Archive for novembre 2015

La nostra natura è così fiacca che, anche quando la prova non è penosa, pensiamo sempre, sopportandola, di fare un grande atto, e ci crediamo sul serio! (S. Teresa d’Avila)

novembre 28, 2015

(…continua)

Ci vorrà pazienza per leggermi, come ne occorre a me per scriver di ciò che ignoro. Alle volte mi avviene di prender in mano la penna come un’ idiota, senza sapere cosa dire, né da dove cominciare. Tuttavia, farò del mio meglio per spiegarvi certe cose interiori, che credo vi saranno utili.

Così scrive, Teresa d’Avila nel Castello Interiore, e così riprendo io, dopo aver scorso le pagine di quest’opera che non conoscevo e che viene menzionata da Gian Maria durante la sua chiacchierata alla spiaggia del Purgatorio, come fonte ispiratrice della sua opera.

Nello scorrere le righe, man mano che avanzo, mi sembra che ci sia un’assoluta vicinanza allo zen.

Sono giorni, che cerco di continuare a scrivere di tutto questo, senza riuscirci. Un po’ faccio fatica a incastrare le idee, un po’ mi manca il tempo. Mi succedono cose, come ne La leggenda del santo bevitore, piccoli e grandi impedimenti, che mi distraggono dal compito e sorrido pensando che esse stesse, sono il compito. Che questa distrazione, questa frammentazione hanno a che fare col compito, anche quando non mi è chiaro, quando non lo vedo.

Allora mi sono detta che è inutile affannarmi: sono in una specie di Purgatorio scrivendo di Purgatorio, con tutto il tempo che necessita per venirne fuori, se mai se ne verrà fuori.

Dalla spiaggia del Purgatorio, che Tosatti ha voluto ambientare nel vecchio Ospedale militare, sopra ai Quartieri Spagnoli, muoviamo verso la montagna del Purgatorio, che si trova invece più a valle.

Lì per lì non so se questa cosa sia volontaria, l’aver invertito l’alto con il basso, e aver posto la spiaggia, ingresso del Purgatorio, in collina, per poi iniziare la scalata scendendo in città.

Lo saprò dopo, scalando faticosamente la montagna e poi culminando in Paradiso.

Saprò esattamente che il Purgatorio è uguale al Limbo, gli è totalmente speculare. Due luoghi che possono trattenere in eterno.

L’ho già scritto.

Due luoghi né troppo confortevoli né troppo scomodi, in cui il rischio maggiore è quello di un avvolgimento a spirale su se stessi senza mai trovare uno sbocco. Luoghi di incertezza teologica, esistenziale.

Dalla stagnazione della spiaggia alla rarefazione della montagna il rischio è quello di una perenne anossia dello Spirito.

Questa Montagna del Purgatorio è ambientata presso l’Ex Convento di Santa Maria della Fede. Ci arriviamo dopo un corpo a corpo tra centinaia di turisti che già infestano san Gregorio armeno e i decumani, molto prima di Natale.

Ci facciamo strada, ci infiliamo per vicoli alternativi, viuzze strettissime. Ci imbattiamo, in questo scontro di corpi, in un Gian Maria frettoloso e sorridente che ci indica la strada e ci dice che poi ci vediamo, ci vediamo dopo,  più tardi, ci aspetta in Paradiso. Gian Maria qui, in questo decumano congestionato, ha qualcosa di ieratico, non so spiegarlo. Come se la folla non lo ostacolasse minimamente: ha il piglio dell’arcangelo Michele mentre sta facendo tutto il possibile per ridurre la permanenza delle anime nel Purgatorio e si muove con leggerezza tra i turisti, come se a lui non fossero carne, come li percepiamo noi, ma spettro sottile che non ostacola il suo andare.

Anche qui ci tocca aspettare il nostro turno di ingresso, messi in fila e in ordine da un arcangelo negretto, come nelle tappe precedenti. Per l’ansia di completare tutto il giro dell’opera abbiamo saltato il pranzo.

