Archive for giugno 2016

È tanta l’importanza dell’amore vicendevole che non dovreste mai dimenticarvene. L’andare osservando certe piccolezze – che alle volte non sono neppure imperfezioni, ma che la nostra ignoranza ci fa vedere assai gravi – nuoce alla pace dell’anima e inquieta (santa Teresa d’Avila, Il castello interiore)

giugno 25, 2016

(…continua)

In Paradiso ci ero già stata, per un’affacciata. Era a ridosso di Forcella, la piccola pratica paradisiaca, in un vecchio opificio la cui porta era perforata da pallottole volanti, simili a quelle che nel 2004 colpirono a morte Annalisa Durante, di quattordici anni, rea di essersi trovata a passare dove avrebbe dovuto essere ‘o rosso,  Salvatore Giuliano, diciannove anni – un altro criaturo – che cadrà per mano della faida nel 2007.

Nella piccola pratica del Paradiso, 6_Miracolo, non ho scattato fotografie: la dimensione estetica era ridotta al minimo a favore della dimensione sostanziale. Grandi stanze piene di ragazzini del quartiere, mandati dai genitori come se si fosse trattato di una ludoteca, assistiti da Gian Maria e Lucrezia, l’anima che accompagna il suo animus e in cui, fisicamente, rivedevo una me ragazza, nelle forme e nei modi, in un’esilità magnetica e nervosa, elettrica.

I ragazzini costruivano un giornalino del quartiere, fatto di titoli, articoli e illustrazioni.

Cronaca nera, soprattutto. Cronaca nera e calcio. Una soltanto ha voluto scrivere di Babbo Natale. I maschietti facevano gli sbruffoni, atteggiandosi a conoscitori del mondo, della vita, del sesso, mimando gesti plateali ogni volta che la coppia riduceva al minimo la distanza fisica.

Le bambine paffute e vestite a festa, in piena controra, con i genitori che venivano a recuperarle per il pranzo e loro che imploravano, nonostante l’ora tarda, di essere lasciate ancora un poco là, con Giammarìa, come dicevano loro.

Un padre entra e Giammarìa gli mostra, in una stanzetta, la pinacoteca realizzata dai ragazzini: ha spiegato arte classica, Caravaggio, arte contemporanea, astrattismo. I ragazzini hanno provato a ispirarsi e a riprodurre. Il padre sorride lontano, più per buona educazione che per comprensione. Caravaggio è a pochi passi, con il suo portato di umanità e perdizione, ma non lo hanno mai visto, pur vivendolo quotidianamente nei gesti del popolo.

La pratica del Paradiso è un’apertura della mente: mostrare a questi ragazzini che il mondo è più vasto di quanto riescano a percepirlo. Che dentro la legittima ambizione di una bambina a diventare estetista e a fare le unghie può vivere una piccola pittrice, che dietro l’irrequietezza di un decenne che vuole fare ammuìna ci può essere acquattato un batterista, che il racconto del quotidiano può diventare mezzo di comprensione e strumento di cambiamento della realtà.

Cerco le tracce del Male, che sempre nelle Sette Stagioni dello Spirito si presenta d’oro e d’arancio: qui nessun pannello, solo scaglie minutissime disseminate in terra, all’intorno. Dove si opera per il Bene, il Male non si cristallizza, viene ridotto in polvere.

L’azione ha il modo della frammentazione, laddove altre azioni, di segno uguale e contrario, hanno cementato. Qui il Male si fracassa, per un momento si acquieta e si arrende.

All’uscita chiedo ad alcune mamme se non abbiano qualche remora o timore a lasciare un’intera giornata lì i loro bambini, nelle mani di due perfetti sconosciuti che fanno cose strane.

La mamma sorride, amara: signo’, meglio ‘ccà che ‘mmiez’a via.

***

Dopo mesi siamo all’ultima tappa: 7_La Terra dell’Ultimo Cielo, nel convento abbandonato della Trinità delle Monache, di fronte alla chiesa dei Sette Dolori, come un contrappasso inevitabile.

E’ il luogo del matrimonio mistico, dopo il fidanzamento spirituale con l’anima durante la pratica. E’ la contemplazione, che si raggiunge non prima, ma solo a compimento dell’agire.

E’ abitato, questo Ultimo Cielo, dalla presenza di molte anime: santa Teresa, che ne è la nostra principale guida e ancora Dante, sant’Agostino, René Daumal, che nel suo viaggio al Monte Analogo ricorda l’importanza di non dimenticare, nell’ascesa, il luogo dal quale si proviene, i mistici sufi, la dissoluzione della fana e l’ammonimento a che l’ascesi, la dissoluzione, non si trasformino in alterigia e arroganza per essersi finalmente liberati, i bodhisattva che di nuovo, illuminati, operano nella materia di cui sono fatti.

Così scrive Teresa alle sue consorelle, nel Castello interiore: “Ripeto, è necessario che cerchiate di non far consistere il vostro fondamento soltanto nel recitare e contemplare, perché se poi non operate nel mondo rimarrete sempre delle nane. E piaccia a Dio che vi limitiate soltanto a non crescere, perché su questa via, come sapete anche voi, chi non va innanzi torna indietro. Tengo per impossibile, infatti, che l’amore, quando vi sia, si contenti di rimaner sempre in uno stato”, ricordandoci che l’Amore, ogni amore che voglia esserlo, non è una stasi ma un processo dinamico attivo, un compiersi, un differenziarsi, un compendiare.

Anche qui, come nelle precedenti tappe, l’ingresso è solitario, individuale, come solo può essere una ricerca interiore, che si nutre degli accidenti che incontra sul suo percorso e li integra.

Sono giorni che cerco risposte, e qui le trovo. Giorni che ho tentazioni e qui imparo come respingerle. O, almeno, a guardarle in viso.

La Terra dell’Ultimo Cielo è vuota e irta: si salgono scale che danno su terrazze. Napoli è grigia, plumbea, color acciaio. In lontananza i tetti di padiglioni industriali e case risplendono di oro e arancio: mi dico che il Male è fuori, nella città, che qui sono protetta, e continuo a salire.

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I vetri sono schermati, opachi, e le forme sfumate dell’esterno rimandano a un sogno, a una distanza da tutte le cose, proprio come scrive la stessa Teresa, “essendo così lontana dal mondo e in compagnia così piccola e santa, vedo ogni cosa come da un’altura, per cui poco mi curo di ciò che si dica o si sappia di me. Più che delle chiacchiere a mio riguardo mi interesso di ogni più piccolo progresso che un’anima possa fare (…) La vita mi è divenuta come una specie di sogno, e sogno mi sembra tutto quello che io vedo. Non sento più né grandi gioie, né grandi afflizioni. E se talvolta ne provo ancora, è solo per poco tempo, tanto da meravigliarmene io stessa, rimanendomene poi con l’impressione come di una cosa sognata”.

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Procedendo nell’ascesi mi imbatto in una panchina. So per certo che è il luogo dell’attesa, proprio di fronte a un lavabo che mi ricorda la purificazione. Mi siedo per un attimo, come per un ultimo esame di coscienza e aspetto un lungo momento. Sul lavabo un grande specchio, che avvicinandomi mi consente di vedere attraverso il vetro, una serie di scrivanie.

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Sembrano cattedre di esaminatori, disabitate. Penso alla necessità di dover superare una prova, ma le cattedre sono vuote, nude, e mi dico che a quel punto nessuno più, se non la nostra immagine riflessa dallo specchio, può giudicarci oltre.

La temperatura è fresca, nonostante sia giugno inoltrato, ma quando apro il grande portone verde, che mi si richiude pesante alle spalle, proprio in cima all’edificio, il caldo nella stanza mi avvolge improvvisamente.

