Il popolo della bici

La mattina alle sette, sette e mezza, siamo il popolo della bici, diviso nelle sue principali etnie: quelli armati di tutto punto, caschetto, occhiale schermato, calzoncino imbottito, sellino imbottito di gel, borraccia nello zaino con tubicino a presa di gatorade immediata (che anche io ero una di questi qua, ma la mia gloriosa bici nera, cattiva e indistruttibile, è rimasta nella vecchia casa, non l’ho portata mai nemmeno a Roma, e per quest’anno mi adatto con una bici di mia figlia, assetto comodo per le pianure, molto meno comodo per le salite, cambio sciamannato e semplice calzoncino di cotone. La mia bici era bella, un po’ alta, ma tanto per me è tutto, sempre, troppo alto, e mi toccava frenare e scendere dal sellino di volata e ogni volta, sbam, una botta infernale tra canna e osso pubico che vedevo le stelle); poi ci sono quelli che vanno in due, in tre, andatura da crociera, un po’ piantati in mezzo alla strada, chiacchieroni.

Poi gli indiani, con vecchie Grazielle senza marce, magrissimi, che nelle pause dal lavoro li scopri al parco nazionale, tra gli alberi, a guardare il lago, sono contemplativi, hanno un bisogno netto e purissimo della natura, come di una cosa essenziale, che è diverso dal nostro bisogno della natura, che ha più il sapore di una riappropriazione, di uno svago.

Non lo so spiegare meglio, lo sento e basta.
Gli indiani più ricchi, quelli che si sono portati anche la famiglia, negli anni sono passati dalle bici alle lambrette, e dietro le mogli, opulente e bellissime nei loro sari sedute di lato, col casco sui lunghi capelli lucidi.
Il popolo della bici è solidale, nonostante le differenze etniche. Si saluta con un cenno della mano, un sorriso. Quando sono sudati sudati ti dicono a mezza voce, col fiato rotto: Fondi. Oppure Sperlonga. E tu sai che dovranno fare rientro sotto il sole alto, polmoni di acciaio e cosce di marmo. Oppure sono quelli che alle otto stanno facendo rientro, sono partiti che il giorno appena spuntava, settanta chilometri costanti nelle fibre e nei tendini.
E poi anche la bici, come la guida, può essere ipnotica: una volta che hai rotto il fiato – e in bici è più facile che correndo o nuotando, forse perché in bici non mi fa male niente e anche l’anca trova pace e si rilassa – sulle strade di campagna, piatte e punteggiate di rovi, eucalipti e fichi, la mente prende il sopravvento e nascono piccole storie.
Bisogna solo stare attenti ai vecchietti, che accostano a destra o a sinistra senza freccia, che di colpo, prima ancora di aver terminato la manovra di parcheggio, aprono gli sportelli.
Hanno fretta, i vecchietta, fretta come i ragazzini, anche se vanno verso luoghi diversi. In realtà vanno verso lo stesso luogo, vecchietti e ragazzini, ma lo guardano da prospettive diverse. Però la fretta è la stessa, quella fame di tempo e completezze, di esperienza e perdita a un tempo.
Stamattina ho rubato i fichi, quelli che sporgono dai cancelli delle proprietà rurali.
Lo faceva sempre mio padre, e io lo odiavo per queste incursioni selvagge sotto il sole di Itri, di Monte san Biagio. Si fermava con la moto e un sacchetto. Che non era un fatto di soldi, ma un tornare indietro nel tempo, a certe infanzie assolate e libere.

E adesso che ho quasi cinquant’anni lo faccio anch’io, proprio come lo faceva lui, e mi piace ritrovarlo nei gesti, in certi gesti superflui e minuti che quasi compio in automatico, come se si fossero sedimentati da qualche parte, o facessero parte del dna e d’improvviso, al compimento di certe età, compaiono.

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Una Risposta to “Il popolo della bici”

  1. CalMaFdd Says:

    Pure per questo (sei bella assai)

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