Di questa quinta tappa, quinto capitolo dell’opera, che Tosatti vuole intitolare I fondamenti della luce, leggo questa recensione su ArtTribune: “Questo lavoro è ispirato da una lettera d’amore scritta da una ragazza vissuta all’inizio del secolo scorso, Paolina T., che nel 1917, all’età di vent’anni, rea di non essere una nobildonna ma una semplice “povera” – così è definita nella cartella di ricovero – non ebbe il privilegio del convento e fu internata nel manicomio di Sant’Antonio Abate, a Teramo, con la diagnosi di “immoralità costituzionale”Di qui il collegamento con la sede prescelta, l’ex reclusorio di Santa Maria della Fede, in fondo una specie di carcere per donne libere, la cui struttura diviene metafora di un percorso ascensionale che si confronta con un altro purgatorio napoletano come quello narrato da Anna Maria Ortese ne Il mare non bagna Napoli, nel capitolo dedicato a La città involontaria. 5_I fondamenti della luce è un’opera, quindi, sullo splendore insopprimibile che alberga nel fondo dell’uomo e che è il motore primo della sua esistenza anche nei momenti più oscuri.”

Nella memoria faccio fatica a ricollocare le emozioni così come le ho vissute: ho delle fotografie che mi aiutano, un susseguirsi di sequenze, una storia visiva che si racconta e mi racconta del tempo che abbiamo impiegato a crescere, a formarci.

Il Purgatorio è il nostro apprendistato, la nostra vita in costruzione, l’impegno ideologico ed egoico al tempo stesso. E’ quello che raccontava Padre Piras, che tanto avrebbe amato quest’opera.

Per quel che mi riguarda direi anche che il Purgatorio è un’errata percezione del Tempo: il giovanile credere – o l’adulto voler credere – che tutto il tempo che abbiamo a disposizione sia infinito. E dunque procrastinare, lasciarsi andare, perdersi, credersi onnipotenti, invincibili. Il Purgatorio è anche la morsa del ricordo, la zavorra del passato, la fossa scavata con le proprie mani, la fine improvvisa della festa.

E tuttavia, rispetto alla Spiaggia desolante, qui la Montagna si arricchisce, stanza dopo stanza, delinea un percorso ascensionale di liberazione e salvezza, un lento liberarsi di scorie, una progressiva costruzione che man mano mi allevia: qui scompaiono le grate e si aprono grandi finestre e terrazze dalle quali l’Anima si affaccia, passeggia, respira e si libra.

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Mi sembra di completare il mio giro contenta, man mano che salgo le stanze si fanno sempre più ariose e piene di luce.

Arrivo all’ultimo corridoio e mi parte un piccolo urlo: in fondo al corridoio una porta murata, tutta dipinta d’oro bronzato. Ho imparato la simbologia di Tosatti: quest’oro è il colore del Male, che ci attrae, ci riflette, ci seduce.

Questo Male sempre presente, sempre in agguato, anche nelle nostre stanze piene di Luce.

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Lancio un piccolo urlo, di paura e sorpresa e velocemente, quasi a perdifiato, ripercorro a ritroso la Montagna, cerco una via di fuga nel cortile e lì un poco mi acquieto.

Mentre i miei compagni finiscono il giro, penso a quel che ho sentito e ho imparato lassù: il rischio narcisista dell’autorealizzazione e dell’impegno.

Poi lentamente ci avviamo verso il Paradiso.

(…continua…)

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“Non andare in Purgatorio. La mia cara sorellina m’inculcava ogni istante questo desiderio umilmente fiducioso di cui viveva.”, Céline, sorella di santa Teresa di Lisieux

novembre 10, 2015

(…continua…)

E’ tutta una questione di come si percepisce lo spazio/tempo, dice il mio amico Angelo, che di mestiere fa l’antropologo urbano e sostiene da un po’ che io sono una che va in giro a fotografare le strutture del tempo.

Non so esattamente cosa voglia intendere, appena lo intuisco. Ma non lo so spiegare bene, magari un giorno lo fa lui.

Però sicuramente è questa – l’identità di percezione dello spazio e del tempo – una delle ragioni di sintonia o conflitto tra esseri umani. La lunga lotta tra puntuali e ritardatari, tra anticipatori e procrastinatori, tra caotici e ordinati, tra metodici e improvvisatori.