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Sono in Paradiso, e alberi e uccelli mi avvolgono di canti. Sento i muscoli del viso stirarsi in un sorriso che procede oltre me, immodificabile. Gli uccellini sono variopinti. Vedo canarini aranciati e gialli e mi dico che no, non è possibile che il simbolo del Male sia anche qui. O forse il Male non esiste davvero, è solo il peso e il riconoscimento che gli forniamo a renderlo tale.

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Resto in contemplazione, incantata. Così incantata da non riuscire ad andare oltre l’altare.

Dovrò ritornarci dopo, in un secondo giro, per cogliere quanto mi è sfuggito: un’enorme stanza sottoposta, piena di cristalli rotti e del mobilio che ho imparato a conoscere nelle altre tappe: il piccolo letto, le valigie, il quaderno delle riflessioni, la macchina per respirare. Osservo la stanza dall’alto, separata da un vetro, e so che il passato resta fermo lì, per sempre, immodificabile, irraggiungibile. Che tutti i cocci che abbiamo disseminato possono essere solo ammassati, come una maceria, senza poter più modificare nulla.

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E che il futuro è fuori da quella stanza con il ricordo della stanza.

Un vetro, che impone la distanza, è quanto ci protegge dal camminare scalzi sui vetri taglienti di un’intera vita. Eppure tutto, un’intera dimensione esistenziale, riposa ordinatamente sui frantumi, ad indicarmi che qualcosa è ancora possibile, a patto di non dimenticare mai.

So che ho imparato, grazie alle immagine, alle sensazioni, ciò che in altri modi cerco di imparare da una vita: che il senso tutto è nello stare in prossimità di se stessi, che certe beatitudini improvvise tendono poi a sfaldarsi, a perdere di efficacia, e che solo la memoria e la prassi possono consentire di ricominciare daccapo, ogni volta con un pezzetto di conoscenza maggiore, per acquisirla per sempre.

“Non dovete credere, sorelle, che gli effetti di cui ho parlato si mantengano sempre nel medesimo grado. È per questo che quando mi ricordo dico che ciò avviene in via ordinaria, perché alle volte il Signore abbandona l’anima alla sua natura, e allora sembra che tutte le cose velenose dei dintorni e delle mansioni del castello si uniscano insieme per vendicarsi di lei anche per quel tempo che non possono averla fra le mani”

Mi guardo le mani.

Sorrido, all’idea di essere stata così abile, nel primo giro, ad evitare l’incontro col passato, come un lapsus involontario e rivelatore. Una mancanza che mi racconta tutta. Eppure l’uccello che vola impazzito dietro i vetri per un attimo mi aveva dato un piccolo indizio: la contemplazione, priva della libertà dell’agire,  può essere una prigione.

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Mi guardo le mani e mi scopro a giungerle, come una piccola preghiera. Un ringraziamento e una piccola supplica. Per non dimenticare.

Puntate precedenti:

L’Inferno

Il Purgatorio

La spiaggia del Paradiso

Eros e Trikos – una storia d’amore e di capelli.

giugno 22, 2016

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C’è sempre un punto di inizio, una cosa che dà origine a tutte quelle che seguiranno.

E una volta che capisci da dove hanno preso le mosse certe vicende, è più facile interromperle. O anche perseverare. Ma questa volta con maggiore attenzione al dipanarsi e alle conseguenze.

Quando impari da dove tutto è cominciato, riesci a osservare la struttura dall’esterno. Talvolta a modificarla, studiandola attentamente.

Mia madre aveva paura. Aveva paura praticamente di tutto: del sole, della pioggia, delle malattie, dei cani, del sesso, di mio padre, dei terremoti, del mondo, di sé stessa.

Ora apparentemente tutto questo non dovrebbe avere relazione con la mia ossessione per i parrucchieri, ossessione che, si badi bene, nulla ha a che fare con la frequenza delle mie visite ai saloni di coiffure bensì con il modo esatto con cui mi relaziono al parrucchiere. Ai parrucchieri.

E invece esiste una relazione molto stretta, legata alla paura, una paura ereditata con il dna, con i gesti, con le forme del vivere e il bisogno profondo e coesistente di affrontare e minare il terrore del cambiamento per riuscire a trasportarsi altrove.

Avevo da bambina dei capelli lunghi e bellissimi che sfioravano la vita, per lo più stretti in due trecce lucide.

Li ho portati fino all’inizio delle scuole elementari, quando cominciai a soffrire di una tonsillite recidivante. Mia madre era convinta che l’igiene personale, le lunghe abluzioni, l’asciugatura dei capelli lunghi, che trattenevano umidità e freddi, avessero un ruolo preponderante nel protrarsi della malattia, e quindi si decise che avremmo sacrificato tutta la chioma per ridurre al massimo l’esposizione all’agente patogeno.

Avevo sette anni quando persi trecce e frangetta e mi accomodai su un taglio che mi avrebbe poi accompagnato per la maggior parte del tempo della mia vita a venire: i capelli alla maschietto.

Non esiste cosa più terribile – quando non sia frutto di una scelta personale – avere i capelli alla maschietto nell’età adolescenziale, alla comparsa delle prime forme della femminilità. In quell’epoca avevo i capelli lisci lisci, pesanti e untuosi. Credo che facesse parte del pacchetto ormonale, insieme a un cospicuo numero di brufoli, ai peli sulle gambe e a quel fetore caprino  che annuncia l’approssimarsi di un adolescente nel tuo raggio di azione, aspetto di cui sono rimasta totalmente inconsapevole fino al giorno in cui mia figlia è diventata adolescente e dentro di me si è accesa come una piccola spia di vergogna all’idea del tormento che mio malgrado infliggevo al prossimo.

Con una madre che aveva paura delle malattie e delle febbri, tutto questo peggiorava.

Ricordo di mesi di raffreddori e sciampi a secco. Che se in un primo momento pareva dare ricetto a tutta l’untuosità, nel tempo trasformava qualunque chioma in stoppa biancastra. Ricordo la forfora. Ricordo una serie di disgrazie che nel corso della vita non si sono mai più ripresentate e che hanno reso profondamente infelice il mio passaggio all’età giovanile.

A volte, nel pieno di un accesso febbrile o di una bronchite, mi lavavo i capelli di nascosto, come la cosa più trasgressiva che potessi fare.

E’ talmente difficile spiegare l’ambivalenza di questo gesto apparentemente normale: era il filo del rasoio, il crinale tra la trasgressione e la punizione. Era la libertà e il dramma. Perché se fosse aumentata la febbre o la tosse, la preoccupazione materna si sarebbe trasformata velocemente in terrore e poi ira. E l’ira di mia madre aveva i toni delle ire bibliche, quelle che fendono il mondo e le rocce e ti lasciano nudo e sanguinante.

Ci sono bambine che reagiscono alle invasioni della sfera fisica, personale – da parte di genitori troppo ansiosi – diventando adolescenti ribelli, anoressiche, drogate, promiscue, alcoliche, maniacali o chissà cos’altro.

Io no.

Io reagii trasgredendo su tutto quello che riguardasse i capelli.

All’inizio fu dura. Erano piccole trasgressioni: non potevo tingerli, non potevo arricciarli con una permanente, non potevo illuminarli con mèches.

C’era un divieto assoluto, e soprattutto non ne avevo i mezzi economici.

Però potevo tagliarli, potevo tagliarli quanto volevo, come volevo. Era la piena disponibilità del mio corpo.

Ero tondetta e non potevo mettermi a dieta: le invasioni della sfera personale passano molto attraverso il cibo. Noi del Sud siamo gente di tavola, siamo gente che l’amore lo impiatta, lo sfiletta, lo abbonda nei condimenti, lo bissa, lo riscalda e te lo ripropone per cena,  lo farcisce, lo stufa.

Non avevo controllo sul mio corpo, su quello che entrava attraverso la mia bocca.

