Racconti dall’Inferno. Dopo aver visto, un pomeriggio di mesi dopo, il Paradiso.

Mi sono imbattuta in Tosatti alla fine della primavera, in modo del tutto casuale.

Ero in ufficio e mi è arrivata una mail, sul vecchio alias dell’ufficio di Napoli, fortunatamente ancora non disattivato, con la quale una fondazione mi comunicava che c’era una proroga relativa all’installazione di 3_Lucifero, ai Magazzini del Porto di Napoli.

La mail l’ho letta molto superficialmente, parlava di Lucifero e del senso del male. Non mi sono nemmeno soffermata a indagare chi fosse l’artista. Per qualche ragione che faccio fatica a ricostruire, o meglio faccio fatica a spiegare ad altri, ho saputo che dovevo andarci.

Dovevo incontrare Lucifero nel Porto di Napoli. Questo era certo. Per sistemare una questione che avevamo in sospeso e che poteva essere sistemata solo in un porto, esattamente dove anni prima era iniziata.

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(Lo so, lo so che la cosa dell’incontro col Diavolo nel porto genera curiosità, ma adesso non è il momento di raccontare anche quest’altra storia, anche perché tutto quel che è avvenuto dopo mi dà l’idea che la vicenda si dipanerà in altri modi ed è opportuno che attenda lo svolgersi degli eventi, senza anticiparmi nulla, senza figurarmi un probabile seguito, senza provare a indovinare, senza nemmeno schizzare possibili scenari)

Tuttavia non volevo andare da sola all’appuntamento col Diavolo. Per quanto ci sarei andata comunque, se nessuno avesse voluto accompagnarmi.

Così ho chiamato gli amichetti del cuore, quelli che davanti alle mie proposte non si spaventano mai, e ho detto: vengo giù nel fine settimana prossimo, e voglio portarvi a vedere una cosa. Non chiedetemi cosa, perché non lo so bene nemmeno io. So che è una specie di mostra, forse un’installazione, ho telefonato e mi hanno detto che è gratis, che devo prenotare un orario e che si entra uno per volta. Mi volete accompagnare con l’impegno che se è una stronzata sovrumana non vi arrabbiate con me?

E gli amichetti del cuore, che hanno un sacco di pazienza e fin troppo spesso si adattano alle mie curiosità, hanno detto va bene. Così, in questa domenica pomeriggio di fine primavera, nella controra nuvolosa, mentre un orologio fermo ci sospendeva il tempo, siamo stati accolti da Ibrahim, un ragazzo ivoriano che faceva da custode al Magazzino del Porto e ci faceva entrare uno alla volta, per un tempo che poteva andare da venti minuti a un’ora.

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Il tempo necessario.

Il tempo necessario per prendere confidenza minima con questa cosa e capire, ore dopo, che nessun tempo sarebbe mai stato sufficiente.

Ora, io non so raccontare quella cosa che ho visto.

Posso però raccontare il pallore e lo sgomento di chi ne usciva. Uno dopo l’altro siamo entrati e usciti pallidi, spaventati, inquieti. Da cosa, esattamente, non saprei dirlo. Ma il colore del viso era bianco, la parola mozzata.

Quel giorno ho capito che questo Tosatti era un grande creatore di atmosfere. Ne ignoravo età, formazione, viso, opere pregresse.

Se ce l’avessi avuto di fronte, quella domenica, gli avrei detto: dovresti impedirci di entrare con le macchine fotografiche o i cellulari. Sapevo che era solo grazie alla mediazione di un apparecchio, che ero riuscita a completare il mio giro. Non già per la possibilità di telefonare, in caso di spavento eccessivo, e farmi recuperare dai miei amici o Ibrahim.

No, era grazie al fatto di fotografare, di essere impegnata a cogliere inquadrature, che potevo restare lì dentro. Come se il diaframma della macchina fotografica creasse un filtro tra me e l’emozione, una protezione diaframmatica, appunto. Senza la quale sarei corsa via urlando a squarciagola.

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Per la paura del male, avrei detto in quel momento.