E’ sempre questo, nella letteratura classica, che ci racconta cos’è il teatro, la tragedia, la famosa unità di tempo, luogo e azione.

Ed è pure questo la summa dello zen, la conquista del qui e ora.

Forse percepire la struttura del tempo non è altro che riconoscere l’immutabile che è dietro tutte le cose.

Penso allora a certi corpi e volti che incontro per la strada e che mi diverto a immaginare vestiti con toghe o abiti contadini, situati in altre epoche. Sono espressioni e volti che amo definire senza tempo, sorta di archetipi.

Mi succede sempre ai Campi Flegrei, alle Stufe di Nerone, dove, anche nudi, mi sembrano tutti antichi romani che hanno appena parcheggiato la biga per un pomeriggio di ozio.

Mi capita lo stesso anche con alcuni luoghi, specie se degradati.

Mi piacciono gli spazi architettonici disabitati e distrutti, le macerie.

Le macerie e le rovine.

Quelle di cui Augé scrive che “non sono il ricordo di nessuno, ma si presentano a chi le percorre come un passato che egli avrebbe perduto di vista, dimenticato, e che tuttavia gli direbbe ancora qualcosa. Un passato al quale egli sopravvive”.

Nelle macerie e nelle rovine Augé sostiene che si faccia esperienza di un tempo puro, un tempo sottratto alla storia.

Ma se è sottratto alla Storia è forse allora anche un tempo nuovo, in cui si può dire nuovamente qualcosa, qualcosa di significante per chi ne fa l’esperienza.

Non qualcosa di innovativo e inedito in assoluto, ma qualcosa di nuovo per se stessi.

Forse è questo, che vuole dire Angelo quando dice che fotografo le strutture del tempo, ma non ne sono ben sicura. Forse è proprio questo, che troverò nel Purgatorio di Tosatti, ma ancora non lo so.

Sono passati diversi mesi da quando sono stata all’Inferno e domenica mattina, dopo aver detto un’altra volta agli amichetti che volevo essere accompagnata a vedere il Purgatorio, sono uscita presto di casa per arrivare in anticipo.

Curioso ossimoro, me ne rendo conto: arrivare in anticipo in un luogo fatto di attesa.

Ma non era questo, forse era per il fatto delle strutture del tempo.

Avevo voglia di passeggiare in quel quartiere di Napoli di prima mattina, prima che si animasse, di intrufolarmi in cortili, vicoli e osservare. Infilarmi nel vecchio convento della Trinità degli spagnoli, dove di fronte alla polizia erano sospesi reggiseni e alle finestre donne che fumavano, con i segni della notte in viso. Volevo entrare nel Parco dei Quartieri Spagnoli e stare un poco là.

Avrei voluto una telecamera per riprendere il custode dell’Ex Ospedale militare, il suo ufficio e la splendida colonna degli anni Settanta che gli teneva compagnia. Musica italiana d’annata, che una vecchia cassa posizionata all’esterno dell’ufficetto faceva risuonare in tutto il cortile.

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Signo’, cercate la mostra?

Sì, ma aspetto degli amici.

E nel frattempo ‘o vvulite ‘nu poco ‘e cafè?

Grazie, con piacere.

Ad accoglierci al Purgatorio, la puntata numero 4 delle Sette stagioni dello Spirito, un altro ragazzo di colore, questa volta burkinabè. Si chiama Tazizi. Mi era piaciuta molto questa cosa del negretto all’Inferno, aveva un suo simbolismo che faceva il paio con il Male. Mi era piaciuto che fosse anche al Purgatorio, come un Lucifero perennemente in agguato. Un Lucifero gentile, accogliente. Che in fondo pur sempre un angelo, era.

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Dopo un po’ arriva un altro ragazzo. Giovane, carino. Scambiamo due chiacchiere e mi fornisce gli orari di apertura della stagione n. 5 e n. 6, in altri punti del centro storico. Se riesco a organizzarmi e a correre un po’, forse le vedo tutte.