Questo lo acquisii più tardi, iniziando l’Università e cominciando a mangiare alla mensa, dove potevo scegliere il come e il quanto. Dimagrii all’Università e non tornai mai più tonda, se non per ospitare mia figlia.

In compenso  avevo controllo sui capelli. Sperimentai tagli corti, tagli medi, tagli asimmetrici, rasature di ogni tipo, parrucchieri da donna e barbieri. Per anni fui la modella di chiunque volesse esercitarsi a sperimentare forme ardite. Tutto. Tutto tranne colorare e riflessare. Molto dopo, ripensando a tutto questo, mi è venuto da sorridere: quasi come un apprendistato erotico, tutto dedito al preliminare e girando intorno al vero desiderio, quello per cui non si è pronti e si ha timore, quello per cui si ostenta un meccanismo di sfida sfacciata ma solo perché si sa che per cause esterne la sfida non potrà essere condotta fino in fondo, che qualcosa dall’esterno si interpone e in fondo ci protegge.

Non ricordo  la prima volta in cui ho colorato i capelli, così come non ricordo la prima volta in cui ho fatto l’amore. Ero adulta, in entrambi i casi, e totalmente spaventata. Così spaventata da aver osservato i due fenomeni dall’esterno, come dall’alto, senza alcuna forma di partecipazione emozionale. Di fatto ricordo precisamente i luoghi e i modi di entrambi,  dei dettagli situati esattamente trent’anni fa e di cui non ho alcuna traccia emotiva, se non la memoria, situata in qualche luogo all’altezza dello stomaco, della paura di essere lì in quel momento, e della scelta di anestetizzarmi per non esserci completamente.

Da allora è accaduto di tutto: sono stata nero corvino, bionda, castana, méchata, brizzolata, permanentata, allisciata, cheratinata. Ho sperimentato tutte le innumerevoli possibilità del rosso, ho gocciolato henné su teli da spiaggia, spiegandoli come una sacra sindone, ho decolorato, decapato, glossato, ritonalizzato.

I miei parrucchieri, tranne sbiaditi e rarissimi casi, sono stati uomini.

Di tutti ricordo i dettagli, i modi, la ritualità. Come i baci, le parole e le idiosincrasie di chiunque abbia amato.

Ce n’era uno, l’ho frequentato per qualche tempo, che era un musicofilo: con  cura sceglieva la musica da abbinare a ciascuna cliente. Mi faceva dei colpi di luce sul ciuffo che mai più nessuno è stato in grado di replicare. Una volta, nel pieno della relazione, quando potevo concedermi già qualche confidenza, mi presentai con il Concierto de Aranjuez, un’altra volta col Bolero di Ravel.

Ma il punto di massimo godimento lo raggiungemmo su un intervento che durò un paio d’ore, per il quale scelsi Keith Jarrett e il Koeln Concert, che alla fine del trattamento gli regalai.

La nostra relazione terminò a causa dell’intervento della sua consorte, che in uno dei nostri incontri ai quali pacificamente assisteva dalla cassa, mi avvicinò privatamente per propormi un servizio di colorazione pubica che riprendesse le medesime nuances del capello, che avrebbe effettuato lei stessa in una saletta defilata del salone, proposta che mi lasciò turbata e scandalizzata a un tempo, lasciandomi intravedere una familiarità mai sollecitata e la possibilità che nel tempo la nostra relazione si trasformasse in un ménage à trois ma, quel che è peggio, che saremmo finiti a trattare i capelli con il sottofondo di Eros Ramazzotti o chissà chi.

A un certo punto della mia vita lavorativa mi trasferii a Milano. Si era al principio degli anni Novanta e Milano era ancora tutta da bere e pettinare.

Lavoravo e vivevo in pieno centro, a pochi passi dal Duomo.

Il mio ufficio era proprio di fronte al Cenacolo, che non visitai mai, preferendogli, nell’androne di un cortile di fianco, un salone di bellezza molto lussuoso. Erano i favolosi anni Novanta, la crisi era lontana e certi lussi ancora alla mia portata.

Quando approdai nel salone la mia cadenza mi tradì all’istante e il parrucchiere, originario calabrese ma ben camuffato, mi raccontò che aveva clienti – clienti peraltro notissimi di cui non farò nomi ma che all’epoca erano sicuramente tra i più ricchi di Napoli – che gli erano talmente affezionati da muoversi in aereo per andare da lui a farsi tagliare e pettinare, uomini e donne. L’intera famiglia, nipotine comprese.

E io pensavo all’idiozia del riaffrontare un viaggio aereo di ritorno, con l’aria pressurizzata che ti ammoscia tutta la messa in piega, e mi dissi che era una bufala e che stava lì a millantare per giustificare con me la salatissima parcella da primario tricologico.

Solo che anni dopo, molti anni dopo, questi signori ricchissimi che nel frattempo erano leggermente caduti in disgrazia, io li conobbi. E dopo due o tre incontri decisi di appurare la leggendarietà del racconto, scoprendo che invece era vero e che forse, sotto sotto, un poco della disgrazia economica in cui si erano imbattuti, forse pure se l’erano meritata con questo spendi e spandi incontrollato per due bigodini e un poco di lacca.

In quel periodo ero nella fase del fai da te, che è tornata spesso negli anni, dipendente non tanto dall’aspetto economico, ma dalla precisa volontà di operare direttamente sul mio corpo, unica artefice della trasformazione, come quando da sola mi bucai i lobi delle orecchie per dimostrare a me stessa che non avevo paura del dolore e poi diventai bianca bianca fin quasi a svenire: indossavo un henné aranciato da fricchettona, che a Milano, dove mi occupavo di tessili pregiati, insieme a noti economisti e magnati giapponesi, non era ammissibile. Così decisi di rivolgermi a un professionista  per tornare a una castana sobrietà. Scelsi lui, per praticità. Nella pausa pranzo.

Lo scienziato esaminò con cura la chioma, la passò attraverso dei macchinari e delle lenti per analizzare le squame, strappò un paio di fili che depositò su un vetrino con un reagente e alla fine dell’anamnesi tirò fuori la diagnosi e anche la possibile cura: era un intervento delicato, delicatissimo, con un’ampia possibilità di insuccesso.

Se le cose fossero andate bene, sarei diventata castana.

In caso di fallimento, invece, i capelli sarebbero diventati totalmente verdi e non ci sarebbe stato nulla da fare se non tagliarli quasi a zero. Che la cosa non dipendeva da lui, ma dalle mie possibili reazioni e che comunque era un intervento che non poteva essere fatto su due piedi, ma andava programmato.

Sfogliò l’agenda e mi accomodò per la settimana seguente, salutandomi non privo di indicazioni e di una costosissima terapia da seguire a domicilio, fatta di lozioni acide, sciampi neutri e cose così, in modo da rendere il capello non so più se molto arido o molto idratato e permettere al reagente di attecchire e decaparmi tutta. Decapare è una parola che mi ha sempre fatto pensare alla ghigliottina e alla Rivoluzione Francese, al perdere la testa. Che in fondo forse era quello, in una forma simbolica e meno drastica.

L’intervento durò circa tre ore e lasciò tutti con il fiato sospeso, per l’ansia. L’odore del reagente era simile a quello dello sverniciatore del legno, con esalazioni mefitiche che mi fecero lacrimare gli occhi e mi irritarono per giorni il cuoio capelluto, ma alla fine dell’operazione ero salva e castana.

Mi felicitò tutto lo staff, le infermiere, i portantini, come per essere scampata a una malattia mortale. Pagai di buon cuore l’onorario del chirurgo e finalmente Milano mi accolse come meritavo: una castana signorina ammodo che andava alla Scala, a Brera, ad ascoltare il jazz, i fine settimana a Portofino e gli aperitivi ai Navigli.

Adesso molti penseranno che io esageri, che in fondo tutte le donne di tutto il mondo esercitano un’innata cura per la propria capigliatura e che non ci sia nulla di strano in questo mio smodato interesse, come non ve ne sarebbe laddove spostassi l’attenzione ad un altro dei tipici feticci femminili, le calzature.

