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Di falli, ragni e ghigliottine.

dicembre 12, 2015

Vado indietro nella memoria per ricordare quando ti ho conosciuto, la prima volta che ho saputo della tua esistenza, rimanendone definitivamente avviluppata; ma per quanti sforzi faccia non me lo ricordo più.

Forse ti ho conosciuta in un libro, più probabilmente in un museo. Potrebbe essere il Pompidou o il Moma.

Con un ulteriore sforzo potrei risalire anche all’anno, ma la memoria mi si appanna. Mi ricordo solo di me che entro in una grande sala. In questa sala c’è una gabbia, piena di bambole di pezza incomplete: senza testa, senza arti, fatte di vecchi stracci. Su questa gabbia c’è un ragno, un enorme ragno di cui non capisco le intenzioni, non riesco a comprendere se cerchi di penetrare la gabbia per danneggiare le creature che ospita o se, al contrario, la stia proteggendo da un altro predatore che al momento è invisibile, forse in agguato da qualche parte.

Resto inebetita nella sala, a fissare la scena.

Nonostante il terrore che provo per i ragni, anche per le loro riproduzioni e raffigurazioni, entro nella gabbia aperta, insieme alle pupette di stoffa. Per un momento, insieme alla paura, che mi sale dalle viscere, profondissima, provo anche un senso di accudimento, di protezione.

Quel giorno di tanti anni fa imparo senza parole quello che da tempo già so bene: che ogni affetto è una prigione, che le madri possono tessere tele in cui cullarti e strangolarti a un tempo. Come vogliono. Come possono.

Non conoscevo ancora il Ragno Maschio, quello che da lì a diversi anni dopo sarebbe entrato nella mia vita e mi avrebbe irretito, conquistato con cura come una preda saporita, un buon bocconcino da non divorare tutto insieme, da tenere lì, nella tela di parole e di umori, di mani e odori, sapientemente avviluppata, per mangiarne un pochino all’occorrenza.

E di nuovo sospendermi lì, farmi cadere e di colpo riprendermi, offrirmi un sostegno labile e incerto, filamentoso. Carezzarmi con una lunga zampa, a distanza, intanto che le altre fossero impegnate altrove.

La prima cosa, una delle prima cose che feci con il Ragno Maschio, fu portarlo a vedere una tua mostra.

Questo lo ricordo bene, era il 2008 e Napoli risplendeva di sole autunnale.

Avevo già intravisto le sue bave translucide, il modo in cui tesseva le fila di disegni che mi sarebbero apparsi chiari solo anni dopo. Quella mattina, con i suoi ritardi che tentavo di giustificare chiamandoli stanchezza, distanza, traffico, qualcosa in profondità mi raccontava altro.

Chi ha paura dei ragni ha paura di tante cose: dei legami, dell’accorciarsi delle distanze, della propria forza creatrice, della fame. Chi ha paura dei ragni a volte si fa ragno, come sempre si diventa il contrario di ciò che si teme, per esorcizzarlo e dimenticarlo.

Il giorno che sei morta è stato come perdere qualcuno di famiglia.

Non esagero: chi ti insegna qualcosa di te, chi ti insegna a muoverti nel mondo, in qualche modo che ancora non avevi sperimentato, è un genitore spirituale.

Quel giorno ho sentito di aver perso qualcuno di importante e di dover in qualche modo celebrare la perdita.

Questo il mio lungo epitaffio, una raccolta di ragni.

L’inverno scorso ti ho trovata dovrei non avrei immaginato, in una piazza ventosa di Tokyo, che sovrastavi la città dall’alto della collina di Roppongi, in una notte piena di stelle.

Mi commuove sempre ritrovarti quando non me l’aspetto.

Ieri sera ti ho incontrata in uno dei tuoi momenti migliori: avevi voglia di chiacchierare, e hai scelto una delle migliori artiste che conosca, per parlare e per parlarmi.

Hai parlato d’amore, ieri sera. Con i tuoi modi. Con una sedia.

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La vita è una sedia.

L’amore è una sedia vuota sulla quale invitarci a sedere per riposare, dalla quale raccontarci una storia per confortarci.

L’odio e la paura sono una sedia dalla quale dominarci e spaventarci.

Il dolore è una sedia, sulla quale salire per l’ultima volta e sospendersi a una corda.

Sei scesa dal palco per consegnarmi quel foglio su cui avevi scritto, colta dalla follia del dolore, quella verità assoluta, costitutiva, quella che un giorno di tanti anni fa ha fatto in modo che ti riconoscessi e non ti lasciassi mai più:

NON MI ABBANDONARE

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Non mi abbandonare.

Non mi abbandonare.

Non mi abbandonare.

E poi restare soli, osservare quel “momento in cui il sesso e la morte sono una cosa sola. (…) Essere artisti è essere ambiziosi. Implacabili. Guardare dentro di sé fino a farsi male. Rischiare. Avere il coraggio di dire, di pensare, di raccontare. Essere nudi, esposti. Mostrarsi. Non è divertente. (…) Tutto quello che faccio è una battaglia, un combattimento all’ultimo sangue. E’ doloroso. Si rischia di morire ogni volta. Ma rischiare di morire è necessario, per sopravvivere”.

Alla prossima volta, Louise.

Nel frattempo ti ricreo dentro di me infinite volte, come si fa con chi si ama.

 

 

 

 

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