Devo riuscirci, è l’ultima settimana in cui sono aperte e io sono venuta giù apposta. Devo riuscirci, a costo di saltare il pranzo. Ignoro bellamente che quel giovane dallo sguardo sveglio e lontano sia proprio Tosatti in persona, lui medesimo.

Lo scopro un quarto d’ora dopo, quando ci arravoglia in un racconto che comprende Santa Teresa d’Avila, Pasolini, Agostino, Hannah Arendt, Dostoevskij, Dante Alighieri, Milton e chissà quanta altra gente che non nomina direttamente, ma che fa capolino alle sue spalle. Un discorso pacato, senza alcuna arroganza, totalmente privo di autoreferenzialità. Un discorso che viene come da lontano, da un altro tempo.

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L’installazione numero 4_Ritorno a casa, è anche la Spiaggia del Purgatorio.

Gian Maria – lo chiamano tutti per nome, come fosse un vecchio amico – ci spiega che nel Purgatorio non si può restare in eterno, si può solo sostare. Una permanenza più lunga può essere peggiore dell’Inferno.

Sono piuttosto smemorata e caotica, ma mi risuonano da qualche parte i ricordi di Teresa di Lisieux, la santa che detestava il Purgatorio, che non credeva nel Purgatorio, che pensava che un Dio buono non avrebbe mai potuto concepire una simile aberrazione. Pensava che Dio distribuisce i suoi doni in modo ineguale ma con eguale amore, e che mai collocherebbe volontariamente una sua creatura nella frustrazione eterna del desiderio che si chiama Purgatorio.

Questo Gian Maria ha una parola che conquista, che costruisce il mondo. Mentre parla mi sembra di potergli entrare nel cervello e capire come faccia a creare le sue atmosfere: gli basta proiettare all’esterno quello che gli si muove dentro ed è fatto. E’ che dentro gli si muove moltissima roba. Troppa, per l’età che ha. Forse lui stesso è una Struttura del Tempo.

Ci parla dei simboli che incontreremo in questa installazione e nelle successive, che sono gli stessi dell’Inferno, in cui ci riconosceremo e troveremo una sequenza ciclica: i rettangoli dorati, che stilizzano il Male, le lastre radiografiche, che sono la nostra interiorità e che qui possiamo maneggiare – a differenza dell’Inferno, in cui erano fisse alle pareti – per riappropriarci della nostra identità, i vetri, rotti e integri, la nostra fragilità e trasparenza.

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Provo a memorizzare tutto quello che dice, ma dice tante, tantissime cose e io sono uscita di casa senza fogli né penne.

Così non mi resta che entrare, in questa spiaggia del Purgatorio, luogo di ritorno e di riposo, e vedere cosa succede. Affidarmi a una memoria sensoriale. Ancora una volta, devo lasciare la Ragione sulla soglia.

La spiaggia del Purgatorio riesce a turbarmi più dell’Inferno. E’ un turbamento diverso, una forma più sottile e raffinata di paura: l’inizio è rassicurante, sono gli ambienti della mia infanzia.

Le case delle mie nonne, con questo scarno mobilio anni Cinquanta.

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Una stanza, in particolare, mi scuote. Mi siedo per terra, nella polvere, a osservare il pulviscolo atmosferico che entra dalla finestra oscurata, proprio come quando ero bambina, nella stanza da letto da vedova di mia nonna.

Ho come di colpo l’impressione che la vita sia questo: il caos che trascorre dal momento in cui, bambino meravigliato, passi ore incantato davanti al pulviscolo atmosferico e il momento in cui, nella maturità, riesci nuovamente incantato a cogliere la stessa visione e ti chiedi cosa hai fatto in mezzo.

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E in mezzo, lo scopro correndo a perdifiato per un corridoio pieno di aperture che mi riempie di angoscia, c’è un’insensata ripetizione di stanzette da letto tutte uguali: tutte contengono un lettino, un rettangolino d’oro a ricordarci la presenza del male, ovunque, una macchinetta per l’aerosol, per trovare respiro nell’ottusa ripetizione e un quaderno di appunti aperto sempre sulla stessa pagina, con le stesse frasi.