Mi rincresce sconfermare questa semplice e riduttiva visione del mondo, ma non posso altrimenti, e la ragione per cui l’argomentazione mi riesce estremamente facile per lo smantellamento di questa ipotesi è che nel resto del mondo le donne operano sui propri capelli al fine di valorizzare la loro femminilità e bellezza, ungendoli con burri e oli, setificandoli, coprendoli ove richiesto per non suscitare brame incontrollate nel maschio, sacrificandoli e  offrendoli in dono alle divinità, lasciandoli allungare per occasioni importanti quali il matrimonio e altri riti di passaggio.

Nel mio caso la cura spasmodica del capello non hai quasi mai coinciso con la miglioria estetica, ma piuttosto con una subdola mortificazione della carne.

La chioma come un cilicio, eterna punizione per avere ormoni, curve e desideri.

In un’altra epoca sarei stata una santa, una Teresa d’Avila o una Giovanna d’Arco, chiusa in convento a sciorinare odi al Signore per addomesticare ogni sorta di passione terrena o ardita combattente in nome della Fede.

Nel mio caso la cosa procedeva sotterraneamente, senza offrirmi né l’una né l’altra possibilità, ma solo uno sconcertante panorama di ricci,  che nel ricordarmi la mia natura, si alleavano con i sotterranei moti del mio cuore, sì che non appena mi distraevo un attimo, pretendevano, da me e da altri, attenzioni e tutto il resto.

Le mani tra i capelli. Le mani altrui tra i capelli, per esempio.

Come spiegare che è una delle cose che amo di più e alla quale ho rinunciato per non soccombere a me stessa? Se Sansone aveva la sua forza nei capelli, nei miei si annidava la mia debolezza. Tagliavo per non cedere, per mimetizzarmi. Per confondere i miei desideri.

Erano anni in cui cedetti anche le forme, per quanto possibile, in cui provai a essere invisibile, bidimensionale. Gli anni della paura, che si presentava ogni volta che qualcosa sembrava piacermi, piacermi così tanto da portarmi oltre me stessa, in un altrove che mai avevo sperimentato.

A volte il pericolo ama i travestimenti, i depistaggi.

Convinta che il Male fosse tra i ricci, lasciai il collo scoperto per anni. Fragile, bianco, vulnerabile.

Con la convinzione che fosse insensibile.

E invece il pericolo si acquattava lì, alla base della nuca, dietro le orecchie, lungo i tendini, percorreva lo sternocleido-mastoideo, saltellava tra l’atlante e l’epistrofeo.

In altre parole, ero femmina, e non ci potevo fare assolutamente niente. E quel che è peggio, ero una femmina ipersensibile.

Uso il passato per difendermi, come un ulteriore armatura, come se allontanando la definizione non ne venissi più toccata, come se la cosa non mi appartenesse. Ma non è così, lo so bene. Mi piace ignorarlo, come tutte le cose che turbano la quiete.

Ho avuto anni di tregua, anni in cui ho vissuto lontano, in climi molto umidi che mi facevano dimenticare i capelli. Erano morbidi, sinuosi. Come lo ero anche io, lontana da certe forme dell’apparire e dell’essere. Ero giovane, non avevo ancora imparato la difficile arte del decondizionamento e dell’asciugatura casuale, dello spettinato esistenziale. E che mai maneggerò con la sufficiente maestrìa.

In quegli anni ero in pace con tutto, con le ambizioni e le vertigini del cuoio capelluto. Scorreva il tempo in modo lieve, senza sensi di colpa, fluttuante. Senza necessità di doversi ancorare a nulla, come accadde in seguito.

Non ebbi amori né parrucchieri, ed ero felice.

Poi la mia vita tornò ad assestarsi, stabile e stanziale. Conobbi la provincia e la grande città: in una vivevo e in una lavoravo.

Per molti anni vissi la follia del barcamenarmi tra più relazioni, contemporaneamente: alcuni li vedevo il sabato mattina, più o meno vicino casa; altri li incontravo nella pausa pranzo.

A tutti mentivo, spudoratamente. Il parrucchiere, come un amante, richiede una fedeltà sciocca e ignobile. Proprio come quegli uomini che tradiscono la moglie e poi ti tormentano con insensate scene di gelosia e di possesso.

Non avevo scelta oltre la menzogna: a Gaetano raccontavo che mi era toccato un matrimonio in altra città, ad Alberto che ero stata in missione all’estero, a Michele che avevo ricevuto in dono un buono prova.

Ho mentito per anni, senza vergogna. Pagavo, e tanto mi bastava. E pagavo fintanto che ne fossi soddisfatta. Dai racconti delle mie amiche sui loro mariti avevo tratto un importante parallelo: dopo qualche tempo la passione scema, si diventa complici, intimi, affezionati. Ma la novità e il trasporto venivano meno. Ho ascoltato storie terribili di ménage coniugali appiattiti su un sesso mansueto e sopito, al giovedì, insieme agli gnocchi, o quando la squadra del cuore vinceva il campionato.

Con i parrucchieri succedeva la stessa cosa, credo.

Dopo un po’, quando trovavamo un certo affiatamento, svaniva del tutto il senso della sorpresa. Allora diventavo qualcosa di conosciuto, di infinitamente noto. Il peggio era quando tiravano fuori la scheda colore per riprodurre a distanza di un mese o due la stessa alchimia che mi aveva appassionato nel precedente incontro, senza curarsi di me, di cosa fosse cambiato nel frattempo, di cosa avvenisse nella mia vita, se avessi bisogno di essere supportata o blandita, esaltata o ridimensionata.

Credo che sia per questo che ho difficoltà con l’Amore: è che a volte lo vedi sotto una luce al neon o su una cartella colore e non in pieno sole e poi scopri che sono due cose completamente diverse. A volte certe colorazioni mi irritavano la cute per giorni, esattamente come certi figuri petulanti; altre sbiadivano in un niente, con tre lavaggi, come personalità sfuggenti, non ben  fissate; altre, infine, mi inaridivano le fibre, proprio come quegli amori a senso unico, senza scambio, che succhiano energia fino ai bulbi, lasciandoli impoveriti.

Negli anni avevo imparato delle parole, che mi venivano somministrate dallo sciamano di turno, come possenti mantra: anagen, katagen, telogen, kenogen, abracadabra, chiudi gli occhi, esprimi un desiderio e vedrai che si avvererà.

Poi aprivo gli occhi e non accadeva nulla: avevo il solito caschetto con le punte all’insù o quel ciuffo ribelle da tirare dietro l’orecchio e arrotolare nei momenti di nervosismo. Tricotillomania, si chiama.

Ed è della stessa famiglia del mangiarsi le unghie, tirar via le pellicine e infliggersi piccoli e inutili tormenti per aggirare quelli grandi e distrarsi un poco dalla paura.

Ho sempre avuto una gran massa di capelli. Devo sfoltirli in continuazione, crescono come cespugli, floridi e velocissimi. Di più dal lato sinistro, perché dormo rannicchiata sul destro. Nei periodi in cui sono stata fedele, i miei parrucchieri si stupivano della rapidità di allungamento. Ancora oggi mi capita che la gente mi incontri per strada, a distanza di qualche mese, e non mi riconosca per il cambio radicale di aspetto.

Non credo sia una cosa buona, ma sono sicura che serva, che abbia una sua precisa funzione. Forse come quegli animali che cambiano colore per nascondersi ed evitare i predatori, per meglio adattarsi all’ambiente. Non so. So che mi serve a reinventarmi, a darmi la possibilità – o forse solo l’illusione? – di un nuovo inizio, quando le cose rallentano o non vanno particolarmente bene. Ma anche quando vanno benissimo, come prova di entusiasmo e dell’ingresso in un nuovo ciclo.

