa quarta – mi avevano lasciato insoddisfatta: la prima ero poco più che adolescente, con i miei genitori, e non mi sentivo libera di esplorare, la seconda ero di passaggio, un giorno o due, la terza era in un momento preoccupato e doloroso della mia vita ed ero a Lisbona di nascosto, in incognito, con un peso sul cuore che accompagnava ogni mio passo e la testa completamente altrove, a mia figlia che stava male di un male che ancora non aveva un nome e ci ha tenute impegnate per diversi anni a venire.

Delle tre volte non porto nessuna fotografia, solo un ricordo confuso di luoghi che nella mappa mentale non avrei saputo bene dove situare. A differenza di altre città, nelle quali sono stata anche una sola volta, e che ho imparato a dovere, memorizzando i percorsi nelle gambe e negli occhi, di Lisbona portavo solo sensazioni: il vento, che la  sera si fa fresco, e rende l’aria sempre leggerissima, priva degli odori del traffico, dell’umidità delle nostre città; la luce, che è obliqua e traccia ombre lunghissime; il cielo, che mi è sempre parso più concavo che altrove, come se la volta celeste fosse più distante e maggiormente percepibile, una sensazione che non ha niente di scientifico e nemmeno so definire bene. Un cielo immenso e a un tempo protettivo, come nelle parole di Bowles: « Una stella nera appare, un punto oscuro nella chiarità del cielo notturno. Luogo oscuro e punto di passaggio verso il riposo. Raggiungilo, attraversa il fine tessuto di questo cielo protettivo, riposa. »

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In ogni caso, mi ero convinta che in passato l’incapacità di fissare i punti e le coordinate di questa città fossero dipesi da me, dalla mia scarsa capacità di osservazione, dal poco tempo, dalla distrazione che mi aveva accompagnato e che questa volta, con molti più giorni a disposizione, l’avrei imparata.

La verità è che non sapevo che Lisbona è inimparabile, che sta lì, placida e accogliente, ma continuamente cambia le cose di posto. E le cambia in un modo stranissimo, come in un racconto surreale, in cui incontri sempre le stesse persone, ma ogni volta in un luogo differente, mentre fanno altro. E ogni volta che  cerchi una strada, una percorsa il giorno prima, due giorni prima, perché lì hai un preciso punto di riferimento per trovare un’altra cosa che pure stavi cercando, ti affacci invece su un nuovo cortile, una nuova piazzetta, una scalinata che – lo giuro, posso giurarlo sui miei occhi, sui miei piedi, sui miei sensi tutti – il giorno prima non c’era.

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Pensavo, passeggiando nei giorni, a moltissime possibilità di racconto: da quelli esistenti, come Lontana di Cortàzar, in cui Alina Reyes sente di avere un suo doppio in un’altra città  o Il giardino dei sentieri che si biforcano, di Borges, per quel ripetersi di dedali di strade punteggiati ovunque da librerie e testi che rimandano ad altri testi visti in altro quartiere.

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O a una storia da scrivere, sulla falsariga di quelle, in cui da una scalinata di Lisbona il protagonista si ritrova a Napoli e da lì risale per Tangeri e ogni volta, come è capitato a me, i personaggi che incontra sul suo cammino sono sempre gli stessi, vestiti in guise differenti: il suonatore di mandolino che diventa un mendicante e un professore di archeologia lusitana, la danzatrice di coladeira che altrove si fa principessa fenicia e donna delle pulizie. E ogni volta il protagonista è sicuro di trovarsi nel luogo esatto che vede, salvo svoltare l’angolo e dover ricominciare daccapo in questa ricerca in cui viene costantemente accompagnato da volti noti che lui riconosce e che si rifiutano di riconoscerlo e fornirgli certezza di essersi incontrati un attimo prima, in altra veste, in altra città che è però sempre nello stesso luogo. Una cosa così, insomma.

Ora, in questa città che cambiava continuamente di fisionomia e sparigliava le strade e i vicoletti, io nemmeno mi sono sentita tanto presente a me stessa: avevo l’impressione di andare in giro con tutti gli uomini della mia vita. La cosa strana è che io non ci sono mai stata con nessuno dei miei uomini e sempre avrei voluto, quando ero innamorata, andarci con qualcuno, ma per un inspiegabile motivo non ci sono mai riuscita, e credo a questo punto non sia un caso.

Straniata, sdoppiata in una serie di me di varie epoche ed età, ho percorso quartieri, mangiato, ascoltato musica e visto paesaggi in una costante compagnia di fantasmi sentimentali, che invece di essere lievi e impalpabili erano pesantissimi. Ne sentivo le voci, gli odori, con la sensazione esatta che ognuno, nella sua porzione di città assegnata dalla mia immaginazione, si comportasse esattamente nel modo noto che li contraddistingue, ne apprezzasse determinate sfumature e caratteristiche.

