La nostra natura è così fiacca che, anche quando la prova non è penosa, pensiamo sempre, sopportandola, di fare un grande atto, e ci crediamo sul serio! (S. Teresa d’Avila)

(…continua)

Ci vorrà pazienza per leggermi, come ne occorre a me per scriver di ciò che ignoro. Alle volte mi avviene di prender in mano la penna come un’ idiota, senza sapere cosa dire, né da dove cominciare. Tuttavia, farò del mio meglio per spiegarvi certe cose interiori, che credo vi saranno utili.

Così scrive, Teresa d’Avila nel Castello Interiore, e così riprendo io, dopo aver scorso le pagine di quest’opera che non conoscevo e che viene menzionata da Gian Maria durante la sua chiacchierata alla spiaggia del Purgatorio, come fonte ispiratrice della sua opera.

Nello scorrere le righe, man mano che avanzo, mi sembra che ci sia un’assoluta vicinanza allo zen.

Sono giorni, che cerco di continuare a scrivere di tutto questo, senza riuscirci. Un po’ faccio fatica a incastrare le idee, un po’ mi manca il tempo. Mi succedono cose, come ne La leggenda del santo bevitore, piccoli e grandi impedimenti, che mi distraggono dal compito e sorrido pensando che esse stesse, sono il compito. Che questa distrazione, questa frammentazione hanno a che fare col compito, anche quando non mi è chiaro, quando non lo vedo.

Allora mi sono detta che è inutile affannarmi: sono in una specie di Purgatorio scrivendo di Purgatorio, con tutto il tempo che necessita per venirne fuori, se mai se ne verrà fuori.

Dalla spiaggia del Purgatorio, che Tosatti ha voluto ambientare nel vecchio Ospedale militare, sopra ai Quartieri Spagnoli, muoviamo verso la montagna del Purgatorio, che si trova invece più a valle.

Lì per lì non so se questa cosa sia volontaria, l’aver invertito l’alto con il basso, e aver posto la spiaggia, ingresso del Purgatorio, in collina, per poi iniziare la scalata scendendo in città.

Lo saprò dopo, scalando faticosamente la montagna e poi culminando in Paradiso.

Saprò esattamente che il Purgatorio è uguale al Limbo, gli è totalmente speculare. Due luoghi che possono trattenere in eterno.

L’ho già scritto.

Due luoghi né troppo confortevoli né troppo scomodi, in cui il rischio maggiore è quello di un avvolgimento a spirale su se stessi senza mai trovare uno sbocco. Luoghi di incertezza teologica, esistenziale.

Dalla stagnazione della spiaggia alla rarefazione della montagna il rischio è quello di una perenne anossia dello Spirito.

Questa Montagna del Purgatorio è ambientata presso l’Ex Convento di Santa Maria della Fede. Ci arriviamo dopo un corpo a corpo tra centinaia di turisti che già infestano san Gregorio armeno e i decumani, molto prima di Natale.

Ci facciamo strada, ci infiliamo per vicoli alternativi, viuzze strettissime. Ci imbattiamo, in questo scontro di corpi, in un Gian Maria frettoloso e sorridente che ci indica la strada e ci dice che poi ci vediamo, ci vediamo dopo,  più tardi, ci aspetta in Paradiso. Gian Maria qui, in questo decumano congestionato, ha qualcosa di ieratico, non so spiegarlo. Come se la folla non lo ostacolasse minimamente: ha il piglio dell’arcangelo Michele mentre sta facendo tutto il possibile per ridurre la permanenza delle anime nel Purgatorio e si muove con leggerezza tra i turisti, come se a lui non fossero carne, come li percepiamo noi, ma spettro sottile che non ostacola il suo andare.

Anche qui ci tocca aspettare il nostro turno di ingresso, messi in fila e in ordine da un arcangelo negretto, come nelle tappe precedenti. Per l’ansia di completare tutto il giro dell’opera abbiamo saltato il pranzo.