Poi accadde che iniziai a perdere i capelli. Iniziò un diradamento che non lasciava presagire nulla di buono. La prima volta avevo sedici anni, la seconda trentatré.

Dissero che era stress.

La prima volta mi propinarono fiale, lozioni, vitamine, lieviti, punture. Ma a me sarebbe bastato vedere i miei genitori non separarsi.

La seconda volta dissero che era per colpa dell’allattamento, che il mio corpo era stremato dal nutrire e non riusciva a ristabilirsi. Con un apparecchio modernissimo mi sottoposero a un’ecografia dei bulbi piliferi e dei pori. Visti così, ingranditi, sullo schermo che avevo di fronte, sembravano piccole bocche aperte, che non avevano la forza di richiudersi e trattenere. Era un lasciarsi andare che aveva preso svariate forme: virus che si annidavano in vari punti del corpo, afte, febbricole. Io tutta mi lasciavo andare, mi perdevo. Poi lasciai andare mio marito e la sua violenza, e di colpo tutto rifiorì.

Per il mio matrimonio mi ero affidata alle mani di Franco, che frequentai per lunghi anni. Franco aveva inaugurato in città – o meglio, nel primo centro commerciale della città – un salone in franchising. Era una catena francese in cui mi ero imbattuta molti anni prima a Parigi, che mi piaceva per le forme assolutamente scanzonate dei tagli, per le modelle dei cataloghi, totalmente prive di trucco e di fronzoli, che anche nelle sfilate apparivano come appena scese da una barca, o alzate dal letto dopo una notte selvaggia, o prese in uno scatto a sorpresa durante la spesa, con una baguette sotto il braccio, un cane. tre bambini e un immancabile sorriso sulle labbra. Naturalissime nella posa e nella pettinatura.

Con Franco iniziarono le sperimentazioni serie, gli esercizi. Ci prese talmente tanto gusto che oltre ai giorni prefissati, in cui si effettuavano sconti alla clientela, continuava a praticarmi sconti in tutte le giornate della settimana, divertito dal mio coraggio e dalla intraprendenza. Mi accoglieva con un enorme sorriso e con gli occhi che gli brillavano di contentezza. Quando mi allontanavo o partivo per lavoro, anche per periodi lunghi, faceva sempre in modo che nei mesi a seguire mi ricordassi di lui, con una sfumatura diversa, un colore ponderato, un taglio pensato per durare senza crearmi imbarazzi.

Non ebbi il coraggio di dirgli che mi sarei sposata.

Un giorno mi presentai al salone, era di pomeriggio, per preannunciargli che di lì a poco avrei partecipato a un matrimonio. Non gli rivelai mai che era il mio. Gli raccontai del vestito che avrei indossato: un tubino lungo beige, disseminato da minutissime perle tonde e scaramazze. Riprodussi, su minuscoli fermaglietti la stessa decorazione dell’abito e una mattina – la stessa del mio matrimonio, previsto al pomeriggio – mi presentai per farmi legare le ciocche e sistemare pazientemente, uno a uno, i decori di perle. Mi dicevo che in questo modo avrei evitato di pagare le cifre spropositate che normalmente i parrucchieri chiedono alle spose, speculando sul giorno più bello e importante della loro vita. E di fatto pagai la stessa cifra di una seduta normale, con un inspiegabile magone nel petto.

Al salutarmi Franco mi disse che avrei dovuto essere io, la sposa, bella com’ero quel giorno.

Fu l’ultima volta che lo vidi, un po’ per il dispiacere di avergli mentito, ma soprattutto perché rimettere piede nel suo salone, ogni volta mi avrebbe ricordato l’errore commesso, di cui ero talmente consapevole da aver passato sotto silenzio quello che avrebbe dovuto essere un momento così importante.

Mi sono sposata per paura, dopo quasi vent’anni posso finalmente dirlo. Una paura travestita da testardaggine, da sfida, da innumerevoli altre cose che conoscevo tutte, e che mi erano rimaste impigliate tra i capelli, indistricabili.

Per un certo tempo frequentai Mimmo, un barbiere che aveva la mano d’oro. Era manierato e grezzo a un tempo, con l’unghia del mignolo lunghissima e nessuna cognizione del congiuntivo. Ma faceva correre le forbici sul collo provocandomi brividi di piacere. Per non mettermi in imbarazzo con la clientela maschile e i discorsi che ne provenivano, mi riceveva il lunedì, nel giorno di chiusura.

Abbassava la saracinesca a metà, per non essere disturbato e per evitare ingressi inopportuni. Mi prestava un grembiule da concorso, che se fosse arrivata la Finanza o la Confcommercio per un controllo, avremmo detto che stavamo facendo le prove per una manifestazione importantissima.

Uscivo androgina e bellissima, con sfumature alte da marinaio che pungevano la mano e quando mi accarezzavano mi sentivo un gatto selvatico, di quelli che inarcano la schiena e drizzano il pelo per non dare soddisfazione. Per lasciar credere di non appartenere, di essere i padroni dello spazio e del tempo. Ma è solo una finzione. Anche i gatti lo sanno.

Poi accadde qualcosa che non ricordo, forse mi innamorai di qualcuno che mi voleva più femminile e per un certo tempo abbandonai la caserma. Ma non ne sono certa, credo di stare inventando per coprire una falla nella memoria o qualcosa che non ho assolutamente voglia di rivangare.

Ma c’è stato un momento, un momento preciso in cui il mio rapporto con i capelli è cambiato e si è introdotta una devianza estetica. Di colpo non volevo più recidere, non volevo tagliare, non volevo rinunciare a niente. Avevo scoperto una parte di me che mi piaceva moltissimo e volevo che fossimo amiche.

All’epoca il mio favorito era Albano, che sapeva regalarmi sfumature ciliegia e certi trattamenti costosissimi che annientavano il crespo. Una specie di tortura medioevale fatta di tiraggi dolorosissimi e precauzioni: per quarantott’ore dovevo evitare qualunque forma di umidità: da quella atmosferica alla sudata della palestra ai vapori della cucina. I momenti migliori per intervenire erano nella mezza stagione, quando il caldo non incombeva. Controllavamo la meteo per decidere il giorno perfetto. I giorni, anzi, perché il trattamento si svolgeva su due giornate.

La materia era composta da piccole palline che sembravano di plastica, grandi poco più del caviale ma costose quanto uno delle migliori qualità. Le pesava in un bilancino come si fosse trattato di cocaina – e al grammo me le vendeva – poi le scioglieva lentamente, in un cucchiaio simile all’assenzio, le stendeva su ciascuna ciocca con un pennello piatto e durissimo, che lasciava le ciocche come incollate. Poi riscaldava una piastra per saldare l’impasto ai miei capelli.  Il giorno seguente si ricominciava.

Ricordo una sera di aprile, poco prima del mio compleanno, in cui fummo sorpresi da un acquazzone improvviso che avrebbe distrutto tutto. Albano escogitò una fuga sotterranea: mi coprì la testa con una busta di plastica e mi trascinò nei meandri interrati del Centro Direzionale di Napoli, in modo da farmi raggiungere la mia automobile, parcheggiata dal lato opposto del quartiere, senza che una sola goccia d’acqua mi sfiorasse.

Per fortuna le giornate erano ancora corte e nel buio nessun passante intervenne per sventare quello che al primo colpo d’occhio aveva tutta l’aria di essere un rapimento perpetrato con una violenza inimmaginabile, con una busta di plastica in testa con cui il mio rapitore, se solo avesse voluto, avrebbe potuto soffocarmi.

Con Albano sarebbe andata avanti a lungo. E’ stato il parrucchiere più amato, la relazione tricologica più lunga che mi sia mai consentita. Addirittura monogama.