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Non so come e perché questo sia stato possibile: non soffro di nostalgie amorose e non mi era mai capitata una cosa simile, ma in ogni quartiere, più confacente alla personalità dell’uomo amato, ne ho sentito dolorosamente la mancanza. Ora lo so che verrà banale parlare di saudade e infatti vorrei rifiutarmi di usare questa parola, ma questa strana forma di nostalgia, di presenza/assenza si è completamente impadronita di me in ogni momento. Non erano rimpianti, no, era proprio come un esserci, in qual momento, di fianco a me, facendo le cose che avremmo fatto se fossimo stati insieme e commentando come avremmo commentato.

Ho dormito male, durante tutto il tempo. La strada era rumorosa, ma molto di più i miei sogni, che proseguivano le sensazioni del giorno e aggiungevano nuovi particolari.

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Non so molto di Pessoa, così mi sono comprata Il libro dell’Inquietudine. L’ho preso in portoghese, per proseguire il mio sforzo mediterraneo e cercare di capire se non sia lì la chiave, se in questi giorni abbia portato in giro una sola me o tutte le me che conosco e che ho conosciuto e forse anche qualcuna che mi è sfuggita o non mi è ancora capitato di incontrare.

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So che sono ripartita con un sentimento di incompiuto. So, come scrive Pessoa, che ciò che vediamo non è ciò che vediamo, ma ciò che siamo e ho visto come attraverso un caleidoscopio, immagini riflesse e rifratte. E che mentre ero a Lisbona, avrei voluto essermi accanto a Lisbona.

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Meu amor, porque me prendes?
Meu amor, tu não entendes,
Eu nasci para ser gaivota.
Meu amor, não desesperes,
Meu amor, quando me queres
Fico sem rumo e sem rota.

Meu amor, eu tenho medo
De te contar o segredo
Que trago dentro de mim.

Sou como as ondas do mar,
Ninguém as sabe agarrar,
Meu amor, eu sou assim.

Fui amada, fui negada,
Fugi, fui encontrada,
Sou um grito de revolta.

Mesmo assim, porque te prendes?
Foge de mim, não entendes?
Eu nasci para ser gaivota.

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Venivano da lontano. Con un sogno grande.

agosto 8, 2015

Alla terra approdavano che sapevano di alghe, con la pelle increspata di salsedine e un intero acquario impigliato nei capelli.

Il viaggio aveva lasciato strie argentee nelle chiome, che si erano impresse nel giro di poche notti. Talvolta anche una sola.

Alcuni dicevano che fosse stata la paura.

Ma a ben guardare, da vicino, erano sardine, piccoli sgombri, pesci spatola, qua e là un tonnetto, stelle di mare, gusci di madreperla e rilucevano nel primo mattino. La maggior parte il mare non l’aveva mai visto, mai neppure immaginata una distesa d’acqua così ampia.

Alcuni si rifiutavano finanche di sfiorarla, pensavano scottasse come il fuoco e chiedevano ai compagni di essere portati in braccio. Altri, che erano partiti la notte, ne avevano sentito il gelo fino a metà coscia, come un blocco di ghiaccio. Montavano sulle barche con i racconti di chi era già partito e mai ritornato, ricami di nulla e speranze che passavano di bocca in orecchio e si dipanavano come trine.

Altre storie si costruivano sul momento, piccole fiabe che le madri raccontavano ai bambini per tenerli tranquilli e favorirne il sonno, e dal momento in cui la storia iniziava, prendeva improvvisamente corpo e sostanza, si animava e seguiva le barche come una scia, come una nuvola sospesa, e la fiaba acquistava la necessità di credersi realtà e la parola, senza volerlo, costruiva il mondo.

Con il proseguire dell’estate ci si accorse che qualcosa era mutato, ma all’inizio fu difficile capirne la ragione.

La temperatura continuava a salire, giorno dopo giorno, montava dai lembi estremi delle coste siciliane al continente, risalendo le dorsali appeniniche e incontrando un freno naturale nelle Alpi, che rimandavano giù il calore in un moto incessante, senza possibilità di uno sfogo, senza un solo soffio di vento che alleggerisse la calura. Un caldo così e così duraturo non si era sentito mai.

Commissa’, disse un giorno l’appuntato di servizio sventolandosi con un fascio di pratiche tenute strette a mo’ di ventaglietto, qua se non si interrompe questa cosa dei barconi, siamo destinati a morire tutti quanti. Io li ho visti, li ho visti negli occhi, quando sbarcano: questi vengono e ci ammazzano.