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Il tempo, nella ripetizione, appare allo stesso tempo finito e interminabile, come una morsa che non offre scampo. Così il Male che si staglia luminoso e scintillante di sorpresa, anche in mezzo alla Bellezza, e non se ne separa mai. E forse anche un po’ la nutre, ma ho ancora un po’ paura di dirlo, questo. Anche solo di pensarlo.

Il Purgatorio ha la serenità del noto, è una sicura zona di confort dalla quale o si esce o si rimane sepolti, come raccontano i piccoli sarcofaghi/abbeveratoi dell’ultimo piano.

L’inferno può essere una resa esaltante. Il Purgatorio è una coazione a ripetere.

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Ci sono grate, anche qui. Grate che imprigionano.

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Poi mi dico che non sono io a essere imprigionata nelle stanze del Purgatorio, di questo tempo senza qualità, ma è Napoli, ad esserlo. E’ Napoli che, come un essere umano, è prigioniera di questo tempo senza qualità e senza Storia e necessita di riflessione e pausa per arrivare alla Montagna del Purgatorio, la stagione numero 5, e lentamente cominciare a risalirla.

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Penso a questo Gian Maria Tosatti che viene da lontano e ci piazza qua, a casa nostra, un’opera che con amore ci parla di noi e della nostra città. Penso a quanto mi manca, questa Napoli/Purgatorio e quanto io stessa, esiliata – come dico spesso scherzando ma non troppo – a Roma, mi senta in un Purgatorio dove i giorni si ripetono sempre uguali mentre io rifletto su quale salvezza mi sia possibile.

Quando esco, Tosatti è scomparso. Pare che abbia da fare in Paradiso, dove lo ritroveremo alla fine di questa lunga giornata, ma non prima di aver scalato la Montagna del Purgatorio.

(…continua…)

Racconti dall’Inferno. Dopo aver visto, un pomeriggio di mesi dopo, il Paradiso.

novembre 9, 2015

Mi sono imbattuta in Tosatti alla fine della primavera, in modo del tutto casuale.

Ero in ufficio e mi è arrivata una mail, sul vecchio alias dell’ufficio di Napoli, fortunatamente ancora non disattivato, con la quale una fondazione mi comunicava che c’era una proroga relativa all’installazione di 3_Lucifero, ai Magazzini del Porto di Napoli.

La mail l’ho letta molto superficialmente, parlava di Lucifero e del senso del male. Non mi sono nemmeno soffermata a indagare chi fosse l’artista. Per qualche ragione che faccio fatica a ricostruire, o meglio faccio fatica a spiegare ad altri, ho saputo che dovevo andarci.

Dovevo incontrare Lucifero nel Porto di Napoli. Questo era certo. Per sistemare una questione che avevamo in sospeso e che poteva essere sistemata solo in un porto, esattamente dove anni prima era iniziata.

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(Lo so, lo so che la cosa dell’incontro col Diavolo nel porto genera curiosità, ma adesso non è il momento di raccontare anche quest’altra storia, anche perché tutto quel che è avvenuto dopo mi dà l’idea che la vicenda si dipanerà in altri modi ed è opportuno che attenda lo svolgersi degli eventi, senza anticiparmi nulla, senza figurarmi un probabile seguito, senza provare a indovinare, senza nemmeno schizzare possibili scenari)

Tuttavia non volevo andare da sola all’appuntamento col Diavolo. Per quanto ci sarei andata comunque, se nessuno avesse voluto accompagnarmi.

Così ho chiamato gli amichetti del cuore, quelli che davanti alle mie proposte non si spaventano mai, e ho detto: vengo giù nel fine settimana prossimo, e voglio portarvi a vedere una cosa. Non chiedetemi cosa, perché non lo so bene nemmeno io. So che è una specie di mostra, forse un’installazione, ho telefonato e mi hanno detto che è gratis, che devo prenotare un orario e che si entra uno per volta. Mi volete accompagnare con l’impegno che se è una stronzata sovrumana non vi arrabbiate con me?

E gli amichetti del cuore, che hanno un sacco di pazienza e fin troppo spesso si adattano alle mie curiosità, hanno detto va bene. Così, in questa domenica pomeriggio di fine primavera, nella controra nuvolosa, mentre un orologio fermo ci sospendeva il tempo, siamo stati accolti da Ibrahim, un ragazzo ivoriano che faceva da custode al Magazzino del Porto e ci faceva entrare uno alla volta, per un tempo che poteva andare da venti minuti a un’ora.