Quella volta fu lui a lasciarmi: aprì un secondo salone al Vomero e mi abbandonò nelle mani di giovani tirocinanti sovrappeso che nulla avevano in comune con lui.

Per un certo periodo, per riprendermi dal dispiacere e dall’addio, frequentai una scuola di estetica: un posto di cui eravamo venute a conoscenza con un passaparola segretissimo. Lavoravo al sedicesimo piano di un grattacielo e loro erano al ventunesimo. Un esercito di apprendisti stregoni, diretti da un effeminato milanese che dava ordini con lievi cenni del capo, minuscoli spostamenti del mento, alzate di sopracciglia e dita che delicatamente fendevano l’aria, come un direttore d’orchestra.

Non si pagava niente, solo il costo delle materie prime impiegate. Pochi spiccioli. In compenso non si poteva negoziare su nulla: se volevano tagliare, tagliavano, se volevano renderti viola, ti violavano. Non ricordo i dettagli, ma si veniva ammessi come ad una sorta di loggia massonica. Bisognava entrare e uscire con estrema discrezione, senza proferire parola con nessuno. Forse avevamo delle parole d’ordine, ma non ne sono sicura, sarà uno scherzo della memoria.

Poi di colpo scomparvero, senza dire nulla. Un pomeriggio, nel giorno convenuto fin dall’inizio, salimmo e avevano smantellato tutto. Chiedemmo al portinaio dello stabile, agli altri occupanti l’edificio, ma nessuno seppe dirci nulla. Di più: nessuno sembrava sapere dell’esistenza della scuola.  Come in un romanzo di Saramago finimmo per convincerci che la scuola non fosse mai esistita e che in realtà l’avessimo solo sognata, desiderata a tal punto da credere fosse vera.

Quando iniziai a ballare il tango avevo i capelli abbastanza lunghi. Li legavo a coda per il caldo, il sudore mi imperlava la fronte e il collo. Furono gli anni dei rossi esplosivi. Una droga da cui non ho mai smesso di dipendere. Rossi autunnali, rossi anticonvenzionali, rossi dubbiosi e relativi, rossi aggressivi e passionali, rossi turbolenti, furiosi, rossi imploranti e ricattatori.

Ho provato svariate volte a disintossicarmi, ma sempre ci ricasco, come una debolezza acquisita, un piacere segreto che mi tiene compagnia quando mi sento sola e sfiduciata, come altre fanno con l’alcool o un toyboy.

Quando iniziai a ballare il tango avevo da poco riscoperto l’henné: non quello aranciato della mia giovinezza, ma un prodotto sofisticato, che avevo studiato con un anziano erborista di Sabaudia che conosceva tutte le misture del mondo e trascorreva oziosi pomeriggi estivi a raccontarmi le differenze tra le colorazioni egiziane e iraniane, indiane e pakistane. La parola che mi stregò fu  picramato di sodio: un ingrediente segretissimo e probabilmente tossico  che nessun ortodosso dell’henné poteva tollerare ma che lui, che aveva vissuto lungamente a Parigi con una compagna asiatica molto ma molto ma molto più giovane di lui, aveva iniziato a spacciare nelle classi bene che, pur stufe dell’arancio marcato, non accettavano l’idea di colorazioni del tutto sintetiche. Lo tagliava, come si tagliano le droghe, e me lo consegnava in una bustina odorosissima. Credo di averne ancora una discreta scorta occultata in un cassetto del bagno. Odora di erba, un misto di spezia e marijuana.

Mi sono sempre chiesta se tra i miei ospiti ci siano quelli che, accomodandosi nei bagni altrui, aprano i cassetti – io a volte  lo faccio, per sentire gli odori degli altri – e, al salire dell’effluvio, lo identifichino o non credano piuttosto che conservi lì, con nonchalance, droghe esotiche e leggere per momenti di evasione.

A un certo punto, scientemente e per ragioni che ho rimosso e non voglio ricordare, travestite dalla noia di dover continuamente ritoccare la ricrescita, decisi che volevo invecchiare. Erano anni che mi arrossivo, avevo completamente dimenticato il colore naturale dei miei capelli, ma soprattutto non sapevo cosa vi avrei trovato.

Rasai tutto, ripetutamente, per mesi, fino ad arrivare alla colorazione naturale: un sale e pepe disomogeneo.

Ho un grande ciuffo bianco sulla tempia destra, ce l’ho dal 1998, mi è venuto tutto in una notte.

Ero in Africa e mi ammalai di malaria. Nonostante le cure, nessuno mi aveva spiegato bene le caratteristiche della malattia: che dovessi evitare il sole, ad esempio, o la feroce intermittenza delle febbri. Così, un giorno che credevo di essere guarita, trascorsi  l’intera giornata camminando in una piantagione di banane. La sera un tracollo improvviso, mancanza d’aria. A quattro zampe mi trascinai alla porta del mio vicino di albergo, un anziano francese con cui condividevo lavoro e serate in cui mischiavamo le nostre solitudini in racconti pieni di Napoli e Marsiglia, della mia vita un poco scombinata e delle sue quattro figlie lontane e dei nipotini. Chiesi un medico d’urgenza, prima di svenire.

Il dottor Safi arrivò in pochi minuti, mi strappò la maglietta e mi fece un massaggio cardiaco, poi una flebo di qualcosa. Poi mi accese una sigaretta e me la posò tra le labbra.

Obiettai che mi faceva male, ma lui ridendo rispose che poteva essere l’ultima, e che la malattia mi poteva far peggio.

Poi dormii e al mattino avevo questo gran ciuffo bianco.

Quando ho deciso di invecchiare, un bravo parrucchiere ha omogeneizzato tutta la testa, mi ha sbiancato uniformemente, impresso dei bei colpi di sole argentei. Mi piacevano moltissimo. Erano chic e austeri.

Poi mia figlia mi ha detto di smettere, che non ero abbastanza vecchia per lasciarmi invecchiare e un poco alla volta mi ha convinto. Dopo sei, sette mesi, ho accettato di ringiovanire, almeno formalmente e poi, un poco alla volta, anche dentro.

Mia figlia è rossa per scelta, come me, come se qualcosa nei nostri geni ci tradisse e ci obbligasse a rivelarci o a nasconderci. Non gliel’ho mai vietato, volevo che arrivasse alla sua natura prima di quanto ci sia arrivata io. Con meno paura.

Di colpo mi sono ritrovata giovane e piena di voglie e non la ringrazierò mai abbastanza.

Mai abbastanza, soprattutto in questi giorni, quando ho rinunciato al mio utero, alle mie tube e ho continuato a sentirmi giovane, anche desiderabile, e mi sono data un rosso rame che lungi dal farmi sentire ossidata, mi protegge, come il verderame, da tutte le malattie.

Da quando ho cambiato città le cose sono diventate complicate: qui in Capitale per andare da un parrucchiere ci vuole la raccomandazione di qualche Ministro, forse del Papa. Bisogna prenotare, parola odiosissima. Ottimizzare, definire, concordare.

Ma il parrucchiere è la liberazione, la realizzazione di un impulso, l’erompere incontrollabile del desiderio. E’ come se programmassi un amplesso. Mi vengono in mente quelle donne che non riescono a rimanere incinte e programmano i rapporti col marito, con l’ausilio dei dosaggi ormonali: oggi alle tre e venticinque il progesterone raggiungerà il suo picco massimo, non c’è tempo, bisogna agire. E vai di reggicalze e guepiere per favorire la velocità, mentre lui si districa nel traffico per arrivare in tempo all’appuntamento fatale, pena il ripetersi delle fauste circostanze astrali e ormonali tra non meno di ventisei giorni e non più di trenta.

No, no, e no. Il parrucchiere è un incontro libero, mosso dal desiderio e non dalla necessità.

Cioè sì, a volte sì, ma solo dalla necessità di una gratificazione momentanea, non per un progetto a lungo termine.