Il Commissario Gregori era uomo spiccio e di scarsa inventiva: gli avevano affidato una missione di quattro mesi a Lampedusa e lui l’aveva accettata. E lo aveva fatto solo perché gli fornivano un alloggio grandicello, con due stanze da letto, dove aveva sistemato la moglie e due figli che per il primo anno si potevano fare le vacanze come dei signori, senza ristrettezze economiche. Quattro mesi al mare, da giugno a settembre.

I ragazzini stavano contenti: con maschera, pinne e boccaglio non li vedevi per un’intera giornata. La moglie faceva la spesa al porticciolo, a tarda serata, e quasi tutte le sere tornava con una cassetta piena piena di pesce, mezza pagata e mezza a pagherò, che poi non saldava mai, nonostante le insistenze, perché era la moglie del commissario ed era un modo di manifestare deferenza senza farli sentire obbligati.

Deferenza. Riconoscenza mai.

Ma come ci ammazzano?, replicò il commissario stizzito dal razzismo serpeggiante e dalle paure ancestrali del collaboratore, come ci ammazzano, Ferdinando, che so’ quattro morti di fame senza manco gli occhi per piangere?

Commissa’, ma allora voi non li avete visti in faccia, non li avete guardati bene: questi partono dalla terra loro con un sogno nella testa, se lo portano nello sguardo, e questo sguardo a noi ci uccide.

Il commissario pure un poco voleva ridere, gli venivano in mente tutte quelle cose che aveva letto in gioventù, gli stregoni, Evans-Pritchard, le maledizioni, i malocchi. Ma non poteva ridere no, in fondo era un ospite in una terra straniera, pure lui, e paese che vai usanza che trovi. E poi faceva caldo, così terribilmente caldo, che a muovere i muscoli della faccia, pure in un sorriso impercettibile, i rivoli di sudore scendevano giù per il collo della camicia.

Ferdinando, chiese allora con un cipiglio di simulata serietà, e allora? Che c’è in questo sguardo?

Commissa’, il caldo africano. Questi partono dal paese loro immaginando di rifarsi una vita e di farsela uguale a quella di prima, solo un poco meglio: due o tre mogli, però vestite bene. Sette o otto figli, e invece che magrolini belli robusti. E il caldo, il caldo assai. Perché si mettono paura del freddo, moltissima paura. E ci pensano talmente tanto, lungo la traversata, un poco per paura, un poco perché so’ convinti, che quando arrivano qua è come se il loro sogno si fosse realizzato. Solo che qua noi già siamo assai, tutti non ci possiamo stare, e poi non siamo abituati a questo calore. Quindi o noi, o loro. E vincono loro, perché il loro sogno è più potente del nostro, è una scommessa senza niente a perdere, si gioca il tutto per tutto. Questi ci ammazzano di caldo, commissa’.

Ferdinando, chiese allora il commissario incuriosito, ma tu questa cosa l’hai pensata da solo o ne hai parlato con qualcuno che ti ha messo in testa quest’idea?

Ferdinando si deterse il sudore sulla fronte per un improvviso scoppio di pudore. Un poco e un poco, commissa’, rispose. Un poco l’ho pensata io, e un poco l’ho imparato dalle storie di mio nonno, che era emigrato in Canada. Che erano partiti da qua con il sogno che arrivavano là e avrebbero ricominciato daccapo, tale e quale a qua, ma un poco meglio.

Ferdina’, ma in Canada fa freddo assai. Lo vedi che il sogno poi non era bastato?

Lo so. Ma là avevano trovato i termosifoni nelle case, che qua non li tenevamo. E così il sogno pure un poco si era avverato.

E vabbè, Ferdinando, vuol dire che qua trovano l’aria condizionata e le cose si sistemano e viviamo tutti insieme felici e contenti, cercò di concludere Gregori, pure un poco spazientito. E anche perché sentiva una ragione di fondo, nelle parole dell’appuntato, una ragione così immateriale e folle che si rifiutava di riconoscere e che pure in qualche modo sotterraneo lo catturava.

Ferdinando al commissario Gregori lo trattava con rispetto e deferenza, come gli avevano insegnato. Riconoscenza no, nemmeno lui, perché seppure era uno sbirro, e quindi quasi della stessa famiglie, era pur sempre uno sbirro del continente, e non è detto che ci si potesse fidare. E allora quando il commissario si spazientiva, restava zitto, ma sotto sotto poi si diceva che questo commissario del continente pure se stava in mezzo alla politica certe cose non le capiva, non le poteva capire. Che forse la sua, di famiglia, non era mai emigrata, e questa storia del sogno gli sembrava una scemenza da primitivi, da popoli incolti.