Per la paura di me, aggiungo dopo mesi.

Non so raccontare cosa c’era in quel magazzino del porto di Napoli, e nemmeno le fotografie rendono. Anzi, mi ricordano quelle foto che si scattavano a fine ottocento ai medium, durante le sedute spiritiche, quando entravano in connessione con gli spiriti: lì per lì il fotografo vedeva ombre, fumi, nebbie, ma al momento dello sviluppo era tutto scomparso, il medium da solo nella stanza e del fantasma nessuna traccia.

La stessa cosa nel magazzino del porto: il male aleggiava, era presente, fortissimo. Intorno sabbia, terra sparsa, ammassi di cose, spazi vuoti, carcasse di uccelli, cose semplici e quotidiane, il suono del vento che fischiava tra le grate messe alle finestre. Il male era chiuso dietro porte sprangate. Ma era lì, denso, e poteva fuoriuscire e traboccare in ogni momento.

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Le grate.

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Quando ho visto questa mi è venuto in mente Il mare non bagna Napoli. Non sapevo ancora che poi, nei mesi a venire, quella grata mi avrebbe raccontato altro, si sarebbe declinata in una serie di significati personali e universali.

Quando sono uscita dal magazzino del porto non sapevo ancora di certe forme del male, dorate e scintillanti.

O meglio, lo sapevo, lo sapevo benissimo, ma mai ero riuscita a vederlo lucidamente in quella forma grafica, squadrata ed esatta.

Quella domenica, all’uscita di tutti noi dal porto di Napoli, era difficile anche commentare: tutto enorme, indicibile, tutto sottopelle. Qualcosa su cui dover dormire e poi svegliarsi di colpo, come da un incubo.

Io sono tornata a Roma la sera stessa, ripromettendomi il giorno dopo di fare ricerche, come faccio sempre. Di capire chi fosse questo Gian Maria Tosatti, cosa avesse fatto prima di allora e dove volesse andare esattamente a parare.

E invece, stranamente, ho lasciato totalmente perdere. Mi sono detta che a partire da quel momento avrei seguito il dipanarsi dell’opera sul territorio. Senza i soliti approfondimenti. Che si era trattato di qualcosa che aveva parlato non alla nostra ragione, ma a qualcosa di molto più profondo e dunque la Ragione andava lasciata perdere, non assecondata.

Sapevo di aver perso le prime due puntate e me ne dispiaceva moltissimo.

Sapevo che sarebbe accaduto dell’altro. Quando, non ne avevo idea.

Avrei aspettato.

(continua…)

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5 Risposte to “Racconti dall’Inferno. Dopo aver visto, un pomeriggio di mesi dopo, il Paradiso.”

  1. llisaah Says:

    Quando ho letto il post mi sono venuti ibrividi – non so se per la seduzione dl male, o per quella della bellezza.
    Ma oggi ho pure visto Bergoglio passare in macchina sotto casa mia, quindi sto appost’. 😀

    p.s: a fine novembre dovrei venire un paio di giorni a Roma.
    Ci vediamo, magari?

    Un bacio.

  2. flounder Says:

    avoja che ci vediamo. sto iniziando a scrivere i post seguenti: Purgatorio e Paradiso, poi vedi che bellezza

  3. llisaah Says:

    Tra l’altro dovrei partecipare a una coreografia di Virglio Sieni proprio su Dante, a fine dicembre – per dire.
    Diavolo e acquasanta.

  4. A spasso nella Mente | Certe piccole manie Says:

    […] negli ultimi anni, le ho sperimentate allo Yad Vashem, di cui scrivevo incidentalmente qui , nelle opere di Tosatti , quel giorno che ho passato un pomeriggio cupo e dolente con Hopper e, per ultimo, […]

  5. È tanta l’importanza dell’amore vicendevole che non dovreste mai dimenticarvene. L’andare osservando certe piccolezze – che alle volte non sono neppure imperfezioni, ma che la nostra ignoranza ci fa vedere assai gravi – nuoce alla p Says:

    […] L’Inferno […]

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