A Roma ne ho già frequentati diversi. Il primo è stato un signore del Testaccio, un microscopico salone frequentato da transessuali, in cui sono stata non più di tre volte, e tutte e tre per tagliare moltissimo. Le signore mi guardavano allibite, intente a farsi applicare ciocche lunghissime e a coltivare femminilissime chiome.

Ho smesso di andarci perché mi sentivo diversa.

Poi ne ho provata una, una donna, questa volta, che mi è stata odiosa. Mi ha messo davanti un catalogo di tagli e colori e mi ha detto: scelga.

Scelga? Ma stiamo scherzando? Siamo impazzite? Io non scelgo nulla, la parrucchiera è lei, è lei che saprà cosa fare di me, delle mie caratteristiche, della qualità dei miei capelli, del modo in cui, oggi, qui in questo momento, mi vede e mi impara.

Non c’è stato verso, non voleva la responsabilità.  Ho lavato e messimpiegato e sono uscita disgustata da tanta irresponsabilità e mancanza di deontologia: se le avessi chiesto di diventare bionda, mi avrebbe fatto bionda, la pusillanime.

Poi ho incontrato Glauco. Ci passavo davanti spesso, in questo salone anni Settanta semi deserto. Ne usciva bella musica. Così una mattina mi sono fatta coraggio, benché non ci fosse nessuno e sono entrata: ho conosciuto Glauco e Stefania, sposati da oltre trent’anni: lei fa il colore e lui taglia.

Due persone splendide, con un passato alle spalle che solo a tratti intuisco. Un passato denso e complesso. Due persone che si amano e si apprezzano moltissimo, che si riversano stima e affetto in ogni gesto, che hanno separato rigorosamente gli ambiti. Da loro mi sento quasi come in famiglia.

Ci sono ragazzi, tra i clienti, e anziane donne. I ragazzi arrivano a volte con chitarre e improvvisano pezzi metal o cantautori americani, mentre le vecchine battono ritmicamente il tempo con la testa e le mani.

Disseminati all’intorno oggetti, sculture di legno che fa lui, testi buddhisti, vestigia di un passato glorioso, fatto di diplomi e riconoscimenti, ma ormai decaduto. Glauco ha sessantadue anni ma ne dimostra molti di meno: un fisico possente, muscoloso, da praticante di arti marziali.

La testa completamente rasata, i tatuaggi, l’orecchino, un pizzetto. Un erotismo insopprimibile che si rivela nel modo in cui tocca i capelli, il collo, nelle parole, nel modo in cui si staglia davanti, alto, con il pube quasi ad altezza viso. Un uomo pulito, nessuna confidenza oltre il limite, nessuna libertà licenziosa. Glauco è erotico in quanto lo è. Mi parla in napoletano, mi chiama la scugnizza. Non è geloso. Il primo parrucchiere che non è geloso e non si offende se lo tradisco. Sa che se torno da lui è perché mi piace. Perché è lui che voglio, non è un ripiego. Sa che possono trascorrere mesi ma poi ritorno, per le sue mani nei capelli, perché quando gli chiedo: oggi che mi fai?, mi risponde: che cazzo ne so? Mo’ vediamo.

Glauco mi vede, come mai nessuno mi ha visto prima.

In questi mesi ho imparato a fermarmi da loro anche per un caffè, al pomeriggio. Per il piacere di sentirmi accolta e ascoltare con loro un po’ di musica buona.

Un giorno si era tatuato una daruma sul braccio, e a tutte le clienti spiegava il senso di quel tatuaggio, del fatto che abbia a che fare con la realizzazione di un desiderio o un’ambizione e solo dopo, dopo che si è avverato, si disegna l’altro occhio. La Daruma non è il simbolo della fortuna, ma quello dell’impegno, per questo è cieca da un occhio, per ricordare la necessità della perseveranza. Ed è tonda sotto, oscilla, per ricordare l’importanza della tenacia e del non cadere mai.

Non gli ho chiesto niente, si vedeva che aspettava una domanda da me, un piccolo commento.

Gli ho recitato una filastrocca giapponese per bambini:

Una volta! Due volte!

Sempre il Daruma di rosso vestito

Incurante torna seduto!

ed è finita lì, ci eravamo capiti.

Poi ne ho conosciuto un altro, una specie di colpo di fulmine. So che potrebbe cambiarmi moltissimo. E’ un avanguardista.

Non ho ancora avuto il coraggio di andarci, ho solo esplorato lungamente il suo ambiente.

So che mi trasformerà. So che potrebbe addirittura rendermi pronta a un nuovo amore. Nel dubbio aspetto: non so ancora da cosa voglio cominciare, se dall’amore o dal colore. Lascio che le cose vadano e nel frattempo permetto nuovamente ai miei capelli di allungarsi, quando non lo credevo più possibile.

La mia vita è stata piena di Aldo, Mimmo, Alberto, Renato, Ciro, Albano, qualche Vincenzo, uno o due Ugo, un Glauco, un Armando, Michele, Gaetano.

Di altri ho dimenticato i nomi, ma mai quel che mi hanno fatto, fin dove si sono spinti e anche dove non hanno mai osato. Che è come dire dove non mi hanno mai permesso – o dove non mi sono mai permessa – di spingermi.

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Possono succedere tante cose nella vita, eppure si perde tempo ad aspettare (Pamuk, La casa del silenzio). Una piccola – si fa per dire – nota a margine di Istanbul e il Museo dell’Innocenza.

giugno 10, 2016

Istanbul e il Museo dell’Innocenza

Non ho mai letto Pamuk.

Nemmeno un rigo, neppure una citazione, fino al momento di scrivere questo post. So solo che il mio vicino di ombrellone da circa un decennio, che si chiama Pierluigi, fa l’avvocato, ha una cultura stratosferica e condivide con me la sue letture, me ne parla da anni.

Me ne parla con un misto di piacere e fastidio, come di un eccesso di verbosità che si fa perdonare grazie ai contenuti. E pure come un fastidio da eccesso levantino, una cosa che forse a me che sono napoletana non disturberebbe, mentre lui che è di Frosinone e corre la maratona di New York – un uomo tutto rigore – lo sente come un qualcosa di appiccicaticcio e ineluttabile.

Alle persone cui sono molto legata o delle quali ho profonda stima – come in questo caso Pierluigi – faccio totale affidamento per i consigli sugli acquisti, di qualunque genere, con una domanda semplice semplice: ma a me mi piace?

Perché chi mi conosce e mi è intimo è la stessa persona che deve conoscermi nelle pieghe invisibili del pensiero e nelle onde del desiderio. Se non lo sa o toppa sul giudizio, allora non mi conosce. Ma questo mo’ è un altro fatto che non ci azzecca.

E sulla domanda se questo Pamuk mi piacerebbe, Pierluigi mi ha sempre detto un sì. Ma un sì controverso: mi piacerebbe e mi innervosirebbe, un poco come succede pure a lui. Ma più che mi piacerebbe. E la verbosità diventerebbe, per me che sono sempre di fretta e dritta al punto, un modo per coltivare la lentezza e l’abbandono, una cosa simile alla sicurezza quieta dell’harem e alla voluttà della danza del ventre, forse.

Fatto sta che credo di averlo evitato proprio per questo.

Una volta avevo fatto un viaggio in Turchia che mi era molto piaciuto, nonostante tutto. Era un viaggio che segnava la fine di un amore. Di un grande amore. Uno dei due grandi amori della mia vita, che in totale sono stati due, più degli amorucci senza nulla a pretendere in termini di grandiosità. E avevo pensato alla linea sottile che taglia il Mediterraneo e congiunge Istanbul a Napoli e Lisbona, le tre città che trovo più simili per forma e sostanza e che amo follemente, per quel misto di decadentismo e bellezza, per la forma delle luci notturne, per il disegno delle colline sul mare, per la similitudine degli abitanti e la bellezza delle donne e degli sguardi maschili.