Invece lui lo sapeva, sapeva che era vero, che i sogni cambiano il mondo e possono pure uccidere. Che quando aveva fatto un poco di servizio a Viterbo, pensava di starci pochissimo e poi tornare dalla sua fidanzata e vivere tutta la vita con lei. Era partito con questo sogno, lo aveva coltivato ogni singolo giorno fino a riuscirci. E poi lei era morta dopo soli tre mesi di matrimonio, di un male fulminante. E allora aveva imparato che i sogni, i sogni troppo grandi sono pericolosi.

O noi o lo loro, si capiva dal caldo che faceva, che faceva ammosciare anche i fiori che puntualmente portava al cimitero, tutti i giorni. E che da un mese a questa parte non resistevano neanche mezza giornata.

Il popolo della bici

agosto 5, 2015

La mattina alle sette, sette e mezza, siamo il popolo della bici, diviso nelle sue principali etnie: quelli armati di tutto punto, caschetto, occhiale schermato, calzoncino imbottito, sellino imbottito di gel, borraccia nello zaino con tubicino a presa di gatorade immediata (che anche io ero una di questi qua, ma la mia gloriosa bici nera, cattiva e indistruttibile, è rimasta nella vecchia casa, non l’ho portata mai nemmeno a Roma, e per quest’anno mi adatto con una bici di mia figlia, assetto comodo per le pianure, molto meno comodo per le salite, cambio sciamannato e semplice calzoncino di cotone. La mia bici era bella, un po’ alta, ma tanto per me è tutto, sempre, troppo alto, e mi toccava frenare e scendere dal sellino di volata e ogni volta, sbam, una botta infernale tra canna e osso pubico che vedevo le stelle); poi ci sono quelli che vanno in due, in tre, andatura da crociera, un po’ piantati in mezzo alla strada, chiacchieroni.

Poi gli indiani, con vecchie Grazielle senza marce, magrissimi, che nelle pause dal lavoro li scopri al parco nazionale, tra gli alberi, a guardare il lago, sono contemplativi, hanno un bisogno netto e purissimo della natura, come di una cosa essenziale, che è diverso dal nostro bisogno della natura, che ha più il sapore di una riappropriazione, di uno svago.

Non lo so spiegare meglio, lo sento e basta.
Gli indiani più ricchi, quelli che si sono portati anche la famiglia, negli anni sono passati dalle bici alle lambrette, e dietro le mogli, opulente e bellissime nei loro sari sedute di lato, col casco sui lunghi capelli lucidi.
Il popolo della bici è solidale, nonostante le differenze etniche. Si saluta con un cenno della mano, un sorriso. Quando sono sudati sudati ti dicono a mezza voce, col fiato rotto: Fondi. Oppure Sperlonga. E tu sai che dovranno fare rientro sotto il sole alto, polmoni di acciaio e cosce di marmo. Oppure sono quelli che alle otto stanno facendo rientro, sono partiti che il giorno appena spuntava, settanta chilometri costanti nelle fibre e nei tendini.
E poi anche la bici, come la guida, può essere ipnotica: una volta che hai rotto il fiato – e in bici è più facile che correndo o nuotando, forse perché in bici non mi fa male niente e anche l’anca trova pace e si rilassa – sulle strade di campagna, piatte e punteggiate di rovi, eucalipti e fichi, la mente prende il sopravvento e nascono piccole storie.
Bisogna solo stare attenti ai vecchietti, che accostano a destra o a sinistra senza freccia, che di colpo, prima ancora di aver terminato la manovra di parcheggio, aprono gli sportelli.
Hanno fretta, i vecchietta, fretta come i ragazzini, anche se vanno verso luoghi diversi. In realtà vanno verso lo stesso luogo, vecchietti e ragazzini, ma lo guardano da prospettive diverse. Però la fretta è la stessa, quella fame di tempo e completezze, di esperienza e perdita a un tempo.
Stamattina ho rubato i fichi, quelli che sporgono dai cancelli delle proprietà rurali.
Lo faceva sempre mio padre, e io lo odiavo per queste incursioni selvagge sotto il sole di Itri, di Monte san Biagio. Si fermava con la moto e un sacchetto. Che non era un fatto di soldi, ma un tornare indietro nel tempo, a certe infanzie assolate e libere.

E adesso che ho quasi cinquant’anni lo faccio anch’io, proprio come lo faceva lui, e mi piace ritrovarlo nei gesti, in certi gesti superflui e minuti che quasi compio in automatico, come se si fossero sedimentati da qualche parte, o facessero parte del dna e d’improvviso, al compimento di certe età, compaiono.