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Il tempo necessario.

Il tempo necessario per prendere confidenza minima con questa cosa e capire, ore dopo, che nessun tempo sarebbe mai stato sufficiente.

Ora, io non so raccontare quella cosa che ho visto.

Posso però raccontare il pallore e lo sgomento di chi ne usciva. Uno dopo l’altro siamo entrati e usciti pallidi, spaventati, inquieti. Da cosa, esattamente, non saprei dirlo. Ma il colore del viso era bianco, la parola mozzata.

Quel giorno ho capito che questo Tosatti era un grande creatore di atmosfere. Ne ignoravo età, formazione, viso, opere pregresse.

Se ce l’avessi avuto di fronte, quella domenica, gli avrei detto: dovresti impedirci di entrare con le macchine fotografiche o i cellulari. Sapevo che era solo grazie alla mediazione di un apparecchio, che ero riuscita a completare il mio giro. Non già per la possibilità di telefonare, in caso di spavento eccessivo, e farmi recuperare dai miei amici o Ibrahim.

No, era grazie al fatto di fotografare, di essere impegnata a cogliere inquadrature, che potevo restare lì dentro. Come se il diaframma della macchina fotografica creasse un filtro tra me e l’emozione, una protezione diaframmatica, appunto. Senza la quale sarei corsa via urlando a squarciagola.

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Per la paura del male, avrei detto in quel momento.

Per la paura di me, aggiungo dopo mesi.

Non so raccontare cosa c’era in quel magazzino del porto di Napoli, e nemmeno le fotografie rendono. Anzi, mi ricordano quelle foto che si scattavano a fine ottocento ai medium, durante le sedute spiritiche, quando entravano in connessione con gli spiriti: lì per lì il fotografo vedeva ombre, fumi, nebbie, ma al momento dello sviluppo era tutto scomparso, il medium da solo nella stanza e del fantasma nessuna traccia.

La stessa cosa nel magazzino del porto: il male aleggiava, era presente, fortissimo. Intorno sabbia, terra sparsa, ammassi di cose, spazi vuoti, carcasse di uccelli, cose semplici e quotidiane, il suono del vento che fischiava tra le grate messe alle finestre. Il male era chiuso dietro porte sprangate. Ma era lì, denso, e poteva fuoriuscire e traboccare in ogni momento.

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Le grate.

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Quando ho visto questa mi è venuto in mente Il mare non bagna Napoli. Non sapevo ancora che poi, nei mesi a venire, quella grata mi avrebbe raccontato altro, si sarebbe declinata in una serie di significati personali e universali.

Quando sono uscita dal magazzino del porto non sapevo ancora di certe forme del male, dorate e scintillanti.

O meglio, lo sapevo, lo sapevo benissimo, ma mai ero riuscita a vederlo lucidamente in quella forma grafica, squadrata ed esatta.

Quella domenica, all’uscita di tutti noi dal porto di Napoli, era difficile anche commentare: tutto enorme, indicibile, tutto sottopelle. Qualcosa su cui dover dormire e poi svegliarsi di colpo, come da un incubo.

Io sono tornata a Roma la sera stessa, ripromettendomi il giorno dopo di fare ricerche, come faccio sempre. Di capire chi fosse questo Gian Maria Tosatti, cosa avesse fatto prima di allora e dove volesse andare esattamente a parare.

E invece, stranamente, ho lasciato totalmente perdere. Mi sono detta che a partire da quel momento avrei seguito il dipanarsi dell’opera sul territorio. Senza i soliti approfondimenti. Che si era trattato di qualcosa che aveva parlato non alla nostra ragione, ma a qualcosa di molto più profondo e dunque la Ragione andava lasciata perdere, non assecondata.

Sapevo di aver perso le prime due puntate e me ne dispiaceva moltissimo.

Sapevo che sarebbe accaduto dell’altro. Quando, non ne avevo idea.

Avrei aspettato.

(continua…)