Vabbè, come al solito mi parte l’ùzzolo della narrazione comincio a divagare. Ferma.

Torniamo al punto: pur non conoscendo Pamuk, sono stata tuttavia presa dalla curiosità violenta di andare a vedere questo film, tratto dal suo romanzo su Istanbul e il Museo dell’Innocenza, che si proiettava a Roma, solo per due giorni  e solo in due sale, e senza sapere che cosa fosse, senza aver letto nulla e senza neppure aver visto il trailer.  E tuttavia sapevo di doverlo fare, per ragioni a me ignote e che – a dire il vero – ancora non mi si sono chiarite. E ci sono andata con un’amica mia che mi ha seguito sulla fiducia e che forse è la ragione principale per cui sono finita a vedere il film, per le cose che, poi, mi avrebbe detto. Ma questo mo’ è ancora un altro fatto che non pertiene del tutto alla vicenda. O forse sì, se consideriamo il cuore della vicenda l’ossessione amorosa.

Perché questo film – ammesso che si possa chiamarlo film – narra di un’ossessione amorosa, quella del protagonista Kemal per la bella commessa Füsun, un’ossessione che dura circa un quindicennio, fino al tragico epilogo, e che vede l’ossesso Kemal raccogliere, come surrogati di presenza, tutti gli oggetti che nell’arco del tempo appartengono a Füsun, o vengono da lei toccati: forcine per capelli, soprammobili, suppellettili da cucina, orecchini smarriti, mozziconi di sigaretta sporchi di rossetto.

Mozziconi di sigarette a decine, centinaia, migliaia, incollati su giganteschi pannelli ospitati nel Museo dell’Innocenza, piccolo gioiello di ricostruzione amorosa e storica che lo stesso Pamuk ha voluto montare a Istanbul, per immergere il visitatore nella storia di una follia, di un’ossessione sentimentale che in realtà non è altro che la stessa ossessione che Pamuk coltiva per la sua Istanbul e la sua Turchia.

Gli anni rappresentati e descritti nel Museo dell’Innocenza, oltre a descrivere la parabola di un destino amoroso che si compie (o non si compie) con estrema fatica, sono gli stessi anni che vedono la storia della Turchia ripiegarsi in un destino sempre più cupo e introflesso, retrocedendola da capitale dell’Asia Minore, avida di cultura internazionale, di cinema, di baci e modernità a un luogo sofferto, retrivo.

Sì che il film, un lungo racconto intervista da parte dei protagonisti del romanzo, di personaggi della strada, dello stesso Pamuk che occhieggia da televisori disposti in tutta la città, diventa una lunga conversazione sulla Memoria e sul peso della storia.

Le riprese, con lunghissimi piani sequenza e macchina disposta su carrello che lentamente si  insinua e scivola per la città, sinuosa, come un serpente, con una voluttà indescrivibile, sono tutte notturne: Istanbul di giorno è un luogo caotico, infernale, che rivela la sua bellezza solo di notte, che si tratti delle luci sul Bosforo o dei vicoli di cani randagi e straccivendoli. Le riprese indugiano, come in una Grande Bellezza alla turca, su ogni minuscolo dettaglio, minuziosamente. Ossessivamente, appunto. Senza mai effettuare un salto, un brusco passaggio da un’immagine a un’altra. La camera scorre e seduce, si ferma, accarezza la città e nel frattempo evoca i quarantaquattro incontri carnali tra i protagonisti, le millecinquecentocinquanta  cene nella casa di lei. Tutto schedato, numerato, esposto, nel racconto come nel Museo. Una somma di elenchi alla Perec, un’ecolalia del significante. Tutti i segni tipici dell’ossessione alla Barthes: le attese, i cataloghi, i ricordi, le scaramanzie.

Credo sia stato questo ad affascinarmi più di tutto: il linguaggio a me più noto, quello della catalogazione e della tassonomia, della collezione entomologica di attimi che hanno appena smesso di respirare, per cercare di preservarli nella loro effimera bellezza.

Mentre mi faccio tutt’uno con la telecamera e ne assorbo il tempo  e la lentezza, lentamente scivolo in una sorta di ipnosi – credo che il film voglia proprio questo, o forse lo vuole da me, come in una meditazione Vipassana: lasciare che il cervello non si fissi su tutti i dettagli proposti ma, al contrario, se ne serva per sviare l’attenzione e consentire un flusso più profondo – in cui mi tornano in mente echi  di nomi e letture: Joel Candau  e Maurice Halbwachs  su tutti. Il sottile equilibrio della Memoria, la costruzione dell’identità, il braccio di ferro e la necessaria combutta tra la memoria individuale e quella collettiva per la costruzione del senso.

In fondo questo film non fa altro che raccontare la storia di una perdita, muovendosi per onde concentriche sempre più ampie: la perdita di un amore, la perdita dell’identità di una città, la perdita del senso della Storia, la perdita del senso del futuro.

Da ragazza avevo studiato una cosa che mi aveva stupito molto: la presenza, totalmente inspiegabile a livello storico e migratorio, di alcune strutture linguistiche, sintattiche e grammaticali, presenti in pochissime lingue del mondo: il giapponese e la sua componente ainu, il turco, il sardo e il basco. Sono, oltre che ad avere forse una comune origine che le sistema nel gruppo altaico, lingue agglutinanti e non flessive, in cui il senso delle cose non è dato dalla declinazione o dalle coniugazioni, ma dal posto che la parola occupa nella frase. Come una sorta di ordine cosmogonico del Verbo, che successivamente ordina il mondo con le stesse regole.

Sono lingue di popoli che hanno fatto della tradizione e dell’identità una fissità, un’ossessione, il centro esatto e immodificabile della loro costituzione in popolo, a prescindere da quanto accade all’esterno.

Esiste una parola, in turco – l’ho imparata nel film – che ha una certa equivalenza nel giapponese mono no aware, il sentimento di afflizione per la precarietà di tutte le cose: hüzün.

Una parola che superficialmente si traduce con tristezza, ma che contiene al suo interno moltissime sfumature: il distacco irreversibile dalla persona amata e per esteso la consapevolezza del divario incolmabile tra Uomo e Dio. Hüzün è una parola spola, sospesa tra il senso negativo della perdita e l’aspirazione positiva a far ripartire la propria ricerca.

Come scrive Pamuk in Istanbul: i ricordi e la città, ripreso da qui: “Così agivano gli eroi dei film turchi di quando ero ragazzo e anche gli eroi della vita vera: sembrava che fin dalla nascita i loro cuori fossero segnati dall’hüzün, per questo non erano capaci di battersi per ottenere denaro, successo o le donne che amavano. L’hüzün non solo paralizza gli abitanti di Istanbul. Rappresenta anche una specie di licenza poetica che giustifica la loro fuga”.

C’è qualcosa di Borges, in questo film, anche se non saprei dire cosa. Come un costante senso di capovolgimento della realtà o quel modo labirintico di attraversare la città e la narrazione. O il sentimento che le cose, tutte le cose, gli oggetti, stiano là come sospesi, in attesa di rivelarci un loro intimo segreto. O la chiave della nostra impossibile felicità.

Quando sono uscita avevo anche io un piccolissimo hüzün, una tristezza di distanza non superabile.

E’ perché anche tu hai un’ossessione amorosa, mi ha detto la mia amica, descrivendo il modo del mio sguardo, dopo mesi che non ci vedevamo, e il modo in cui disponevo le parole.

Secondo me no, ho risposto io.

Ma avevo bisogno di dormirci su. E di poter dire a me stessa, come Kemal alla fine del libro, nonostante tutte le assurdità della sua vita e il dolore appreso: “Tutti devono saperlo: ho avuto una vita felice”.

Perché felice forse è quel tormento che ci permette di superare noi stessi. Non lo so.

Devo dormirci ancora su.