Di questa quinta tappa, quinto capitolo dell’opera, che Tosatti vuole intitolare I fondamenti della luce, leggo questa recensione su ArtTribune: “Questo lavoro è ispirato da una lettera d’amore scritta da una ragazza vissuta all’inizio del secolo scorso, Paolina T., che nel 1917, all’età di vent’anni, rea di non essere una nobildonna ma una semplice “povera” – così è definita nella cartella di ricovero – non ebbe il privilegio del convento e fu internata nel manicomio di Sant’Antonio Abate, a Teramo, con la diagnosi di “immoralità costituzionale”Di qui il collegamento con la sede prescelta, l’ex reclusorio di Santa Maria della Fede, in fondo una specie di carcere per donne libere, la cui struttura diviene metafora di un percorso ascensionale che si confronta con un altro purgatorio napoletano come quello narrato da Anna Maria Ortese ne Il mare non bagna Napoli, nel capitolo dedicato a La città involontaria. 5_I fondamenti della luce è un’opera, quindi, sullo splendore insopprimibile che alberga nel fondo dell’uomo e che è il motore primo della sua esistenza anche nei momenti più oscuri.”

Nella memoria faccio fatica a ricollocare le emozioni così come le ho vissute: ho delle fotografie che mi aiutano, un susseguirsi di sequenze, una storia visiva che si racconta e mi racconta del tempo che abbiamo impiegato a crescere, a formarci.

Il Purgatorio è il nostro apprendistato, la nostra vita in costruzione, l’impegno ideologico ed egoico al tempo stesso. E’ quello che raccontava Padre Piras, che tanto avrebbe amato quest’opera.

Per quel che mi riguarda direi anche che il Purgatorio è un’errata percezione del Tempo: il giovanile credere – o l’adulto voler credere – che tutto il tempo che abbiamo a disposizione sia infinito. E dunque procrastinare, lasciarsi andare, perdersi, credersi onnipotenti, invincibili. Il Purgatorio è anche la morsa del ricordo, la zavorra del passato, la fossa scavata con le proprie mani, la fine improvvisa della festa.

E tuttavia, rispetto alla Spiaggia desolante, qui la Montagna si arricchisce, stanza dopo stanza, delinea un percorso ascensionale di liberazione e salvezza, un lento liberarsi di scorie, una progressiva costruzione che man mano mi allevia: qui scompaiono le grate e si aprono grandi finestre e terrazze dalle quali l’Anima si affaccia, passeggia, respira e si libra.

cellulare gabriella 652

Mi sembra di completare il mio giro contenta, man mano che salgo le stanze si fanno sempre più ariose e piene di luce.

Arrivo all’ultimo corridoio e mi parte un piccolo urlo: in fondo al corridoio una porta murata, tutta dipinta d’oro bronzato. Ho imparato la simbologia di Tosatti: quest’oro è il colore del Male, che ci attrae, ci riflette, ci seduce.

Questo Male sempre presente, sempre in agguato, anche nelle nostre stanze piene di Luce.

cellulare gabriella 659

Lancio un piccolo urlo, di paura e sorpresa e velocemente, quasi a perdifiato, ripercorro a ritroso la Montagna, cerco una via di fuga nel cortile e lì un poco mi acquieto.

Mentre i miei compagni finiscono il giro, penso a quel che ho sentito e ho imparato lassù: il rischio narcisista dell’autorealizzazione e dell’impegno.

Poi lentamente ci avviamo verso il Paradiso.

(…continua…)

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Una Risposta to “La nostra natura è così fiacca che, anche quando la prova non è penosa, pensiamo sempre, sopportandola, di fare un grande atto, e ci crediamo sul serio! (S. Teresa d’Avila)”

  1. È tanta l’importanza dell’amore vicendevole che non dovreste mai dimenticarvene. L’andare osservando certe piccolezze – che alle volte non sono neppure imperfezioni, ma che la nostra ignoranza ci fa vedere assai gravi – nuoce alla p Says:

    […] La spiaggia del Paradiso […]

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